LASCIARSI

Va tutto bene, va tutto bene…
Non è morto nessuno e nessuno morirà, nemmeno tu, nemmeno io.
Stiamo tutti bene di salute e quindi non è grave.
E’ solo una fine. Come altre. Solo un punto. Che cos’è un punto, in fondo.
Non esiste un “lasciarsi bene”, perché lasciarsi è una rottura, e per rompere le persone forzano, calcano la mano, diventano altro. Nel lasciarsi c’è la trasfigurazione. Come fa qualcuno che era così “chiaro e trasparente” (cit. Battisti) per te a diventare il tuo peggior nemico? Eppure.
Lasciarsi fa sempre schifo e basta.
Nel rispetto di questa e di tutte le storie e di quello che uno hai provato, spero che, nella narrativa del lasciarsi, sarai pulito. Sarai onesto. Almeno con te stesso.

Nessun messaggio del buongiorno, né il bacio della buonanotte.
Durante il giorno sto anche bene, lavoro, faccio le mie cose. Ci sono però dei momenti netti in cui tu occupavi degli spazi con la tua presenza fisica o immateriale, sono come i vuoti d’aria in aria, il cielo è sereno ma d’improvviso precipiti.
E poi la sera mi viene l’ansia, non riesco a dormire e mi imbottisco di Fisioreve. (Dopo un mese, però, le goccette sono finite e ho recuperato un sonno decente.)

Nessuno-cambia-mai-nessuno, non si tratta di identità, si tratta di azioni, si tratta di voler fare dei compromessi, si tratta di avere una visione comune.
Questa volta però, anche se non ero preparata, almeno sono equipaggiata.
Non mi darò tutte le colpe in un tentativo di autodistruzione, come avrei fatto invece una volta.
Questa volta non è colpa mia. (Neanche tua). E’ andata così e basta. Non voglio vivisezionare questo corpo ancora tiepido, non adesso, ci penserò domani a dare un ordine ai perché. Un senso ai come mai (cit. 883). Questa volta lo accetto. Perché prima lo accetto, prima posso andare avanti.
E io non ho tempo da perdere, non ho tempo per essere triste.
Devo vivere, io. Ho da fare.
Quel vuoto che era pesante, adesso è a poco a poco più pieno.
Di cose mie, del mio tempo. Di gesti per me.

Andate e ritorni.
Quando mi sembra di aver fatto dei piccoli passi poi ci sono giorni in cui mi sorprendo a piangere per tutto.
Piango forte, piango tanto. Lascio scorrere. Mi lascio attraversare.
Nonostante tutto penso che ce la farò.
Non sono più triste. Sono delusa, soprattutto, e arrabbiata.
E poi, sì, ho paura, di non capire domani e di sbagliare con qualcun altro. Questo non so come aggiustarlo. Perché diventano sempre più complicate le relazioni, il mettersi in gioco, con il bagaglio che si fa più pesante.
Lo dò al tempo, questo compito, che ci pensi lui.

Va bene lasciarsi, ma quando mandate a puttane i mondi degli altri, – vorrei chiedervi – fatelo con garbo, fatelo con grazia, fatelo piano.
Ti ho davvero amato, come meglio mai ho saputo fare nella mia vita.
Tutte le tue differenze, i tuoi grassetti che cercavo di rendere corsivi, i tuoi spigoli su cui continuavo a sbattere gli stinchi.
Mi dispiace solo che non sia stato abbastanza.

TU mi hai lasciato, ma IO invece quando ti ho lasciato?! E’ la vera domanda…

Annunci

Riflessione sulla felicità

Mi avevano detto che dovevo essere felice. Che quello era il mio compito. La mia missione.
Ma non mi avevano detto che la felicità non era il punto di arrivo, ma il percorso.
Per me la felicità non è l’attimo di gioia, ma il viaggio.
La stessa differenza che intercorre tra dolore (acuto) e sofferenza (cronica).
La felicità non è il brivido estemporaneo, la felicità è piuttosto essere contenta.
La soddisfazione delle piccole cose che accadono ogni giorno, la riflessione sulle relazioni che piano piano crescono e maturano.
La felicità è una sensazione diffusa di benessere.

