AAA cercasi

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La prima caratteristica fondamentale è che non sia come me: cioè che non gli scocci sbucciare le arance.
Io adoro le arance, il mio amore per loro è inversamente proporzionale alla voglia che ho di sbucciarle, provo un immenso fastidio per quella sensazione di secchezza appiccicosetta che ti rimane sulle dita, per non parlare del fatto che ti fanno venire le unghie gialle, anche se profumate da qui all’eternità. Insomma non ce la posso fare da sola, ho sbucciato arance a me stessa per una vita e adesso mi merito qualcuno che mi ami a tal punto da farlo per me, o ami sbucciare le arance di per sè. Una delle due va bene. Le sere di inverno, davanti alla TV che adesso non ho, ma che quando staremo insieme io farò il compromesso di accettare come oggetto digitale nella mia vita. Sempre per amore, chiaramente, si fanno cose assurde. Guardando un film: lui sbuccia, io mangio.

Vorrei un compagno che impazzisca per la mia stessa musica, che mi mandi una canzone al giorno almeno finché ci stiamo ancora innamorando, e se avesse gusti musicali del tutto diversi dai miei, vorrei un compagno che abbracciasse cose nuove, le mie cose, i miei interessi, che venisse con me ai concerti, mi comprasse una birra e mi limonasse duro sulle canzoni romantiche.

Vorrei un ragazzo che comprenda la mia forte dipendenza da burrocacao senza giudicarmi, che tolleri la presenza di questi stick ovunque in auto e sparsi per la casa, che sappia qual’è la mia marca preferita, che sappia anche qual’è il mio gusto preferito (il cocco – ndr.) e che se gli capita ogni tanto mi compri dei burrocacao perché mi pensa sempre e si ricorda di me.

Un ragazzo che ci sia, che sia presente nei gesti e nei modi, che mi chieda se ho mangiato, che sia affettuoso, che mi prenda per mano quando camminiamo, che canti le canzoni a squarciagola in macchina insieme a me, che mi abbracci di sorpresa alle spalle, che mi baci agli angoli delle strade.

Che quando apriamo un pacchetto di Mentos mangi tutte le caramelle che mancano finché non si trova la fragola, che è quella che voglio io.

Che mi spronasse a essere migliore, che mi trascinasse fuori casa quando sono pigra, che mangiasse la pasta alla farina di canapa insieme a me perché sa che mi fa sentire meno in colpa considerato che apporta il 20% delle calorie in meno e che è ricchissima di cose fighe che fanno bene.

Che amasse le mie passioni perché sono mie, e mi rendono unica; perché quando mi vede immersa fare le cose che amo, mi vede risplendere e non può fare a meno di sorridere.

Che mi mandi la buonanotte quando non siamo insieme.
Che ogni volta che parto da sola, mi chiami per dirmi che mi ama.
Che mi scelga, con forza, che mi scelga ogni giorno, perché lo sa che vuole me.
Perché non può più farne a meno, perché non può fare diversamente.
Perché io ho visto lui, nella sua essenza e lui ha visto me, dentro dentro, sotto sotto.
Perché ci facciamo bene a vicenda.

