Colloqui professionali e tradimenti, un nesso non evidente…

Per i colloqui ci vuole esercizio, più ne fate, più sarete bravi. Imparerete a raccontare la vostra storia, riconoscerete un pattern di domande che vi vengono fatte sempre e se vi impegnate riuscirete a capire i vostri intervistatori quasi più di quanto loro riescano a capire voi. Preparatevi all’imprevisto, alle domande strane, alle sorprese. Sempre più nelle aziende moderne vanno di moda le video interviste come strumento di pre-selezione. Non è facile sentirsi a proprio agio parlando da soli a un computer che vi registra. Allenatevi riprendendovi mentre vi presentate o guardatevi allo specchio.
Quando vi invitano di persona, la vostra stretta di mano forte e decisa e il vostro primo sorriso sono la chiave numero uno. Qualunque cosa succeda voi imponetevi di essere prima di tutto puntuali – è il mio consiglio numero due. Vi faranno aspettare per darsi importanza o staranno zitti a lungo e in modo strano per vedere come reagite allo stress.
Non mettetevi a ridere se vi chiedono: “Quante palline da golf ci sono in Italia?” Serve per vedervi in azione in un ragionamento logico e capire che approccio avete al problem solving. Provate sempre a rispondere. Si sbaglia solo a stare zitti. (Altre che ho sentito sono: “Quanti palloni da basket ci stanno in questa stanza? Perché i tombini sono rotondi?”).
Potrebbe capitare che, dopo avervi chiesto delle vostre competenze, vi venga chiesto se avete animali domestici. Qui confesso che il nesso non l’ho del tutto capito, ma accogliete tutto con un sorriso e mostratevi aperti (anche con il linguaggio del corpo e una buona postura) e disponibili. Al di là di quello che sapete fare professionalmente, un bravo recruiter cerca di capire la vostra personalità, misura le vostre soft skills e il vostro potenziale nascosto.
Ultimo punto, ma secondo me piuttosto rilevante: quello che oggi siede davanti a voi al colloquio come vostro potenziale datore di lavoro, domani potrebbe diventare il vostro ex-datore-di-lavoro, quindi mostrare una certa etica professionale e onestà verso l’azienda che state per lasciare non fa certo male.
Non dite cose tipo il mio capo non capisce niente e non vuole promuovermi, ma formulate piuttosto le cose in non si è concretizzata ancora la possibilità… Non dimostratevi senza scrupoli insomma verso chi vi ha dato da mangiare negli anni precedenti anche se non vedete l’ora di lasciarli, non parlate male del posto da cui venite.
Qui calza a pennello un bel parallelismo con le relazioni sentimentali. Diciamo che voi siete single e iniziate una storia con qualcuno, magari poi scoprite che lui/lei era già in coppia, il soggetto dunque inizia a tradire il suo partner per stare con voi e poi magari lo lascia. Ora, voi vi ci mettete insieme, dubiterete mai della sua ferrea moralità sapendo che ha già piazzato le corna a quella con cui stava prima??? E con voi cosa farà???
Ecco, la stessa cosa penserà il vostro nuovo datore di lavoro e si farà un’idea di voi e della vostra loyalty.
Buona fortuna.

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EFFETTO CLUB SANDWICH

Il problema dello stare in mezzo-

Esiste un momento in ogni carriera in cui ci si trova a metà tra quello che abbiamo imparato a fare bene e quello che potremmo imparare a fare. Tra il ruolo per cui siamo competenti e quello a cui potremmo aspirare. Tra quello che ormai sappiamo, al punto da essere troppo qualificati, e quello per cui non abbiamo ancora le comprovate esperienze (anche se magari abbiamo già sviluppato buona parte delle competenze).

Questo succede sia che si cerchi di crescere professionalmente nel proprio attuale posto di lavoro sia in concomitanza ad un cambio azienda. Risulta certamente più complesso fare un passo trasversale e ottenere la fiducia di un datore di lavoro che non ci conosce, per affidarci un lavoro che non possiamo ancora dimostrare di aver fatto (almeno non del tutto o non ufficialmente). A volte però anche quando si cerca di crescere volendo restare nello stesso ambiente, possono venire meno le circostanza, scarseggia il budget, ci possono essere ostacoli, ritardi o periodi di stallo.

E’ il problema dello stare in mezzo. Effetto club sandwich. Schiacciati dalle aspirazioni verso le novità e dalla monotonia delle attività ripetitive. Stare in mezzo è scomodo. Io scelgo sempre il posto lato corridoio infatti.

