OVERDUE

…Sembra un concetto poco scientifico, un’idea astratta, una cosa detta per dire, un argomento per un articolo di TU STYLE, un cliché a cui molto uomini non credono per niente e neanche alcune donne (che la ritengono una bufala finché non lo provano sulla loro pelle)…

Neanche io ci credevo tanto… finché un giorno così all’improvviso, ti mettono in braccio un bambino, un figlio di una cara amica o una nipotina -come nel mio caso- e lo senti montare dalle viscere come una peperonata mal digerita, un effetto caldo, come un bruciore di stomaco, avvolgente come una vampata ormonale: eccolo lì, si materializza L’ISTINTO MATERNO.

Quando ho preso in braccio la mia seconda nipotina per la prima volta ho capito cos’era. Non basta vedere un bambino carino e simpatico, bisogna proprio averlo tra le mani. Con la prima non mi era successo, certo mi faceva tenerezza, ma non mi è venuta la chiara sensazione che un esserino come quello potrebbe un giorno essere il mio, forse perché ero più giovane ed ero ancora in una fase della vita più instabile. Questa volta è come se nel mio cervello fosse comparso un maxischermo con le scritte pubblicitarie scorrevoli e luminose, a caratteri giganti correva intermittente: “ATTENZIONE! SEI UNA MADRE “IN POTENZA” – APPLICATIVO MADRE CHARGING: 70% COMPLETED…”

Mi ha colto alla sprovvista una sensazione di fragilità emotiva impastata con la tenerezza più mielosa, un senso filosofico del tutto misto al realismo della caducità del presente, un impeto di protezione assoluta da mamma supereroe e/o da pubblicità di dentifricio Total 24hsu24, interrotto nel momento clou da un pianto acustico in dolby surround che rende isterici dopo 10 secondi. Il volume sonoro dei bambini neonati che piangono è abbastanza inquietante. La natura ha pensato bene di farlo così per smuoverti da qualsiasi cosa tu stia facendo e accorrere con urgenza per placarlo. E’ un suono che mette a disagio. Che quando sei in aereo ti volti a capire da dove provenga quando sai benissimo che è solo un bambino, ma devi comunque sincerartene con gli occhi.

Poi ho pianto per tre giorni (non consecutivamente ma a intervalli, un po’ senza un apparente motivo, mi commuovevo a ripetizione) e mi sono interrogata sul senso della vita e non riuscivo a smettere di immaginarmi come deve essere diventare genitore.

E’ in questi precisi momenti che allora capisci il senso della parola overdue. Al lavoro è una parola che sentiamo spesso quando i clienti non pagano in tempo. Ma ben altro è sentirsi overdue come essere umano. Come donna. overdue

Adesso mi è passato, per ora. Non so dire con certezza se nel mio futuro ci saranno dei figli, me lo immagino per curiosità, ma non ne sono completamente sicura. Del resto viviamo in una società in cui i tempi sociali sono ormai molto sfasati rispetto ai tempi naturali. Si può fare un figlio a 40 anni, anche se non è ideale. Perciò mi illudo di avere ancora tempo. Ma forse ora capisco cosa significa quando senti parlare di questa urgenza del corpo. Capisco le donne che sospirano ripetendosi: “Siamo oltre la scadenza, siamo in ritardo.”

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(Wordreference.com)

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CAFFE’ CALMO

Venerdì mattina. Sveglia ore 6.10. Appuntamento per esami del sangue e urine ore 7.00.

Ore 6.50 fila davanti all’ambulatorio con altri 5 anziani, 3 signori e 2 signore. Mi prendono 4 provette con 4 tappi colorati, l’infermiera è brava e non mi fa per niente male; ma nonostante abbia premuto forte per qualche minuto quando mi rimetto in macchina la maglia mi si macchia di sangue.

Ore 7.15 sono già fuori e decido per una bella colazione al bar come premio prima di andare in ufficio. Ho finito talmente presto che il permesso PAR che ho chiesto neanche mi servirà perché sarò al lavoro anche prima del solito.

Sì, vado in quel bar dove un mio amico mi ha detto fanno degli ottimi cappuccini cremosi, devo fare una piccola deviazione dal percorso, ma ho tempo e poi ne vale la pena, dice lui.

