Giovanna e il lavoro

Quella che segue è una storia di fantasia. Se fosse vera, del resto, sarebbe fin troppo triste.

Giovanna lavorava da diversi anni in una azienda che era stata generosa con lei in passato.

In particolare le prime persone per cui/con cui Giovanna aveva lavorato erano state “ottimi capi” e avevano creato in Giovanna una certa fiducia nel mondo del lavoro, una certa soddisfazione e aspettativa.

Da qualche anno ricopriva un ruolo in cui era discretamente brava e apprezzata. In particolari tanti colleghi la sostenevano e vedevano in lei una persona con la cosiddetta “stoffa”. Giovanna voleva crescere, aveva ambizioni, era giovane e soprattutto cresciuta dentro una generazione che non concepiva il “posto fisso” né l’immobilità né la stabilità (purtroppo). Certo aveva dei timori, come tutti, il pensiero di rischiare di lasciare le sicurezze per cose nuove a volte la svegliava la notte. La mamma di Giovanna le diceva sempre di non fare pazzie, soprattutto di non lasciare il lavoro prima di averne eventualmente trovato un altro. Solo che, al netto di tutto questo, Giovanna pensava che avere paura e soprattutto non fare le cose che si vogliono fare per paura, era tremendamente noioso e lontano dal suo modo di essere.

Passavano i mesi. Giovanna provava a cambiare lavoro ma non ci riusciva. Giovanna chiedeva di crescere e rimaneva dov’era. Riceveva più compiti ma non più responsabilità. La sua ambizione veniva ripagata con mansioni extra, noiose e di carattere amministrativo. Giovanna soffriva.

Giovanna cercava altre aziende e rimaneva delusa. Giovanna credeva di vivere in un contesto economicamente e industrialmente favorevole, o almeno più favorevole di altre aree geografiche. Credeva che le cose che aveva imparato, la sua caparbietà, la sua volontà, le sue competenze, le sue esperienze all’estero, le lingue che sapeva sarebbero bastate a metterla in luce. Giovanna credeva di avere anche una discreta capacità di presentarsi e rispondere bene ai colloqui, perché alla fine ne aveva fatti tanti e lo aveva imparato come un allenamento.

Però Giovanna non trovava ancora lavoro. Forse proprio per via di quelle cose, forse era troppo qualificata. Forse costava troppo. Un giorno in un colloquio interno le vennero fatte molte promesse, lei le ascoltò senza poterci credere più di tanto perché Giovanna aveva cominciato a perdere fiducia. Le promesse furono disattese. Poi ci furono altri colloqui e le promesse erano sempre più vaghe, le idee nebulose, le proposte fumose… si parlava di corsi e di visite ma i mesi passavano e Giovanna era sempre seduta al suo posto. Soprattutto finché non si fosse cercato di sostituirla, era chiaro che Giovanna non avrebbe potuto lasciare le cose che faceva. Alcuni colleghi di altri sedi quando passavo in ufficio, le chiedevano con stupore come mai ancora non stesse avanzando e lei sorrideva imbarazzata ma non sapeva che dire.

“In questo momento non abbiamo un lavoro per te, non posso tirarne fuori uno come dal cilindro… ma ti vogliamo preparare per quando questa opportunità verrà.”. Giovanna pensò che questo ero un segno definitivo. Una strada senza uscita. Una azienda che non sa che farsene di chi vuole crescere è una azienda che sta morendo. Non c’erano prospettive né orizzonti. Giovanna non voleva accontentarsi. Giovanna aveva sognato dapprima di poter fare un passo di carriera “diagonale”, ma cominciò a considerare che anche “laterale” forse a quel punto poteva bastare, pur di uscire da lì.

Giovanna non era più stressata, era calma anche se sentiva il tempo scivolarle tra le dita. Una donna che vuole fare carriera e magari avere una famiglia deve giocarsi bene le sue carte. Sembra poco, eppure qualche mese qui o lì può fare tanta differenza. Giovanna era solo molto impaziente. Giovanna pensava che le persone che avevano ottenuto risultati, quelli che avevano piano piano scalato certi gradini, erano state sicuramente persone impazienti anche loro, da giovani.