Diego Contento

Convalescenza

Ciao, sono giunta agli sgoccioli della mia convalescenza postoperatoria (che dovrebbe aver risolto la mia sinusite cronica – il dottore dice: sentirai per un po’ una sensazione di apertura finche la mucosa non si adatta… più che altro io sento uno sfondamento, come se avessi delle autostrade tedesche a 6 corsie nelle vie respiratorie dopo 20 anni di trazzere. Si, se ve lo state chiedendo, ha fatto male, molto male, come se mi avessero preso a pugni in faccia per giorni, però adesso è passato.).

Avendo a disposizione due settimane ho letto due libri e guardato almeno 20 film, ho fatto il pane, le tagliatelle, creato una nuova playlist su ITunes e pensato molto.

Tra cui le seguenti cose.

Mi fa sorridere che per mia sorella la mia condizione di “essere single” sia ormai come una legge immutabile e si dà per scontato che non cambierà più. Senza speranza. Perchè non mi chiede mai se ci sono delle novità. E’ come un morto in famiglia di cui non parliamo per tabù. Certo, d’altro canto, meglio dell’asfissia delle zie siciliane che come nel Padrino mi guardano a lungo e poi sussurranno “ancora nente?”, alzando il mento. Io rispondo con lo schiocco siculo del palato che fa un suono tipo “ntzz” e vuole dire no. Poi loro aggiungano che pregano per me e io mi sento molto sollevata.

Mi meraviglia e mi affascina la logica ferrea dei bambini perchè mia nipote continuava a chiedermi cosa mi ero fatta non capendo perche uno dovrebbe andare di sua spontanea volontà all’ospedale se non si è fatto male prima. E quindi ha raccontato a tutti che ero caduta dalla biciletta e mi ero fatta male al naso.

E’ tremendamente vero che quando sparisci dalla faccia della terra (e cioè in realtà da facebook e whatsup e instagram per giorni consecutivi) si fanno vive le persone che ti vogliono davvero bene. E così volenti o non volenti si fa un piccolo check delle proprie relazioni.

La mamma è sempre la mamma. Per questo sono venuta a casa sua invece di stare da sola nel mio appartamento. Perche così lei ha avuto qualche buon motivo è ha potuto sbuffare un po’, farmi il letto, cucinare, e poi farmi staccare e rimettere tutte le tende e infine fare da manichino per le sue creazioni sartoriali.

Stare fermi, non avendo nulla da fare per ore e per giorni ti fa apprezzare e allo stesso tempo ti terrorizza pensando al ritmo normale a cui sei abituata a vivere.

Ho capito che il dolore fisico è relativo. Il vero problema è quando il corpo è sottoposto a uno stress prolungato, è lo sfinimento che logora, non il dolore di per sè. E il dolore si dimentica, il che a distanza di qualche giorno mi dà di nuovo fiducia sulla possibilità remota di -forse, un giorno- partorire… perche uscendo dall’ospedale invece ero estremamente convinta che l’adozione era la soluzione milgiore!

Ah, se volete qualche titolo di film ve ne metto alcuni meno noti:

Loro chi? (commedia/action italiana)

How do you know – come lo sai (commedia americana)

Cena tra amici (commedia francese) rifatta anche in Italia e intitolata Il nome del figlio – ho guardato entrambe le versioni

Il fascino indiscreto dell’amore (commedia ambientata a Tokyo)

La teoria svedese dell’amore (documentario)

Comandante e Looking for Fidel (due documentari di O. Stone, sto studiando per il mio prossimo viaggio a Cuba…)

La famiglia Belier (commedia francese)