Entro. Metà del locale ha dei lavori in corso per ampliamento. Penombra. C’è una signora che strilla in continuazione correndo da un lato all’altro del banco, da un lato ci sono le brioche e da un lato consegna i caffè. Non mi fa neanche guardare bene l’offerta esposta: PREGOOOO, LEI?? COSA PRENDE??? COSA LE DO? PER LEIIIII????

E un altro signore dietro il banco che continua a chiamare caffe e cappuccini a destra e sinistra. Tutta questa ansia mi sembra eccessiva, ci sono pochi clienti e sono assonnati e tranquilli come me, qualche operaio, qualche pensionato, qualche giovane. Non mi sembra che nessuno stia per morire o voglia consumare il pasto tipo pit-stop Formula 1 in 0.8 secondi netti. Eppure loro continuano a urlare e lanciare caffé qua e là e sbattere in faccia le brioche alla gente dicendo: PREGOOOOOOOOO!!!!! DICAAAAAA!!!!

Io mi immaginavo di sedermi in uno di quei posti all’americana, su un divanetto morbido, di sentire in sottofondo una musichetta lounge o al massimo la radio e bermi il mio cappuccino in pace. Invece ho avuto proprio fretta di andare via, di scappare, ho bevuto in piedi, ho pagato subito e sono tornata alla macchina tristissima.

Volevo un momento per me. Per riconciliarmi col mondo. Già è abbastanza imbarazzante presentare la propria pipì in una provetta a degli sconosciuti di mattina presto con altre persone in fila che ti guardano (chiedendosi se la gradazione del giallo sia quella giusta per dare l’impressione che io sia fondamentalmente sana…).

Sono piccole cose che fanno le differenza. In questo caso una differenza netta in negativo. Se solo questi gestori si rendessero conto dell’ambiente che hanno creato senza nessuna ragione valida. Immagino sia così tutti i giorni perché sono abituati a pedalare, senza dubbio, perché loro lavorano eh… Certo, ma a volte basterebbe fermarsi e guardarsi introno e ricalibrare un poco.

Martina

Cara Martina,

Sei nata il 26 luglio 2017. Era mercoledì. Io ero al lavoro e in assenza delle mie colleghe in ferie avevo tante cose da fare ed ero anche un po’ arrabbiata per certe situazioni che si trascinano. Sfioravo quasi un esaurimento per l’assenza di vacanze al mare di quest’estate 2017 che per sempre ricorderò. La nonna Silvana era al mare con tua sorella Viola e la zia Marina. Viola faceva tanti bagni coi braccioli e giocava con le amiche del mare Gioia e Matilde. Aveva anche già imparato a tuffarsi di faccia tappandosi il naso.

Alle ore 10.44 mi è arrivato un messaggio con la tua prima foto: “E’ NATA!”. Subito ho pensato che tua mamma lo avesse fatto un po’ apposta perché non ci voleva intorno a metterle ansia, e fosse andata in ospedale dai suoi colleghi senza dirci nulla, invece sei stata tu da sola che avevi fretta di nascere, non troppa, ma un pochina sì. Sembra che tuo papà si fosse svegliato nel cuore della notte un po’ confuso, mentre la mamma diceva “dai, andiamo” lui ha anche chiesto “dove???”.

Sei stata brava a nascere e stavi bene, ti hanno vestita subito elegante con un vestitino bianco a pois blu e anche con la tutina di Winnie Pooh il giorno dopo. Winnie Pooh è sempre stato il mio preferito.


Al mare tua sorella aveva fatto un calendario con il conto alla rovescia per incontrarti. Quando quella sera Viola è arrivata in ospedale, era emozionatissima e ha obbligato tutti a cantarti tanti auguri, però sottovoce per non disturbarti. Eh già, il tuo primo compleanno, anzi il compleanno zero. Il 26 luglio si festeggia Sant’Anna, poi è anche il compleanno del pittore realista Camille Corot, di Sandra Bullock e Mick Jagger. E da adesso in poi il tuo.

Sabato pomeriggio sono venuta a Udine a vederti con Fabio e tu dormivi. Quando ti ho preso in braccio e ti ho parlato, hai un po’ aperto gli occhi grigio-blu che erano tutti ancora appannati e ti ho detto: “Ciao Martina, questa macchia che vedi è la zia Laura!”. Infatti dubito che tu vedessi molto, Valentina dice che vedi anche in bianco e nero i primi tempi.