La seconda immagine che mi viene in mente in questa riflessione è quella del vuoto. Stare con un piede di qua e uno di là e in mezzo un baratro che potrebbe allargarsi facendoti fare una spaccata per cui non sei per nulla allenata come una ginnasta russa.

E poiché in fin dei conti non si può tornare indietro, non puoi disqualificarti per le competenze che hai già o disimparare quello che sai fare per trovare un lavoro con un seniority level inferiore, l’unica cosa da fare è andare avanti, è muoversi verso l’alto. Non resta altro che acquisirne di nuove di competenze, che possano traghettarci verso il ruolo successivo. Scalare uno strato di sandwich.

Jamie Oliver on Youtube

Ed è in questo frangente, nell’osservazione meditativa della voragine metaforica che avevo davanti, o piuttosto nella fame che mi faceva pensare al panino, che ho pensato di iscrivermi a un master. Ed è in questo momento che poi hanno cominciato a tornare le offerte di lavoro. Se non posso ancora dimostrare di avere acquisito le competenze con l’esperienza professionale, proverò a farlo con le certificazioni.

E fu così che ho iniziato un corso di alta formazione a Milano con formula weekend. Se si rivelasse inutile mi consolo col fatto che post-lezione esplorerò la città e convertirò le trasferte in esperienze culinarie. La Milano da mangiare. Magari avrò dei nuovi spunti per scrivere.

Giovanna e il lavoro

Quella che segue è una storia di fantasia. Se fosse vera, del resto, sarebbe fin troppo triste.

Giovanna lavorava da diversi anni in una azienda che era stata generosa con lei in passato.

In particolare le prime persone per cui/con cui Giovanna aveva lavorato erano state “ottimi capi” e avevano creato in Giovanna una certa fiducia nel mondo del lavoro, una certa soddisfazione e aspettativa.

Da qualche anno ricopriva un ruolo in cui era discretamente brava e apprezzata. In particolari tanti colleghi la sostenevano e vedevano in lei una persona con la cosiddetta “stoffa”. Giovanna voleva crescere, aveva ambizioni, era giovane e soprattutto cresciuta dentro una generazione che non concepiva il “posto fisso” né l’immobilità né la stabilità (purtroppo). Certo aveva dei timori, come tutti, il pensiero di rischiare di lasciare le sicurezze per cose nuove a volte la svegliava la notte. La mamma di Giovanna le diceva sempre di non fare pazzie, soprattutto di non lasciare il lavoro prima di averne eventualmente trovato un altro. Solo che, al netto di tutto questo, Giovanna pensava che avere paura e soprattutto non fare le cose che si vogliono fare per paura, era tremendamente noioso e lontano dal suo modo di essere.

Passavano i mesi. Giovanna provava a cambiare lavoro ma non ci riusciva. Giovanna chiedeva di crescere e rimaneva dov’era. Riceveva più compiti ma non più responsabilità. La sua ambizione veniva ripagata con mansioni extra, noiose e di carattere amministrativo. Giovanna soffriva.

Giovanna cercava altre aziende e rimaneva delusa. Giovanna credeva di vivere in un contesto economicamente e industrialmente favorevole, o almeno più favorevole di altre aree geografiche. Credeva che le cose che aveva imparato, la sua caparbietà, la sua volontà, le sue competenze, le sue esperienze all’estero, le lingue che sapeva sarebbero bastate a metterla in luce. Giovanna credeva di avere anche una discreta capacità di presentarsi e rispondere bene ai colloqui, perché alla fine ne aveva fatti tanti e lo aveva imparato come un allenamento.

Però Giovanna non trovava ancora lavoro. Forse proprio per via di quelle cose, forse era troppo qualificata. Forse costava troppo. Un giorno in un colloquio interno le vennero fatte molte promesse, lei le ascoltò senza poterci credere più di tanto perché Giovanna aveva cominciato a perdere fiducia. Le promesse furono disattese. Poi ci furono altri colloqui e le promesse erano sempre più vaghe, le idee nebulose, le proposte fumose… si parlava di corsi e di visite ma i mesi passavano e Giovanna era sempre seduta al suo posto. Soprattutto finché non si fosse cercato di sostituirla, era chiaro che Giovanna non avrebbe potuto lasciare le cose che faceva. Alcuni colleghi di altri sedi quando passavo in ufficio, le chiedevano con stupore come mai ancora non stesse avanzando e lei sorrideva imbarazzata ma non sapeva che dire.