La misura del dolore

Ho letto da qualche parte che le persone coi capelli rossi tendono a sanguinare molto piu’ degli altri e hanno anche una soglia del dolore piu’ bassa perche hanno una vascolarità piú sviluppata e piú terminazioni nervose (tra parentesi si avvicina il RedHeadDay di Breda, vi faro’ sapere…).
Io ogni tanto -tra le due milioni di domande che faccio a me stessa al giorno- mi chiedo anche quanto soffro, quanto sono in grado di sopportare. Premesso che essendo anche un Ariete super testardo se mi devo mettere in competizione con qualcuno mi so spingere molto in la’ pur di averla vinta, tipo che se facciamo a gara di pizzicotti manco morta che cedo per prima. Ma quando siamo io e io, tra me e me, fino a dove sopporto?
Se vediamo qualcuno che va avanti nelle difficolta’ o nella malattia stoicamente, pensiamo alla forza, cioè viene da sè: chi sopporta il dolore è forte. Il dolore fortifica (non uccide, grazie Nietzche). Io penso di essere forte, e soprattutto voglio
essere forte e voglio che gli altri riconoscano che è cosi’.
Sapete che scientificamente il dolore non è misurabile? Sono stati fatti moltissimi test e si è anche cercato di stabilire una specie di scala la cui unità di misura è chiamata “Dol”. Ma non ci sono abbastanza prove scientifiche. Perchè il dolore è una espeienza assolutamente personale. Il dolore è dato tecnicamente da una stimolazione nervosa al cervello, ma in questo processo concorrono cosi’ tanti altri fattori psicologici e ambientali che è troppo complesso da misurare. Soprattutto quello a cui penso spesso è che la vera misura del dolore è data in gran parte dalle precedenti esperienze, ovvero dalla paura del sentire qualcosa che si conosce già come negativo. La paura dovrebbe proteggerci e farci sopravvivere per vederla in senso darwiniano stretto. Come uno che si brucia col fuoco una volta, all avvicinarsi delle fiamme, una seconda volta le eviterà. Normalmente le persone che hanno avuto un brutto incidente -per esempio in moto- anche se non era colpa loro, una volta realizzata la pericolosità, immagazzinata l’ esperienza, lo shock e le pene patite, smettono di andare in moto. Ovvio che poi al mondo ci sono come sempre le eccezioni, persone che per “sprezzo del pericolo” -si dice- continuano a ripetere sempre quelle cosa anche se li ha già feriti, nell’intento di raggiungere un obiettivo, una performance, un’idea.
E quindi veniamo al dunque. L’unica via che vedo per salvare l’amore è quella di comportarsi incoscientemente, come i secondi soggetti che ho descritto. Solo che il vero motore che i piu’ non capiscono, non è tanto lo “sprezzo” -cioè la non curanza del pericolo, ma la consapevolezza che non esiste alternativa. Che il dolore è l’unica esperienza davvero irrununciabile e che esso stesso è linfa vitale dell’amore. Se nella reale vita di tutti i giorni uno cerca di evitare di andare a sbattere contro i muri o di schiacciarsi il dito nella portiera, nella vita sentimentale tutto cio’ è assurdo. Non si puo’ evitare, non ci si puo’ rifiutare. Non ci si puo’ proteggere. Pertanto il dolore non puo’ tramutarsi in paura, ma deve farlo in forza.
Io generalemente sono una un po’ cauta e soprattutto tendo a star male non tanto per il fatto in sè che mi accade one-off, ma per una cosa che riconosco e so che sta per arrivare: tipo quando ti rendi conto che per l’ennesima volta stai per farti male nello stesso identico punto, ecco quella volta li’ ennesima a me fa molto piu’ male di tutte le altre prima. E in generale rifuggo dal ripetere certe esperienze.
Poi pero’ stavo rileggendo per caso (ma anche perchè io sono un’incurabile nostalgica) una vecchia lettera del mio ex e guarda un po’: fa di nuovo male. Uno dice: “ma è cosi’ tanto tempo fa…”, eppure parola per parola tutto torna presente, l’esperienza prende vita di nuovo. Solo per me. Allora sono andata piu’ indietro ancora coi ricordi, e anche quell’altro faceva male (tanto per testimoniare a me stessa che non era l’idea di quella persona in particolare, ma l’amarezza del vissuto in sè). Mi sono stupita che faccia male una cosa di cui non ci ricordiamo neanche piu’ il motivo, dopo che è passato cosi’ tanto tempo e non so nenache piu’ spiegare il perchè e il per come ando’ cosi’, eppure brucia. Brucia il ricordo di aver sofferto, il solco tracciato delle lacrime di allora, risentire quella persona che ero. Brucia il solo sapere di esser stati male, anche se le regioni non importano piu’. E cosi’ andiamo avanti con questo bagaglio, questa memoria dello struggimento (come gli amputati che sentono male all’arto inesistente), eppure vogliamo amare ancora.
Una vocina dentro di me protestava: “Ma chi me lo fa fare?” Sto cosi’ bene adesso, protetta e tranquilla. In equilibrio. Lontana dal rischio e senza ebbrezza, senza espormi alle intemperie dell’animo e pertanto senza neppure gioire delle sue alte vette…
Per alleggerire un po vi segnalo questo simpatico video-dilemma.