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La Casa del Porto

C’era una volta un posto a cui ero molto legata, anzi lo sono tutt’ora, solo che il posto non c’e più, quindi devo usare il tempo verbale passato.
Non è come quando hai un ricordo di un posto bello, e anche se non ci sei mai più tornato nella vita sai che il posto è ancora lì. Forse ti aspetta, anche se non tornerai…
E allora ogni tanto ci vai con la mente e te lo immagini, anche se magari è cambiato col tempo, il posto esiste e in qualche modo è vivo e tu lo visiti coi pensieri, con le sensazioni, con i colori che hai dentro.
Quando hai un ricordo di un luogo e il posto non c’è più è come un lutto topografico, come se lo avessero ucciso. Quel posto è morto. Lo hanno fatto sparire. Le ruspe lo hanno raso al suolo.
Quel posto in sicilia era la case delle vacanze della mia famiglia. Per anni e anni vi si sono alternate le generazioni a partire dal bisnonno, che lo aveva avuto in concessione dal demanio negli anni ’50.
Quel posto, come in tutte le grandi storie, è diventato una leggenda, fatto di racconti divertenti e drammatici, di cose che sono successe e che lo hanno trasformato  -e con lui le persone che ci andavano.
Io lì ho imparato ad andare in bicicletta, su quella strada sterrata e polverosa. Lì i miei cugini grandi andavano a pescare; tornavano dal mare con le murene e i polipi nel secchio. Lì siamo diventati grandi, abbiamo giocato a nascondino, a tirarci le bombe d’acqua, abbiamo scritto diari al pomeriggio, mentre i grandi dormivano, abbiamo costruito capanne, abbiamo raccontato segreti, abbiamo dato baci nascosti dietro le case, abbiamo ballato, cantato, abbiamo mangiato tutti insieme.
(…)
Anni dopo sempre lì, ho guidato per la prima volta la macchina. Quella a noleggio. Facevo il giro del cortile. E mi sentivo grande.
In quel posto sono davvero cresciuta, non è un modo di dire. Ci ho passato tutte le estati della mia vita, una dietro l’altra per quasi 20 anni. Le mie cugine erano le mie migliori amiche. Eravamo uniti, eravamo un clan, eravamo una tribù. 12 ore al giorno in costume, maglietta, pantaloncini e ciabatte.
A stendere asciugamani salati, incessantemente, in un moto ciclico che si ripeteva di continuo, due volte al giorno, dopo il mare.
La sera si giocava a carte, si giocava forte, coi soldi.
Si arrostivano peperoni, si infornavano pizze, si seccavano pomodori.
I nonni erano nonni e i bambini, bambini.
La lista delle cose da dire sarebbe troppo lunga, infinita. Se interpellassi ognuna delle100 persone che di quel posto ha un ricordo, che lo ha vissuto, ognuna direbbe una cosa diversa, racconterebbe una sfumatura, descriverebbe un momento. Forse con un sorriso, forse con una lacrima.
Da quel posto, la notte, spesso guardavo il cielo e vedevo chiaramente le stelle, perché stavamo in un angolo di mondo ancora poco illuminato. La prima volta che ho visto la via lattea nella sua chiarezza.
Quel posto è stato tutto e adesso è niente.
Non aveva un vero indirizzo, eppure il postino sapeva che eravamo lì e ci portava le lettere.
Strada Provinciale 84, Contrada Fossa.
Ci sono ancora gli scogli, e c’è il mare, ma il profilo della terra è cambiato, la sagoma che si vede dalla strada non è più la stessa.
Un posto profanato, un posto brutalizzato.
Mi fa ancora male pensare con tanto amore a quel posto e non poterci più tornare.

LASCIARSI

Va tutto bene, va tutto bene…
Non è morto nessuno e nessuno morirà, nemmeno tu, nemmeno io.
Stiamo tutti bene di salute e quindi non è grave.
E’ solo una fine. Come altre. Solo un punto. Che cos’è un punto, in fondo.
Non esiste un “lasciarsi bene”, perché lasciarsi è una rottura, e per rompere le persone forzano, calcano la mano, diventano altro. Nel lasciarsi c’è la trasfigurazione. Come fa qualcuno che era così “chiaro e trasparente” (cit. Battisti) per te a diventare il tuo peggior nemico? Eppure.
Lasciarsi fa sempre schifo e basta.
Nel rispetto di questa e di tutte le storie e di quello che uno hai provato, spero che, nella narrativa del lasciarsi, sarai pulito. Sarai onesto. Almeno con te stesso.

Nessun messaggio del buongiorno, né il bacio della buonanotte.
Durante il giorno sto anche bene, lavoro, faccio le mie cose. Ci sono però dei momenti netti in cui tu occupavi degli spazi con la tua presenza fisica o immateriale, sono come i vuoti d’aria in aria, il cielo è sereno ma d’improvviso precipiti.
E poi la sera mi viene l’ansia, non riesco a dormire e mi imbottisco di Fisioreve. (Dopo un mese, però, le goccette sono finite e ho recuperato un sonno decente.)