Non sono più la zia-ricca-svizzera di quando è nata Viola quattro anni fa, sono la zia-povera-italiana, ma vedrai che ti farò lo stesso tanti bei regali e ci vorremo tanto bene. Ti ho detto tante cose e anche quelle che non ti ho detto tu le hai capite, e mi hai ascoltato, ed eri tranquilla, lunga solo come il mio avambraccio, e poi hai anche mangiato un pochino tenuta da una sola manona del tuo papà, e poi sei tornata a dormire.

Dormi, piangi e mangi sono le sole tre cose che fai per adesso. Neanche sorridi veramente, ma noi quando fai le smorfie che sembrano sorrisi già ci immaginiamo come sarai quando finalmente sorriderai e potremmo farti ridere e giocare.

Incastonata come una gemma nel tuo cuscinone di Minnie a forma di U, avvolta in una copertina rosa che non si muoveva neanche, cercavo di scorgere gli impercettibili sbuffi del tuo piccolo respiro. Quel nasino con la narici talmente piccole ma perfette, sei piccola ma finita, una meraviglia che mi sorprende.

Avevi tanti capelli neri ed eri anche pelosina. Le manine tese che stiracchiandole tendevano tutte le tue cinque ditina a forma di stella, ognuna con la sua unghietta. I piedini piccoli ma lunghi farebbero pensare che sarai alta anche tu.

Viola nei giorni seguenti ha iniziato a raccontare a tutti con grande orgoglio che adesso era diventata “una sorella maggiore”, però aveva anche un po’ paura dei tuoi pianti. Dopo una settimana mi ha detto: “se le dai il ditino Martina lo stringe forte forte.” Però ha già iniziato a difenderti sempre e si prenderà cura di te.

Sai Martina, quando sono nata io, Valentina che aveva 5 anni e si era appena svegliata ha solo detto imbronciata: echissenefrega. Vuoi mettere la tua nascita con la mia???

E stata un’estate con tanti incendi, temperature altissime da caldo record e conseguenti bufere e temporali. Si discuteva dei migranti, degli accodi con la Libia, dell’acqua che mancava a Roma per la grande siccità. I parlamentari stavano per discutere finalmente dei tagli sul vitalizio ma poi all’ultimo hanno detto “fa caldo, andiamo in vacanza” e non se parla -di nuovo- più. Trump, a capo degli USA, sfiorava una crisi nucleare con la Corea del Nord. I Veneti e i Friulani litigavano su chi dei due avesse davvero inventato il tiramisù.

E così sei venuta al mondo, senza sapere niente. Pensandoti forte, da Modena a Udine, nella tua fragilità e piccolezza mi viene da dire –ma che ne sai tu– che non sapevi quasi neanche respirare, né mangiare, eppure ogni giorno impari qualcosa e imparerai tanto, e spero che questo mondo non ti corrompa troppo e sia delicato con te che sei rosa e morbida e carina e profumi di nuovo.

Con tanto amore, la tua zia Laura.

 

 

FUROSHIKI

Eccomi di nuovo a dilungarmi sull’Asia. Perdonatemi ma non posso proprio farne a meno.

Ma quanta poesia c’è in Giappone???

Infatti torno a parlarne per un’altra usanza secondo me bellissima.

L’arte di avvolgere vari oggetti piegando un foulard -tradizionalmente quadrato e chiamato furoshiki appunto- per il trasporto dei vestiti, del pranzo nel classico bentō o di un dono (in questo caso la stoffa si predilige di seta o comunque pregiata). Le stampe di queste stoffe sono coloratissime, con vari disegni e hanno anche una simbologia particolare.

Di questi fagottini elegantemente piegati e annodati ce ne sono davvero di bellissimi!


Mi fa pensare a una certa distinta delicatezza che i giapponesi hanno come fosse una loro marcia in più. Un ingrediente segreto che è rappresentato dalla cura che loro mettono nelle cose e in certi dettagli.

Io non so fare bene i pacchetti dei regali, anche perché lo trovo inconsciamente inutile e quindi non ci ho mai messo impegno a imparare bene. La mia è una visione “utilitaristica”: siccome poi il regalo lo scarti e lo usi il pacchetto è di per se una cosa che va gettata e quindi non merita molta attenzione. In questo forse dovrei decisamente essere un po’ più aggraziatamente giapponese…

Quanta ritualità tradotta in gesti semplici eppure così sacri mi meraviglia, adoro questo loro modo di mantenere vivi e far sopravvivere queste tradizioni antiche all’interno del loro stile di vita modernissimo e frenetico.