“In questo momento non abbiamo un lavoro per te, non posso tirarne fuori uno come dal cilindro… ma ti vogliamo preparare per quando questa opportunità verrà.”. Giovanna pensò che questo ero un segno definitivo. Una strada senza uscita. Una azienda che non sa che farsene di chi vuole crescere è una azienda che sta morendo. Non c’erano prospettive né orizzonti. Giovanna non voleva accontentarsi. Giovanna aveva sognato dapprima di poter fare un passo di carriera “diagonale”, ma cominciò a considerare che anche “laterale” forse a quel punto poteva bastare, pur di uscire da lì.

Giovanna non era più stressata, era calma anche se sentiva il tempo scivolarle tra le dita. Una donna che vuole fare carriera e magari avere una famiglia deve giocarsi bene le sue carte. Sembra poco, eppure qualche mese qui o lì può fare tanta differenza. Giovanna era solo molto impaziente. Giovanna pensava che le persone che avevano ottenuto risultati, quelli che avevano piano piano scalato certi gradini, erano state sicuramente persone impazienti anche loro, da giovani.

Giovanna sapeva che volere andare avanti, e fare spesso cose nuove, poteva anche non essere necessariamente “giusto” per tutti, che tante persone amavano le comfort zone e ci si volevano accoccolare per anni senza sentire mai quella spinta urgente che sentiva lei. Forse un giorno ci sarebbe arrivata anche lei, ma non adesso, questo lo sapeva, era ancora presto. Non è sempre detto che volere di più faccia bene, anzi, la crescita e il miglioramento vanno legati a un obiettivo e non vanno perseguiti di-per-sé, altrimenti sono malattie dei nostri tempi, dell’ossessione del nuovo dell’uomo occidentale. Giovanna non era (ancora) ossessionata, ma credeva di sapere quello che voleva. Eppure Giovanna passò un anno intero della sua vita in questo limbo. Ogni tanto desiderava essere altrove, rimpiangeva alcune persone e periodi passati, ma non aveva rimorsi. Giovanna cercava lavoro, il lavoro che voleva, e non lo trovava…

FINE

Nota: non sto dicendo che non ci sono cose più importanti di questa o persone in situazioni più gravi, volevo solo raccontare una storia.

Pensieri dalla prima classe

Mezza reclinata su qs sedile di prima classe svizzero direzione sole. Qui é perfetto per scrivere, con un sottofondo di Of Monsters and Men e un panorama di montagne al tramonto alla mia destra. A volte bisogna premiarsi – per la prima classe intendo- ma comunque mi ha aiutato supersaver ticket non crediate! Che bisogno di luce e caldo! La differenza tra il mio uomore ieri e oggi é grande come questo maledetto paese intero. Oggi ho sentito la primavera finalmente, mentre ieri tipo rantolavo moribonda e in astinenza da luce. E poi oggi ho i miei orecchini portafortuna con le stellone. Se guardo da giugno scorso a oggi in un veloce rewind ci sono stati dei cambiamenti belli grossi, hanno smantellato il mio team e ho cambiato capo due volte, il terzo in arrivo. Non é solo il lavoro la causa, ma pare che il mio tempo qui sia proprio esaurito. Non voglio un altro inverno. E penso chissà dove sarò, quale delle mie opzioni diventerà realtà… Mi fa rabbia che il mio paese sia così, che non ci sia un ombra di opportunità per tornarci, che le aziende si sentano talmente forti da non degnare nessuno di una risposta, che la gente sia così esaurita che é diventata cattiva e scortese. Gente scontenta produce cattivi servizi, cattivi servizi producono gente scontenta. Come lo spezziamo? Frega a qualcuno? Intanto abbiamo un altro primo ministro e sapete cosa rispondo ai colleghi stranieri che mi chiedono di lui? Sono scettica ma onestamente non abbiamo nessuna alternativa. E invece di esercitare diritto di scelta ci affidiamo pregando come quando monti su una scialuppa mentre la tua nave affonda. Ecco dove siamo. E intanto mi ritrovo mio malgrado in un paese sempre piu ostile e inaccogliente. Sulla chiesa di St Jakob é comparso uno striscione che dice “Dio ama gli stranieri”. Meno male, pare sia rimasto solo lui in svizzera di questo avviso. E poi ci sono persone che non prendono mai decisioni, io le disprezzo. Per una persona ostinata e determinata come me -un vero ariete- questa é la situazione di tormento piú insopportabile al mondo. Quando hai deciso, ma non dipende da te. Bisogna solo credere che mettere in moto le energie faccia succedere sempre qualcosa… Speriamo presto.

