ERASMUS 10 ANNI DOPO: SETTEMBRE 2007-2017

Mi mancava il suono delle ruote del trolley che corrono lungo i corridoi dell’aeroporto.

Volo a Varsavia. Qualche parola polacca mi torna in mente mentre scorro con gli occhi cartelloni pubblicitari e cartelli con indicazioni. (Bank Pekao, Poczta Polska, entrata/uscita -che sono praticamente indistinguibili- wejscie/wyjscie…)

L’autobus dall’aeroporto periferico mi porta dritta dritta sotto il palazzo della cultura. Mentre viaggiamo cerco di ritrovarmi in quelle strade, di orientarmi coi nomi, con la Vistola che mi scorre a sinistra, con il senso del traffico.

C’è anche il sole, un sole che è tutto per me e che mi dà il bentornato. (Poi pioverà per il resto del weekend n.d.r.).

Mi addentro verso la Zloty Tarasy e poi nella stazione tutta nuova, in attesa della mia amica Marie.

I prezzi sono ancora piuttosto bassi, mi sarei aspettata crescessero di più in questi anni per acchiappare prima o poi con l’euro…

Mangio una zapiekanka nei bassifondi della metro, in quei corridoi sotterranei pieni di negoziacci e chioschi di fast food. Il posto migliore per mangiarne una di quelle vere.

Io e Marie prendiamo il treno per Lodz, un tragitto che grazie ai Fondi Europei per le infrastrutture si è ridotto a poco meno di 2 ore e che una volta era un viaggio eterno per cui ne servivano più di 3.

A Lodz ci attende una stazione irriconoscibile: era un vecchio capannone grigio e brutto, frequentato da senzatetto e alcolisti e adesso è una sala grandissima col pavimento lucido e il soffitto alto. E’ moderna, pure troppo. E’ vuota.


Arriviamo all’albergo super trendy situato presso la Manufaktura con una cifra irrisoria per il taxi. Uno di quei posti in cui nella lobby c’è il distributore di acqua aromatizzata (cetriolo, zenzero, scorza di lime, foglie di menta). Dopo poco siamo già nel piazzale del centro commerciale a ricordarci, bicchieri alla mano, i sapori delle birre polacche (con e senza sciroppo rosso: in Polonia si beve con la cannuccia, rassegnatevi).

Ci dedichiamo alla piscina panoramica sul tetto prima di una cenetta messicana. Passeggiamo verso Plac Woloscsci e Ulica Piotrkowska con le sue statue di bronzo “interattive” e i negozi interminabili, ad ogni insegna o locale che riconosciamo mi scappa un sospiro o un gridolino. Il kebab dei turchi dove ci fermavamo all’alba alla fine di una lunga notte di festa. Il parrucchiere da cui mi facevo fare di tutto capendoci solo a gesti. Il negozio dove ho comprato quegli stivali alti di camoscio rosso, con le stringhe e con dentro il pelo di lana merinos per affrontare i meno 20 gradi. Una puntatina al nostro caro pub Kaliska (se ci andate non perdetevi le toilette-effetto-sorpresa).

Secondo giorno tra ricordi e nostalgie. Colazione che in realtà è un brunch da Manu cafe.

Con qualche peripezia riusciamo a capire come raggiungere la nostra Dom Studentka nel quartiere Lumumby. Corrompo la guardiana, la signora è sempre lei, non sembra neanche invecchiata, in 4 parole polacche le dico che siamo gli Erasmus di 10 anni fa e lei quasi commossa, ci fa salire al nostro piano.


Hanno cambiato il pavimento e stanno sistemando alcune stanze prima dell’arrivo dei nuovi Erasmus. 6 mesi della mia vita dentro la 417 – che si pronuncia più o meno scteresctasciedemnasccie.

C’e lo sklep alimentare dove facevamo la spesa; l’ufficio postale; la pizzeria Saxofon che faceva quelle pizze con la salsa ketchup e la salsa agliosa sopra; l’alcool shop; il club Tygrys dove in alcune serate venivamo trascinati dagli altri colleghi festaioli erasmus anche in pigiama e pantofole.