L’attenzione per l’ambiente e la sensibilità per l’ecologia ha portato il governo nel 2006 a promuovere una campagna per rinnovare l’uso di questa tecnica di trasporto distribuendo uno speciale furoshiki “green” stampato e ricavato da bottiglie PET riciclate. Questo speciale versione è stata chiamata mottainai furoshiki, e qui riemerge tutta la poesia nipponica, infatti mottainai significa il dispiacere per qualcosa che diventa un rifiuto senza averne sfruttato pienamente le potenzialità.

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Sembra che questo “fazzoletto” fosse nato proprio per raccogliere gli indumenti quando i giapponesi iniziavano a frequentare i bagni pubblici (Onsen e Sento) e quindi evitavano in questo modo che gli abiti fossero confusi con altri o persi. Un rituale (quello del bagno e della purificazione) che conduce all’altro.

Il Giappone ha una cultura ricchissima e affascinante come poche: penso alla cerimonia del tè dove un gesto che sembra così banale per noi occidentali superficiali assume rilevanza di pratica spirituale zen e di massima espressione estetica attraverso i fiori (Ikebana) e la disposizione degli oggetti (braciere, ciotole, strumenti ecc.); poi penso ai templi e ai santuari, ai samurai, alla fioritura dei ciliegi (Sakura)… ne avremmo di cose di cui parlare…

C’è in Giappone una spiritualità ineguagliabile che non ho (ancora) trovato altrove.

https://it.wikipedia.org/wiki/Furoshiki

http://www.giapponeinitalia.org/furoshiki-cento-usi-di-un-quadrato-di-stoffa-2/

http://furoshiki.com/techniques

Guardami mangiare – mukbang

L’Asia mi affascina molto. Ogni tanto ho parlato del Giappone, dei sapori e della cultura, di un paese che ho sognato tanto da ragazzina attraverso i libri e che poi quando ci sono stata da grande mi ha stregato.Oggi vi racconto di un fenomeno che come molte altre cose dell’Asia, mi lascia a bocca a aperta, stupefatta, al punto da sentire chiara una voce nella mia testa con un forte accento romanesco che fa: “ma che, davero???”. (vedi sotto *)

Il MUKBANG. Ovvero mangiare in webcam a pagamento (eating + broadcasting). Spopola dal 2009 e si è originato in Corea del Sud (sud è una precisazione superflua perché al nord non possono neanche pensare, figuratevi usare internet.. ma comunque per precisione geografica non fa mai male chiarire).

Ci sono questi personaggi -i BJ broadcasting jockey- che si mettono lì davanti alla webcam, a volte cucinano e poi mangiano, altre volte mangiano e basta, per ore di fila. Ogni tanto chattano live con i propri spettatori tra un risucchio di zuppa e una masticata sonora. (*Per esempio fare rumori col cibo è tra le cose che in Asia sono socialmente accettate e da noi socialmente da evitare). Con le dita unte.

Sono dei personaggi stravaganti ma anche persone abbastanza nella media, persone comuni insomma. Una delle più famose BJ è giovanissima e anche molto bizzarra e giustamente si concia con look stravaganti da cartone animato in perfetta coerenza asiatica manga/anime.

Ma è magra! Nonostante mangi come ci si aspetterebbe da un lottatore di sumo, o da un reduce dell’isola dei famosi, o da un emiliano qualsiasi a pranzo la domenica… E già qui mi viene qualche dubbio sul messaggio che passa e che può essere negativo.

Poi onestamente sapere che i più seguiti guadagnano fino a 10.000 dollari al mese mi sconvolge un po’.


Noi siamo il paese del “cibo come strumento sociale” per eccellenza, i contratti di lavoro, il business, le più delicate discussioni di famiglia, si fanno tutte a tavola. Se porti il fidanzato a conoscere la famiglia è per pranzo o per cena, non certo per il tè!

Invece in Asia dove vige una cultura isolazionista e dove la competizione in tutti i campi -incluso quello sociale- è molto pesante, guardare un altro mentre mangia lo si fa probabilmente anche per compagnia, per scacciare la solitudine, oltre che per voyerismo e qualche altra patologia psichica (a parte gli scherzi in realtà il tasso di suicidi in Corea è altissimo)…

Ma da noi non funzionerebbe mai. Se anche dovesse interessare a qualcuno qui da noi io mangerei volentieri a pagamento!