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PENDOL-ARE

Alle 6.31 suona la sveglia. Lo so, mi rendo conto che non è un orario molto drammatico, ma comunque si sa, ognuno vive le proprie tragedie quotidiane a modo suo. Da quando ho iniziato la mia vita da pendolare non posso concedermi nessun minuto in più perché ciò comporterebbe una catena inarrestabile e devastante di eventi perdita del tram- perdita del treno- perdita dell’autobus = un ora di ritardo a lavoro. Alle 6.35 comincio a chiedere a madre natura perché mi ha fatto donna e non uomo perché truccarsi con gli occhi gonfi di sonno mentre hai la mano addormentata perché ci dormivi sopra non è semplice. Almeno come uomo ci metterei in tutto 5 minuti a preparami, anche perché sarei ovviamente un uomo bellissimo che non necessita di nulla. Conseguentemente arranco nel buio e nel silenzio per non svegliare i fortunati che lavorano in città e dormono con quel lusso di ben 30 minuti in più almeno. I vestiti preparati sempre la sera prima e sistemati gia pronti perché altrimenti una spedizione nella giungla selvaggia del mio armadio non me ne farebbe uscire viva se non prima di un paio d’ore. Alle 6.50 trangugio il succo e le vitamine che mi illudo mi aiutino ad affrontare meglio la giornata. Poi sento i rintocchi del primo campanile e capisco che mi devo mettere le scarpe perché in dieci minuti devo essere alla fermata del tram. Con l’avvicinarsi della primavera sono un essere fortunato perché ogni giorno in quella frazione di tempo vedo l’arrivo della luce sulla terra. Per un tuttora inspiegabile fenomeno la mattina sul tram c’è sempre una quantità diversa di gente. Mi chiedo come sia possibile che a volte ci siano mattine in cui la gente non vada proprio in massa a lavorare tanto che trovo posto per sedermi, e altre volte che devo trattenere il respiro per 6 fermate perché un solo centimetro di dilatazione del mio torace farebbe esplodere il tram dal sovraffollamento. In stazione c’è un viavai operoso di formiche, la cosa strana è che la stazione è completamente immersa nel silenzio della mattina, non ci sono voci, solo rumori perché nessuno parla a quest’ora. Alle 7.25 benedico il giorno che ho fatto l’abbonamento perché posso correre al binario prima che il treno arrivi. Due minuti in più per fare il biglietto infatti, e mi troverei bloccata dall’altra parte di una muraglia umana inarrestabile della gente che scende dal treno che devo prendere io. Fenomeno tipico delle stazioni terminali dove il flusso della gente va solo in un senso. E non c’è alcun verso di passare controcorrente senza che ti rifacciano le fiancate. Col passare dei giorni ho trovato il mio posto perfetto, so esattamente dove si ferma la carrozza giusta che mi farà risparmiare dieci metri all’arrivo in stazione. Sul treno ci sono sempre gli stessi poveri mortali come me che fanno su e giù. I miei amici pendolari: c’e un tipo con la barba che arriva sempre col caffé e mangia un cornetto col quale si fa una doccia di briciole. C’è l’insofferente che sbuffa e si mette a dormire. L’iperattiva che legge almeno 3 giornali. La studiosa che fa i compiti e poi ci sono i miei adorati pensionati svizzeri. Tutti rampanti e super chiassosi vestiti da scalatori con i loro zainetti ricchi di formaggio e salametti pronti per andare in gita in montagna. E poi ci sono io. Le mie mattine si dividono nettamente in mattine di musica e mattine di lettura. Ho dovuto fare un’attenta selezione di musica adeguata al risveglio che ho messo nella mia playlist “pendolare”. E poi c’è un grosso libro che mi porto su e giù, che nei 25 minuti di treno che ho, mi sembra che non vada mai avanti. Alle 8.11 sono alla fermata dell’autobus. In questa località svizzera tutti gli autisti sono stragentili e mi augurano sempre buona giornata. Mi siedo sempre allo stesso posto. Quelli che vanno a scuola, anche qui non capisco perché, non è che salgono tutti i giorni, ma che scuola fanno che ci si può andare quando si ha voglia? Alle 8.22 mi si incastra sempre il tacco nel porfido sulla strada per l’ufficio. Nella mia giornata di lavoro devo calibrare attentamente che se non esco in tempo per prendere l’autobus del ritorno, mi tocca lavorare minimo mezzora di più per fare in modo di trovare le coincidenze perfette che mi riportano a casa. Il ritorno ha un algoritmo intrinseco per cui è scientificamente sempre più veloce dell’andata, ma mi fa pensare di comprare una macchina che in realtà non mi serve minimamente, solo per aggiungere un po’ di elasticità alla mia vita scandita da orologi svizzeri e puntualità impeccabili. Qui nessuno sciopera ovviamente quindi in realtà fare il pendolare è una passeggiata. Ed è così che ho iniziato anche io a pendol-are.