Dopo il giro del dormitorio ci dirigiamo al cimitero con le sue lapidi un po’ cattoliche un po’ ortodosse, così suggestivo, poi la chiesa enorme e grigia, con quella cupola imponente dove una fanatica signorina spunta da una cappella laterale e ci invita a fare l’adorazione di Maria. La religiosità devota delle giovani generazioni polacche mi stupisce sempre in confronto alla nostra, essere molto credenti pare così non-trendy al giorno d’oggi qui da noi.

Piove. Ci attende una lunga cena kosher -ma speciale- all’Anatewka (recensito Gault & Millau).

Il terzo giorno dopo una merenda da Wedel partiamo per Wawa in auto. Il tempo non ci sorride più, c’è un certo grigio, una certa nebbia e una certa umidità. Eppure realizziamo questo video gioiello con il drone. Ve lo regalo perché spero vi dimostri quanto è affascinante questa città. E’ la prima volta che vedo volare un drone in vita mia e sono emozionata come una scolaretta.

Ci aspetta un po’ di shopping e un’ultima cena tradizionale con una vecchia amica all’U Swejka di Plac Konstytucji.

Tempo di saluti. Giusto qualche ora libera per scoprire ancora due chicche moderne di questa città che non si ferma mai ed è in continua evoluzione e fermento. Tea House Odette e infine Charlotte bakery & restaurant per il brunch, dove incontro anche la mia vecchia collega con cui lavoravo al consolato.

Chiudo il cerchio – per ora.

E volo a Praga…

“quel che si finisce per ricordare non sempre corrisponde a ciò di cui siamo stati testimoni. (…) Se da un lato a questo punto non posso garantire sulla verità dei fatti, dall’altro posso attenermi alla verità delle impressioni che i fatti hanno prodotto. E’ il meglio che posso offrire.” J. Barnes – Il senso di una fine.

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Emilia versus Friuli

Ogni tanto mi chiedo dove finisce il tempo che abbiamo vissuto?

Non lo puoi chiudere nei cassetti. E’ simile a polvere che si deposita silenziosa su di noi. Dapprima non la vedi, solo dopo, a volte, controluce, la scorgi quando si accumula in uno strato grigiastro.

Chiudo gli occhi e mi sforzo di ricordare: cosa facevo e dov’ero nel maggio 2015? Oppure nel dicembre 2013? Ottobre 2008? Come mi vestivo, chi frequentavo, cosa mangiavo?

E più cerco meno trovo.

La memoria è un database strano. Se penso a una persona in particolare legata a un periodo della mia vita o a un viaggio allora riesco a risalire al “quando”. Ma se cerco una data nella mia testa invece non riesco a guardare indietro, il sistema non mi restituisce nessuna esatta fotografia di me stessa. Mi sembra di non riuscire a ricordare nulla.

Da un lato forse è un buon segno che nel passato sembri tutto piatto uguale perché significa che non ci sono molti “eventi traumatici” che fanno da segnaposto.

Dall’altro, però, neanche molti eventi eccezionalmente belli…

Se penso a una cosa che mi ha fatto molto male o molto bene successa anni fa, riesco a sentire distintamente quella sensazione riaffiorare e piano piano vedo i luoghi che ne costituivano la scenografia. Vedo anche come mi stavano i capelli e qual era la mia maglietta preferita di allora.

Posso cercare per evento ma non per data.

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Dietro di me c’è una specie di paesaggio emiliano tutto basso: campi giallastri e lievi nebbie che si sollevano sopra la pianura, mentre il futuro davanti a me sembra sempre come le Alpi viste da Udine: col sole che ci si spacca sopra, il bianco della neve che brilla sulle punte, il verde aggrappato al grigio delle rocce, l’azzurro pungente che fa da sipario.

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Giovanna e il lavoro

Quella che segue è una storia di fantasia. Se fosse vera, del resto, sarebbe fin troppo triste.

Giovanna lavorava da diversi anni in una azienda che era stata generosa con lei in passato.

In particolare le prime persone per cui/con cui Giovanna aveva lavorato erano state “ottimi capi” e avevano creato in Giovanna una certa fiducia nel mondo del lavoro, una certa soddisfazione e aspettativa.