Nessuno-cambia-mai-nessuno, non si tratta di identità, si tratta di azioni, si tratta di voler fare dei compromessi, si tratta di avere una visione comune.
Questa volta però, anche se non ero preparata, almeno sono equipaggiata.
Non mi darò tutte le colpe in un tentativo di autodistruzione, come avrei fatto invece una volta.
Questa volta non è colpa mia. (Neanche tua). E’ andata così e basta. Non voglio vivisezionare questo corpo ancora tiepido, non adesso, ci penserò domani a dare un ordine ai perché. Un senso ai come mai (cit. 883). Questa volta lo accetto. Perché prima lo accetto, prima posso andare avanti.
E io non ho tempo da perdere, non ho tempo per essere triste.
Devo vivere, io. Ho da fare.
Quel vuoto che era pesante, adesso è a poco a poco più pieno.
Di cose mie, del mio tempo. Di gesti per me.

Andate e ritorni.
Quando mi sembra di aver fatto dei piccoli passi poi ci sono giorni in cui mi sorprendo a piangere per tutto.
Piango forte, piango tanto. Lascio scorrere. Mi lascio attraversare.
Nonostante tutto penso che ce la farò.
Non sono più triste. Sono delusa, soprattutto, e arrabbiata.
E poi, sì, ho paura, di non capire domani e di sbagliare con qualcun altro. Questo non so come aggiustarlo. Perché diventano sempre più complicate le relazioni, il mettersi in gioco, con il bagaglio che si fa più pesante.
Lo dò al tempo, questo compito, che ci pensi lui.

Va bene lasciarsi, ma quando mandate a puttane i mondi degli altri, – vorrei chiedervi – fatelo con garbo, fatelo con grazia, fatelo piano.
Ti ho davvero amato, come meglio mai ho saputo fare nella mia vita.
Tutte le tue differenze, i tuoi grassetti che cercavo di rendere corsivi, i tuoi spigoli su cui continuavo a sbattere gli stinchi.
Mi dispiace solo che non sia stato abbastanza.

TU mi hai lasciato, ma IO invece quando ti ho lasciato?! E’ la vera domanda…

Riflessione sulla felicità

Mi avevano detto che dovevo essere felice. Che quello era il mio compito. La mia missione.
Ma non mi avevano detto che la felicità non era il punto di arrivo, ma il percorso.
Per me la felicità non è l’attimo di gioia, ma il viaggio.
La stessa differenza che intercorre tra dolore (acuto) e sofferenza (cronica).
La felicità non è il brivido estemporaneo, la felicità è piuttosto essere contenta.
La soddisfazione delle piccole cose che accadono ogni giorno, la riflessione sulle relazioni che piano piano crescono e maturano.
La felicità è una sensazione diffusa di benessere.

Diego Contento

Colloqui professionali e tradimenti, un nesso non evidente…

Per i colloqui ci vuole esercizio, più ne fate, più sarete bravi. Imparerete a raccontare la vostra storia, riconoscerete un pattern di domande che vi vengono fatte sempre e se vi impegnate riuscirete a capire i vostri intervistatori quasi più di quanto loro riescano a capire voi. Preparatevi all’imprevisto, alle domande strane, alle sorprese. Sempre più nelle aziende moderne vanno di moda le video interviste come strumento di pre-selezione. Non è facile sentirsi a proprio agio parlando da soli a un computer che vi registra. Allenatevi riprendendovi mentre vi presentate o guardatevi allo specchio.
Quando vi invitano di persona, la vostra stretta di mano forte e decisa e il vostro primo sorriso sono la chiave numero uno. Qualunque cosa succeda voi imponetevi di essere prima di tutto puntuali – è il mio consiglio numero due. Vi faranno aspettare per darsi importanza o staranno zitti a lungo e in modo strano per vedere come reagite allo stress.
Non mettetevi a ridere se vi chiedono: “Quante palline da golf ci sono in Italia?” Serve per vedervi in azione in un ragionamento logico e capire che approccio avete al problem solving. Provate sempre a rispondere. Si sbaglia solo a stare zitti. (Altre che ho sentito sono: “Quanti palloni da basket ci stanno in questa stanza? Perché i tombini sono rotondi?”).
Potrebbe capitare che, dopo avervi chiesto delle vostre competenze, vi venga chiesto se avete animali domestici. Qui confesso che il nesso non l’ho del tutto capito, ma accogliete tutto con un sorriso e mostratevi aperti (anche con il linguaggio del corpo e una buona postura) e disponibili. Al di là di quello che sapete fare professionalmente, un bravo recruiter cerca di capire la vostra personalità, misura le vostre soft skills e il vostro potenziale nascosto.
Ultimo punto, ma secondo me piuttosto rilevante: quello che oggi siede davanti a voi al colloquio come vostro potenziale datore di lavoro, domani potrebbe diventare il vostro ex-datore-di-lavoro, quindi mostrare una certa etica professionale e onestà verso l’azienda che state per lasciare non fa certo male.
Non dite cose tipo il mio capo non capisce niente e non vuole promuovermi, ma formulate piuttosto le cose in non si è concretizzata ancora la possibilità… Non dimostratevi senza scrupoli insomma verso chi vi ha dato da mangiare negli anni precedenti anche se non vedete l’ora di lasciarli, non parlate male del posto da cui venite.
Qui calza a pennello un bel parallelismo con le relazioni sentimentali. Diciamo che voi siete single e iniziate una storia con qualcuno, magari poi scoprite che lui/lei era già in coppia, il soggetto dunque inizia a tradire il suo partner per stare con voi e poi magari lo lascia. Ora, voi vi ci mettete insieme, dubiterete mai della sua ferrea moralità sapendo che ha già piazzato le corna a quella con cui stava prima??? E con voi cosa farà???
Ecco, la stessa cosa penserà il vostro nuovo datore di lavoro e si farà un’idea di voi e della vostra loyalty.
Buona fortuna.