Oppure in alternativa e come versione sequel potrei filmarmi mentre cerco di perdere tutti i chili che ho accumulato mangiando.

Il cibo nasconde le nostre ansie della società moderna e tecnologica, rivela strani feticismi.

Nel cibo troviamo le consolazioni che i rapporti sociali non offrono (più).

Conosco persone che non vanno a vivere da sole pur potendoselo permettere perché hanno paura di mangiare da soli e quindi stanno ancora coi genitori.

Dopo il porn normale, il foodporn è uno dei termini più cliccati e hashtaggati del web! Dai programmi di cucina alle foto che facciamo dei piatti al ristorante per poi condividerle è tutto un eccitamento dei sensi. Perverso ma lecito.

C’è una sorta di apatia sociale in tutto questo, forse siamo troppo apatici per fare le cose noi da protagonisti che dobbiamo colmare i vuoti guardando gli altri farle. Cucinare, mangiare, il prossimo livello sarà guardare gente che dorme.

Adesso c’è addirittura un programma in cui si guardano le persone guardare la TV. Guardare la TV è già il massimo dell’inattività di per sé, se viene poi portata al cubo perché guardi gli altri guardare… non rimane che una radice cubica della nostra essenza, un numero infinitamente piccolo e insignificante che rappresenta la nostra esistenza. 

Buon appetito.

“Aripijateve”

Sul pensiero critico e i vaccini

Prendete quello che ho scritto per un momento di riflessione, senza polemica.Operando online in qualsiasi forma abbiamo delle responsabilità su quello che postiamo o linkiamo che siano foto, video o contenuti di testo. Quando si toccano argomenti delicati non si può essere superficiali, non basta fermarsi alla prima fonte. Piuttosto di postare qualcosa di cui non siamo sicuri è meglio lasciar stare, secondo me. Ultimamente penso che più che “nell’era dell’informazione digitale” in realtà viviamo nella disinformazione. Navighiamo in un mare in cui galleggiano una maggioranza di fake news e cose distorte mentre le notizie vere, i fatti, sono la minoranza, sono difficili da trovare e identificare.

Tutti conosciamo l’uso dei cookies e il nostro computer e smartphone sembra che ci leggano nella mente proponendoci sempre un certo tipo di pubblicità o facendoci rivedere cose che abbiamo cercato in precedenza. Questi sistemi di tracking delle nostre preferenze costituiscono strumenti potentissimi; quando facciamo una ricerca online crediamo di visualizzare “tutti i risultati”, in realtà internet ci propone cose che confermano sempre il nostro pensiero o quello che abbiamo già cercato.

Fate una prova, cercate una teoria qualsiasi e aprite diversi link e poi dopo un po’ provate a cercare il suo contrario, troverete comunque i primi siti aperti riproporsi.

Faccio questa premessa perché credo che dobbiamo cercare di gestire consapevolmente questa manipolazione. È vero che abbiamo l’accesso a internet ed è già un grande sintomo di libertà rispetto a tanti paesi in cui vige la censura (presto metterò un post sul mio viaggio a Cuba, e un esempio recente è la Turchia dove a fine Aprile dal governo è stata oscurata Wikipedia), ma non tutto è davvero libero come sembra.

Non volevo parlare di vaccini, ma poi ho fatto una riflessione. Mi sono accorta che il nostro cervello funziona un po’ allo stesso modo di internet. Cerchiamo per natura le conferme alle cose che ci fanno stare bene con noi stessi, che sono coerenti col nostro sistema di valori perché confermare quello che crediamo già è più comodo e più facile rispetto a mettersi in crisi e cambiare vedute. Credere una certa cosa ha senso e valore per noi perché all’uomo non piace sentirsi perso, confuso e insicuro.

Nasciamo e cresciamo in un certo ambiente in cui formiamo le nostre opinioni e orientamenti. Abbiamo sempre una base di partenza che è la nostra educazione ed esperienza. Faccio l’esempio pratico col tema “vaccini”: se la mia esperienza è sempre stata positiva cercherò di confermare a me stessa che è una cosa buona farli. Se poi un giorno ho avuto una forte reazione a un vaccino, una esperienza negativa mi segna allora cercherò le prove per dire che fanno male, cercherò di capire perché e trovare legami e teorie a sostegno di questo e la mia opinione forse muterà. La maggior parte delle volte però l’uomo ragiona per causa/effetto in sequenza temporale, invece gli studi scientifici non sono così, sono complessi elaborati e vasti.