primo maggio-su coraggio

Per Umberto Tozzi negli anni settanta primo maggio faceva rima con su coraggio. Ora si discute se questa iniezione di coraggio servisse a lui per tornare dalla moglie dopo il suo incontro con l’amante, o se per qualche strana ragione l’autore abbia pensato a noi. A parte che comunque TI AMO è una bellissima canzone, e densa di significati se la si legge bene, comunque oggi è il primo maggio e noi siamo qui. Il coraggio effettivamente ci serve perchè il nostro paese va un po’ a rotoli e si sa da tempo. Mi ha sconcertato l’intervento di Luttazzi a RAI PER UNA NOTTE che paragona la nostra situazione politica nazionale ad un certo atto volgarissimo (i curiosi cerchino pure su you tube) eppure ha ragione, così siamo, in ginocchio e assoggettati ad una violenza esercitata col potere e l’inganno, con la demagogia, così tanto che non ce ne rendiamo neanche più conto, anzi inizia a piacerci… Coraggio lavoratori, ma soprattutto a noi giovani con la disoccupazione al 28%!!! In svizzera il primo maggio non si festeggia, (è sì una feste federale, ma non si fa nulla di speciale dal punto di vista delle manifestazioni, perchè non hanno di che lamentarsi) qui si sta sempre bene, pare che sia l’unico paese che durante la crisi ha visto l’aumento dei salari e la riduzione dei prezzi su beni primari. L’origine del primo maggio come festa operaia e a ricordo della lotta dei movimenti sindacali, si deve alla manifestazione repressa dalla polizia nel 1886 a Chicago. Nonostante tutto il labor day americano si festeggia a settembre perchè il primo maggio è per loro una festa troppo a carattere socialista-comunista. Per noi italiani direi che è una data che ha rappresentato sempre molte più cose di quelle che si dichiarano, ci si nasconde la lotta al fascismo, le vittime della storia operaia, e più recentemente un atteggiamento antiberlusconiano di sinistra in genere. Il tutto racchiuso in feste, cortei e concerti che si ripetono ogni anno (storico quello del 2007 al Circo Massimo di Roma con ben 700.000 presenze). Il primo maggio è comunque il giorno dei pic-nic e dei BBQ dappertutto. Così lo pensavo io durante gli anni del liceo, quando i problemi della carriera e del portare a casa qualche soldo non mi riguardavano ancora proprio per niente… Allora tanta pazienza, e coraggio, a tutti.

il cammino dei lavoratori

la mia decisione

…Me ne sono accorta mentre mi lavavo i denti l’altro giorno e fissavo il bagnoschiuma che mi ha regalato Elena, alla magnolia, che doveva portare fiotti di uomini tra le mie braccia… La bottigliona ancora lì, quasi nuova, perché benché mi faccio un sacco di docce (e qui manca uno dei sanitari più usati dagli italiani infatti!) il mezzo litro al miele che ho comprato a febbraio si esaurisce solo ora. Interessante fare questi calcoli, in sei mesi ho consumato due tubi di dentifricio e circa mezzo litro di bagnoschiuma, tre spazzolini e uno shampoo e mezzo. Insomma, pensavo a tutta questa magnolia che sta ancora lì ad aspettarmi, con il suo potenziale afrodisiaco inespresso e ho capito in quell’istante che ad agosto la mia vita in svizzera non sarebbe finita, ma anzi, sarebbe ricominciata da lì, proprio da quel bagnoschiuma. Era un segno chiarissimo.