Da qualche anno ricopriva un ruolo in cui era discretamente brava e apprezzata. In particolari tanti colleghi la sostenevano e vedevano in lei una persona con la cosiddetta “stoffa”. Giovanna voleva crescere, aveva ambizioni, era giovane e soprattutto cresciuta dentro una generazione che non concepiva il “posto fisso” né l’immobilità né la stabilità (purtroppo). Certo aveva dei timori, come tutti, il pensiero di rischiare di lasciare le sicurezze per cose nuove a volte la svegliava la notte. La mamma di Giovanna le diceva sempre di non fare pazzie, soprattutto di non lasciare il lavoro prima di averne eventualmente trovato un altro. Solo che, al netto di tutto questo, Giovanna pensava che avere paura e soprattutto non fare le cose che si vogliono fare per paura, era tremendamente noioso e lontano dal suo modo di essere.

Passavano i mesi. Giovanna provava a cambiare lavoro ma non ci riusciva. Giovanna chiedeva di crescere e rimaneva dov’era. Riceveva più compiti ma non più responsabilità. La sua ambizione veniva ripagata con mansioni extra, noiose e di carattere amministrativo. Giovanna soffriva.

Giovanna cercava altre aziende e rimaneva delusa. Giovanna credeva di vivere in un contesto economicamente e industrialmente favorevole, o almeno più favorevole di altre aree geografiche. Credeva che le cose che aveva imparato, la sua caparbietà, la sua volontà, le sue competenze, le sue esperienze all’estero, le lingue che sapeva sarebbero bastate a metterla in luce. Giovanna credeva di avere anche una discreta capacità di presentarsi e rispondere bene ai colloqui, perché alla fine ne aveva fatti tanti e lo aveva imparato come un allenamento.

Però Giovanna non trovava ancora lavoro. Forse proprio per via di quelle cose, forse era troppo qualificata. Forse costava troppo. Un giorno in un colloquio interno le vennero fatte molte promesse, lei le ascoltò senza poterci credere più di tanto perché Giovanna aveva cominciato a perdere fiducia. Le promesse furono disattese. Poi ci furono altri colloqui e le promesse erano sempre più vaghe, le idee nebulose, le proposte fumose… si parlava di corsi e di visite ma i mesi passavano e Giovanna era sempre seduta al suo posto. Soprattutto finché non si fosse cercato di sostituirla, era chiaro che Giovanna non avrebbe potuto lasciare le cose che faceva. Alcuni colleghi di altri sedi quando passavo in ufficio, le chiedevano con stupore come mai ancora non stesse avanzando e lei sorrideva imbarazzata ma non sapeva che dire.

“In questo momento non abbiamo un lavoro per te, non posso tirarne fuori uno come dal cilindro… ma ti vogliamo preparare per quando questa opportunità verrà.”. Giovanna pensò che questo ero un segno definitivo. Una strada senza uscita. Una azienda che non sa che farsene di chi vuole crescere è una azienda che sta morendo. Non c’erano prospettive né orizzonti. Giovanna non voleva accontentarsi. Giovanna aveva sognato dapprima di poter fare un passo di carriera “diagonale”, ma cominciò a considerare che anche “laterale” forse a quel punto poteva bastare, pur di uscire da lì.

Giovanna non era più stressata, era calma anche se sentiva il tempo scivolarle tra le dita. Una donna che vuole fare carriera e magari avere una famiglia deve giocarsi bene le sue carte. Sembra poco, eppure qualche mese qui o lì può fare tanta differenza. Giovanna era solo molto impaziente. Giovanna pensava che le persone che avevano ottenuto risultati, quelli che avevano piano piano scalato certi gradini, erano state sicuramente persone impazienti anche loro, da giovani.