Giovanna sapeva che volere andare avanti, e fare spesso cose nuove, poteva anche non essere necessariamente “giusto” per tutti, che tante persone amavano le comfort zone e ci si volevano accoccolare per anni senza sentire mai quella spinta urgente che sentiva lei. Forse un giorno ci sarebbe arrivata anche lei, ma non adesso, questo lo sapeva, era ancora presto. Non è sempre detto che volere di più faccia bene, anzi, la crescita e il miglioramento vanno legati a un obiettivo e non vanno perseguiti di-per-sé, altrimenti sono malattie dei nostri tempi, dell’ossessione del nuovo dell’uomo occidentale. Giovanna non era (ancora) ossessionata, ma credeva di sapere quello che voleva. Eppure Giovanna passò un anno intero della sua vita in questo limbo. Ogni tanto desiderava essere altrove, rimpiangeva alcune persone e periodi passati, ma non aveva rimorsi. Giovanna cercava lavoro, il lavoro che voleva, e non lo trovava…

FINE

Nota: non sto dicendo che non ci sono cose più importanti di questa o persone in situazioni più gravi, volevo solo raccontare una storia.

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Guardami mangiare – mukbang

L’Asia mi affascina molto. Ogni tanto ho parlato del Giappone, dei sapori e della cultura, di un paese che ho sognato tanto da ragazzina attraverso i libri e che poi quando ci sono stata da grande mi ha stregato.Oggi vi racconto di un fenomeno che come molte altre cose dell’Asia, mi lascia a bocca a aperta, stupefatta, al punto da sentire chiara una voce nella mia testa con un forte accento romanesco che fa: “ma che, davero???”. (vedi sotto *)

Il MUKBANG. Ovvero mangiare in webcam a pagamento (eating + broadcasting). Spopola dal 2009 e si è originato in Corea del Sud (sud è una precisazione superflua perché al nord non possono neanche pensare, figuratevi usare internet.. ma comunque per precisione geografica non fa mai male chiarire).

Ci sono questi personaggi -i BJ broadcasting jockey- che si mettono lì davanti alla webcam, a volte cucinano e poi mangiano, altre volte mangiano e basta, per ore di fila. Ogni tanto chattano live con i propri spettatori tra un risucchio di zuppa e una masticata sonora. (*Per esempio fare rumori col cibo è tra le cose che in Asia sono socialmente accettate e da noi socialmente da evitare). Con le dita unte.

Sono dei personaggi stravaganti ma anche persone abbastanza nella media, persone comuni insomma. Una delle più famose BJ è giovanissima e anche molto bizzarra e giustamente si concia con look stravaganti da cartone animato in perfetta coerenza asiatica manga/anime.

Ma è magra! Nonostante mangi come ci si aspetterebbe da un lottatore di sumo, o da un reduce dell’isola dei famosi, o da un emiliano qualsiasi a pranzo la domenica… E già qui mi viene qualche dubbio sul messaggio che passa e che può essere negativo.

Poi onestamente sapere che i più seguiti guadagnano fino a 10.000 dollari al mese mi sconvolge un po’.


Noi siamo il paese del “cibo come strumento sociale” per eccellenza, i contratti di lavoro, il business, le più delicate discussioni di famiglia, si fanno tutte a tavola. Se porti il fidanzato a conoscere la famiglia è per pranzo o per cena, non certo per il tè!

Invece in Asia dove vige una cultura isolazionista e dove la competizione in tutti i campi -incluso quello sociale- è molto pesante, guardare un altro mentre mangia lo si fa probabilmente anche per compagnia, per scacciare la solitudine, oltre che per voyerismo e qualche altra patologia psichica (a parte gli scherzi in realtà il tasso di suicidi in Corea è altissimo)…

Ma da noi non funzionerebbe mai. Se anche dovesse interessare a qualcuno qui da noi io mangerei volentieri a pagamento!

Oppure in alternativa e come versione sequel potrei filmarmi mentre cerco di perdere tutti i chili che ho accumulato mangiando.

Il cibo nasconde le nostre ansie della società moderna e tecnologica, rivela strani feticismi.

Nel cibo troviamo le consolazioni che i rapporti sociali non offrono (più).

Conosco persone che non vanno a vivere da sole pur potendoselo permettere perché hanno paura di mangiare da soli e quindi stanno ancora coi genitori.

Dopo il porn normale, il foodporn è uno dei termini più cliccati e hashtaggati del web! Dai programmi di cucina alle foto che facciamo dei piatti al ristorante per poi condividerle è tutto un eccitamento dei sensi. Perverso ma lecito.

C’è una sorta di apatia sociale in tutto questo, forse siamo troppo apatici per fare le cose noi da protagonisti che dobbiamo colmare i vuoti guardando gli altri farle. Cucinare, mangiare, il prossimo livello sarà guardare gente che dorme.

Adesso c’è addirittura un programma in cui si guardano le persone guardare la TV. Guardare la TV è già il massimo dell’inattività di per sé, se viene poi portata al cubo perché guardi gli altri guardare… non rimane che una radice cubica della nostra essenza, un numero infinitamente piccolo e insignificante che rappresenta la nostra esistenza. 

Buon appetito.

“Aripijateve”