Il venerdì precedente mi hanno chiamato in una stanza, il mio capo e il capo di NCE e mi hanno detto: ti offriamo questo contratto di un anno, questi soldi e questi benefit, tu assumerai il ruolo di Area Coordinator e sarai responsabile di alcuni paesi dell’area Europa nord e centro orientale, avrai responsabilità sul budget, viaggerai per negoziare, ecc… mi hanno fatto un breve elenco dei motivi per cui credono in me e mi hanno congedato. Sono letteralmente andata nel pallone, credo di aver avuto una espressione da cretina per tutto il tempo e anche dopo mentre cercavo di lavorare arrivando alle 17.30 ma non capivo più niente e scoppiavo dalla voglia di telefonare a qualcuno e parlare come un fiume in piena. La prima cosa che ho fatto infatti è stata piangere al telefono 2 ore e arrabbiarmi con la mia famiglia che non mi è venuta a trovare e quindi adesso che avevo bisogno di un consiglio non aveva neanche una pallida idea di come fosse la mia vita qui, per dirmi se valeva la pena o no restare.

Dopo 5 mesi circa che ripeto che voglio tornare a casa, che convinco me stessa che sia la cosa migliore per me, ritrovare l’equilibrio prima di pensare al lavoro. Eppure in quell’istante è cambiato tutto, sarà la soddisfazione per sapere di aver fatto un buon lavoro, per i meriti che ti vengono riconosciuti e che neanche ti aspettavi, sarà il fascino della sfida, sarà il fatto che ti senti importante e ho realizzato che alla fine se non me lo avessero chiesto forse ci sarei rimasta male. Ho realizzato che non ero più convinta di voler dire di no al pensiero che 2 mesi di cv inviati ovunque mi hanno portato solo una proposta di lavoro per 200 euro a settimana, o che erano comunque tutte altre esperienze temporanee, stage non pagati dopo i quali sarei stata punto e a capo.

Ho pensato che forse in questi mesi volevo convincere me stessa che tornare era giusto perché sapevo che dovevo farmelo andare bene per forza. Ho pensato che ho paura, ma soprattutto che non è per nulla detto che a Udine sarebbe stato sicuramente un anno più felice, più sereno, a litigare per la mia indipendenza e a fare un lavoro qualsiasi che mi avrebbe prima o poi davvero frustrato, seppur potendo stare vicino ai miei amici. Vicini fisicamente sì, però più passa il tempo più ognuno prende la sua strada e essere vicini in altri modi è tutto ciò che ci resta. Condividere fa davvero la differenza.. per questo e cosi importante quando qualcuno a cui tieni ti viene a trovare. Perchè tutte le volte anche dopo mille anni se vorrai dirgli, hai presente quel tipo li, quel locale là, quel giorni che eravamo li… qualcuno che saprà di cosa parlavi, qualcuno che c’era, che ha visto, che ha vissuto con te un pezzetto della tua trasformazione. Perche inevitabilmente stando lontani si cambia e ci si perde i pezzi importanti gli uni degli altri… questo mi spaventa più di tutto. (anche il budget meeting pero fa abbastanza paura!)

Un anno davanti a me. Davvero sono spaventata per le responsabilità, il lavoro e la solitudine, però anche eccitata. Però  mi rendo anche conto della opportunità che mi è stata data e che non è ovvia, mi rendo conto del lusso che ho avuto crescendo: a studiare quello che volevo (tanto poi sono pochissimi quelli che finiscono a lavorare nel proprio settore di studio!) e anche oggi, ad avere la possibilità di dire si o no. Ho pensato ai miei compagni di studi e amici, a chi fa tre lavori e nonostante tutto non riesce ancora a fare progetti perche mancano sempre i soldi, ho pensato al nostro paese che cade a pezzi, con amarezza…

Più passavano le ore più sentivo emergere in me la mia decisione, una delle più faticose che abbia mai presto ad oggi nella mia piccola vita. Dubbi che schiarivano con piccoli germogli di certezza; e la fantasia  a mille a sognare a immaginarmi qui e li a fare questo e quello… a cercare in tutte le fantasie qualcuno al mio fianco (il mio problema è inguaribile).

E se tra un anno vorrò ricominciare da capo?! E se volessi fare qualcosa di totalmente diverso?! Voglio credere che non sarò troppa vecchia per mollare tutto. Del resto io non ho niente e nessuno che mi aspetti, posso e devo pensare solo a me e viverla come una libertà e non come un ostacolo.  E la cosa piu ricorrente che mi e stata detta ultimamente.

Avrei voluto tanto essere con alcune persone in particolare per uno dei nostri soliti momenti-caffé dove abbiamo più volte discusso i nostri destini e avrei voluto poter raccontare tutto di persona, e sentire i commenti, l’aiuto e il sostegno dei miei amici. Quelli che la distanza mi ha fatto scoprire ancora di più ancora più veri, forse ancora più pochi di numero ma più sinceri (proporzionalità inversa).

Mi mancate tanto tutti singolarmente e anche tutti insieme!