Mia sorella è un medico e in generale io mi fido della scienza, della medicina e della ricerca. Quando però un tema diventa così controverso e sotto i riflettori, mi faccio naturalmente delle domande, anche se sono sempre stata portata a pensarla in un modo per educazione e influenze dell’ambiente, cerco di essere critica e per dover di cronaca verso me stessa leggo anche le teorie opposte per vedere se mi convincono.

Video te lo spiego:
https://www.youtube.com/watch?v=rDcGRvWvXl0

Il falso legame tra vaccini e autismo è storia vecchia su cui non mi soffermo, eppure è una bufala che ancora sopravvive e ed è durata tantissimo.

Invece, a proposito del nuovo vaccino (non obbligatorio) contro l’HPV sul mercato da circa 10 anni, ho cercato e letto molto; essendo piuttosto recente gli studi “a posteriori” hanno bisogno di più tempo e anche di più dati, nel frattempo non si è potuta scientificamente dimostrare la correlazione tra vaccino e l’insorgere di malesseri o malattie in alcune ragazze (se non per un ragionamento semplice di sequenza: prima stavo bene, poi ho fatto il vaccino, poi stavo male, allora è colpa del vaccino.) Ci sono comunque molte questioni aperte e questo vaccino HPV merita certamente ancora attenzione e approfondimenti; si dice che è stato commercializzato in modo affrettato e propagandistico, allarmando troppo la popolazione e senza presentarne chiaramente rischi e benefici. Io non ho ancora una opinione definita perché le informazioni sono ancora troppo poche, però si tratta solo di un tipo particolare di vaccino, non può pertanto rappresentare la scusa anche per contraddire tutti gli altri che hanno combattuto ormai da centinaia di anni diverse malattie epidemiche.

Faccio un piccolo salto logico. Sapete per esempio che esistono persone che dicono che i tumori non esistono (hameriani) ? Sono come i revisionisti che dicono che l’olocausto non c’è stato. Infatti a poco a poco vengono radiati dall’albo. Eppure in qualche modo anche le cose assurde e oscene acquistano nel mondo di oggi forza e sostegno e riescono a propagarsi e a diventare fonte di “informazione” che molte persone ritengono attendibile e diffondono a loro volta.

A me al solo sentire la parola “revisionista” vengono i brividi. Provo terrore al pensiero che le persone si possano lasciare convincere da chi crede di dover correggere la storia e le ideologie in modo pericoloso e sovversivo.

In internet tutti possono diventare esperti di una materia perché non c’è un filtro di “autorevolezza”, tutti possono intervenire nella stessa arena. Se vado a un congresso sui tumori direi che ho più probabilità di sentire parlare persone competenti invece che on online. E poi è abbastanza facile costruirsi una carriera finta, pubblico (a mie spese) un po’ di cose che ho scritto e le mie teorie farneticanti, faccio qualche video dove intervengo in convegni autoreferenziali organizzati da me ed ecco che sembro un massimo esperto, infine mi faccio notare da qualche radio, mi intervistano in tv e il gioco è fatto.

Per questo bisogna essere cauti. Io cosa posso fare in questo momento? Perché se voglio cercare di convincermi delle cose negative, delle teorie complottiste, del “tutto è male”, troverò sempre pane per i miei denti, ma non vado molto lontano. Invece cercare le prove a sostegno delle cose che credo buone e giuste o perfino palesi, forse sembra sciocco, eppure è necessario, quando nell’ombra del dubbio instillato ho bisogno di rinvigorire le mie credenze.

Voglio essere critica ma lo scopo ultimo non è per me sovvertire l’ordine mondiale, ma avere fiducia in quello che esiste, contribuire a quello che penso faccia bene alla mia società e sia giusto per i suoi individui. Come i vaccini. Quindi ho voluto capire se le opinioni a favore dei vaccini sono abbastanza ben argomentate, e per farlo ho valutato sia tutte le opinioni dei pro che dei contro.

Le informazioni fornite da quelli contro sono generalmente parziali, frammentate o incomplete e spesso costruite in modo tale da fare allusioni, lasciar pensare cose che non sono perché non danno la risposta completa, non vanno fino in fondo…. Ti elencano una serie di cose che dapprima sembrano scioccanti, ma anche se sono vere vanno relativizzate, contestualizzate e allora assumono tutt’altro valore.