VANVEREGGIARE

Ci sono tre amiche in un bar. Che non si vedono da un po’.

Ci sono tre donne. Che iniziano a raccontare le loro vite e i loro stati d’animo. Che fanno le sintesi degli ultimi 3 mesi. Che mettono in prospettiva. Che riassumono, che sviscerano, che descrivono. Che riportano fatti e cose dette. E poi le commentano. Davanti a uno spritz. Due. Tre.

E parlano del nulla e del tutto.

E parlano dei massimi sistemi. Delle relazioni, della vita. Delle donne e degli uomini, dei tempi moderni. Parlano e non è poi importante che si concluda nulla. Non c’è una fine. E’ solo un discorso che rimane sospeso sopra le loro teste, nell’aria del bar, nella nuvola delle sigarette. Che verrà ripreso altre mille volte e portato avanti, che di volta in volta si rianimerà e si evolverà ancora con le donne dopo di loro, nello stesso bar e in tutti i luoghi in cui le donne si parlano.

Però dopo quelle due ore si sentono meglio, e non sanno dire perché, non sanno dire come mai. Che tanto tornano a casa sempre con lo stesso vuoto dentro, con lo stesso peso sul cuore, con la testa che gira, con la gonna spiegazzata. Eppure stanno meglio. Nell’unire le loro ansie, le loro solitudini, le loro crisi, nel confessare le loro pazzie. Si alleggeriscono, si sento uguali. Si sentono diverse e questo le avvicina.

NOTA curiosa sull’origine del termine parlare a vanvera:

http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/parlare-vanvera

TATUAMI ANCORA

Loro dicono: “Io Fedez non lo posso vedere, sembra senza collo, e poi con tutti quei disegni a caso… ti immagini quando sei vecchio con tutta la pelle cadente?”.

Queste sono le argomentazioni della lobby bacchettona delle mie colleghe anti-tatuaggio.

Pochi giorni dopo io arrivo in ufficio malcelando il sesto che ho appena fatto. Discreto, ma visibile. Me lo sono chiesto diverse volte se i tatuaggi mi avrebbero compromesso. Ma il mio lavoro lo so fare e quindi ritengo che non debba essere un problema dell’azienda. Al pari del come ti vesti, io credo, uno si deve rendere conto del contesto in cui si trova, modularsi, ma non deve essere obbligato a snaturarsi se questo non c’entra con il suo lavoro. Ora il punto è in quale punto preciso l’immagine smette di centrare con il lavoro che si fa? Prendete la new wave dei cuochi hipster (io Rubio lo adoro!).

Sembra che essere tatuati sia un must, ora vi chiedo: a qualcuno frega qualcosa se il piatto che mangiate è buono ed è stato fatto da braccia tatuate? Per me anche l’assicuratore o l’agente immobiliare dovrebbero essere liberi di lavorare anche se tatuati.

Alle argomentazioni sull’età io rispondo: “Ma guarda che se sei vecchio la pelle cadente ce l’hai lo stesso con o senza scritte. Se sei vecchio, sei vecchio lo stesso e basta; oppure all’inverso non è che sembri meno vecchio senza tatuaggi.”