Prendo solo una teoria come esempio: i vaccini contengono metalli pesanti che avvelenano le persone. E’ vero li contengono, come adiuvanti necessari al funzionamento del vaccino stesso, per provocare una risposta dell’organismo, però i metalli pesanti sono dappertutto. La quantità nei vaccini non è paragonabile a quella che ingeriamo con un tonno in scatola o respiriamo ogni giorno con l’inquinamento senza battere ciglio. Allora perché tanto shock? Solo perché prima non sapevamo come sono fatti i vaccini e abbiamo vissuto anche molto bene ignorandolo, poi all’improvviso ci sconvolge e mettiamo tutto sotto accusa. Eppure il pesce ha il mercurio, ce lo hanno detto mille volte ma il sushi lo mangiamo eccome, anche nei ristoranti all you can eat di dubbia onestà. Volendo c’è un complotto dappertutto: la case farmaceutiche fanno finta di curarci per farci ammalare, le case automobilistiche ci avvelenano mentendo sui filtri antismog, l’industria alimentare ci avvelena, le fabbriche ci avvelenano, i cinesi che gestiscono i ristoranti sushi ci avvelenano…

Insomma voi contrari non volete vaccinare i vostri figli ma gli date prodotti col BPA, pannolini tossici, biscotti con l’olio di palma e merendine industriali coi grassi cattivi. Il troppo accesso alle informazioni crea tutto questo caos, questo panico e questa malainformazione che si diffonde proprio come un virus.

Qui però l’unico vaccino volontario autosomministrabile è fatto di prudenza e perspicacia.

Suggerimento Libro del Dott. Roberto Burioni: “Il vaccino non è un’opinione”, 2016, Mondadori.

Cardiff e il rugby

All alba di una vittoria della Juve e a pochi giirni da un grande evento finalistico: Scusate la mia ingenuità e questa domanda retorica che tanto non cambia nulla: ma perché si parla sempre e solo di calcio?

A me piacciono tanto il basket e la pallavolo che da guardare dal vivo sono anche molto più dinamici ed emozionanti.

E poi sapete no che esistono tutti quegli sport strani di nicchia tipo hockey su rotelle con delle ragazze che sfrecciano in hotpants o football in lingerie (solo in America), il futsal, il floorball, il softball… A parte questi che sono specchietti per le allodole maschie, ce ne sono tanti di sport belli, interessanti, che insegnano qualcosa e che sono lontani dal cliché “sportivo ricco + moglie subrette”.

In Svizzera seguivo anche un po’ di hockey che aveva quasi la stessa risonanza del calcio a livello nazionale, ma direi che è normale perché loro sono scarsetti a calcio ma forti negli sport “del freddo”.

Poi grazie alla mia amica Keira sono stata due volte a Cardiff ed entrambe le volte al Millennium Stadium a vedere la partita di Rugby Galles-Italia per il torneo 6 Nazioni.

Ero seduta con la maglia azzurra sponsorizzata CARIPARMA nella tribuna del Galles, vicino alla mia amica in rosso Wales e circondata da famiglie e tifosi di ogni tipologia e genere.


La cosa eccezionale è che tutti erano lì per il gioco. Potevo gridare, esultare, agitarmi (senza offendere i miei avversarsi, si intende) che nessuno batteva ciglio. Anzi scherzavano e partecipavano.

Era sport. Era fair. Era bello. C’era la birra. C’erano gli snack da stadio tipo chips e hot dog e poi altra birra.

E alla fine della partita non importava chi vincesse perché c’era comunque dell’altra birra, molta birra, da bere tutti insieme al pub.

Il rugby è fatto di omaccioni che incutono terrore ma poi sono come degli orsetti giganti. Con la birra si amano tutti, se le danno di santa ragione sul campo ma poi vanno d’accordo e soprattutto alla fine si rispettano.

Che cosa ci insegna il grande calcio della tv oggi? Questo è quello che vedo io: Campanilismo estremo, offese, razzismo, scherzi macabri, violenza, denunce, scommesse, frodi, teste calde, macchine veloci, feste, eccessi e donne. E poi arricchirsi quanto più possibile, scappare in Cina per i soldi, vendere tutto ai Cinesi sempre per i soldi…