Più che altro possiamo parlare del senso estetico se volete. Quello sì. Se ti sei fatto un disegno brutto o fatto male allora mi dispiace per te che ti sei imbruttito, ma che tu abbia un tatuaggio o no non fa differenza sull’invecchiamento. Se è brutto, è brutto da giovane e da vecchio.

Siete comunque convinti che i tatuaggi sono roba da giovani?! Ma questo lo pensate solo perché quelli che hanno i tatuaggi adesso non sono ancora vecchi abbastanza, ma ci stanno arrivando.

Prendi un J-AX che oggi ha 45anni. (E dico lui perchè per me è uno dei primi artisti che associato al concetto di “molto tatuato”) A me pare che porti benissimo sia l’età che i suoi tatuaggi. Quando questi personaggi saranno vecchi e molti vecchi avranno i tatuaggi intorno a voi allora nella vostra testa sarà finalmente una normalità vedere dei vecchi tatuati, è questione di tempo e di generazioni. Tutto qua.

Come le donne che guidano o che votano, che lavorano… sembrava una cosa strana no???

Ti immagini se invece sbiadissero con l’età? Un domani non sarebbe più lui ma un vecchietto qualsiasi. Invece lui è e rimane J-AX anche da vecchio. E questo non è un esempio che vale solo per gli estremi o le rockstar, vale anche per noi povere persone normali. E’ un assunto filosofico: io sono così e sono così perché nel mio cammino ho fatto un percorso che mi ha plasmato, sono caduta e mi sono rialzata, ho sofferto e ho fatto esperienze. Sono cicatrici. Dentro o fuori che siano non importa. Per esempio io ho uno squarcio sul ginocchio che aveva bisogno di punti che nessuno mi ha fatto mettere. E quando sarò vecchia lo squarcio sarà sempre lì. Mi starà male? L’unica differenza che ci vedo sta nella volontarietà dell’atto, ve lo concedo.

A questo proposito vi ricordo che il tatuaggio ha una origine antichissima e profonda. Che dietro la vanità dei nostri tempi e la superficialità che magari vi evoca un corpo alla Giancluca Vacchi, ci sono storie e credenze. Ok, è diventato popolare, è diventato comune, ma è un fatto che quando le cose diventano di/per tutti perdono il loro fascino mistico. Però il senso rimane.

Il tatuaggio è catartico, perché quando soffri in certi momenti della vita senti il bisogno di farti del male, di lasciare un segno, perché poi sai che guarirai e insieme a quella cicatrice nuova ti porterai dietro un pezzo della tua storia.

Loro dicono anche che negli inchiostri ci sono dei metalli e che le micro particelle di queste sostanze poi viaggiano nel corpo e ci fanno ammalare. Non ho mai visto uno studio che provi esistono dei tumori derivati direttamente da questo. Così come ancora non sappiamo bene se le sigarette elettroniche fanno meno male. Eppure, nel dubbio, i vizi ce li avete tutti lo stesso. Vi ricordo che fumate e bevete e mangiate cose che vi intoppano le arterie ogni giorno. Ogni giorno assumete atteggiamenti “a rischio” pensando che tanto di qualcosa si dovrà pure morire. Qualche vizio bisogna averlo. Esattamente lo stesso. Ho fatto una scelta consapevole e mi sono messa dell’inchiostro nella pelle, a lungo andare e per quanto vivrò mi capiterà di a volte di esagerare col bere o di non fare mai abbastanza esercizio. Che cosa mi ucciderà in definitiva non mi interessa; sarà una di queste cose oppure saranno queste cose tutte insieme o una che non c’entra nulla come un aereo che crolla. Tatuaggi o no vi ricordo che si muore lo stesso.

Né più e né meno, sono i piccoli gesti che facciamo che comportano sempre delle scelte e che possono metterci a rischio di qualcosa. Tatuarsi non è proprio come fare uno sport estremo tipo buttarsi con la tuta alare; li sì che mi prendo un bel rischio. Eppure, santissimo il cielo e tutto il firmamento, lasciateci in pace, e che ognuno viva come cavolo gli và.

Se sarò mai una nonna, sarò una nonna scarabocchiata.