Giovanna sapeva che volere andare avanti, e fare spesso cose nuove, poteva anche non essere necessariamente “giusto” per tutti, che tante persone amavano le comfort zone e ci si volevano accoccolare per anni senza sentire mai quella spinta urgente che sentiva lei. Forse un giorno ci sarebbe arrivata anche lei, ma non adesso, questo lo sapeva, era ancora presto. Non è sempre detto che volere di più faccia bene, anzi, la crescita e il miglioramento vanno legati a un obiettivo e non vanno perseguiti di-per-sé, altrimenti sono malattie dei nostri tempi, dell’ossessione del nuovo dell’uomo occidentale. Giovanna non era (ancora) ossessionata, ma credeva di sapere quello che voleva. Eppure Giovanna passò un anno intero della sua vita in questo limbo. Ogni tanto desiderava essere altrove, rimpiangeva alcune persone e periodi passati, ma non aveva rimorsi. Giovanna cercava lavoro, il lavoro che voleva, e non lo trovava…

FINE

Nota: non sto dicendo che non ci sono cose più importanti di questa o persone in situazioni più gravi, volevo solo raccontare una storia.

OVERDUE

…Sembra un concetto poco scientifico, un’idea astratta, una cosa detta per dire, un argomento per un articolo di TU STYLE, un cliché a cui molto uomini non credono per niente e neanche alcune donne (che la ritengono una bufala finché non lo provano sulla loro pelle)…

Neanche io ci credevo tanto… finché un giorno così all’improvviso, ti mettono in braccio un bambino, un figlio di una cara amica o una nipotina -come nel mio caso- e lo senti montare dalle viscere come una peperonata mal digerita, un effetto caldo, come un bruciore di stomaco, avvolgente come una vampata ormonale: eccolo lì, si materializza L’ISTINTO MATERNO.

Quando ho preso in braccio la mia seconda nipotina per la prima volta ho capito cos’era. Non basta vedere un bambino carino e simpatico, bisogna proprio averlo tra le mani. Con la prima non mi era successo, certo mi faceva tenerezza, ma non mi è venuta la chiara sensazione che un esserino come quello potrebbe un giorno essere il mio, forse perché ero più giovane ed ero ancora in una fase della vita più instabile. Questa volta è come se nel mio cervello fosse comparso un maxischermo con le scritte pubblicitarie scorrevoli e luminose, a caratteri giganti correva intermittente: “ATTENZIONE! SEI UNA MADRE “IN POTENZA” – APPLICATIVO MADRE CHARGING: 70% COMPLETED…”

Mi ha colto alla sprovvista una sensazione di fragilità emotiva impastata con la tenerezza più mielosa, un senso filosofico del tutto misto al realismo della caducità del presente, un impeto di protezione assoluta da mamma supereroe e/o da pubblicità di dentifricio Total 24hsu24, interrotto nel momento clou da un pianto acustico in dolby surround che rende isterici dopo 10 secondi. Il volume sonoro dei bambini neonati che piangono è abbastanza inquietante. La natura ha pensato bene di farlo così per smuoverti da qualsiasi cosa tu stia facendo e accorrere con urgenza per placarlo. E’ un suono che mette a disagio. Che quando sei in aereo ti volti a capire da dove provenga quando sai benissimo che è solo un bambino, ma devi comunque sincerartene con gli occhi.

Poi ho pianto per tre giorni (non consecutivamente ma a intervalli, un po’ senza un apparente motivo, mi commuovevo a ripetizione) e mi sono interrogata sul senso della vita e non riuscivo a smettere di immaginarmi come deve essere diventare genitore.

E’ in questi precisi momenti che allora capisci il senso della parola overdue. Al lavoro è una parola che sentiamo spesso quando i clienti non pagano in tempo. Ma ben altro è sentirsi overdue come essere umano. Come donna. overdue

Adesso mi è passato, per ora. Non so dire con certezza se nel mio futuro ci saranno dei figli, me lo immagino per curiosità, ma non ne sono completamente sicura. Del resto viviamo in una società in cui i tempi sociali sono ormai molto sfasati rispetto ai tempi naturali. Si può fare un figlio a 40 anni, anche se non è ideale. Perciò mi illudo di avere ancora tempo. Ma forse ora capisco cosa significa quando senti parlare di questa urgenza del corpo. Capisco le donne che sospirano ripetendosi: “Siamo oltre la scadenza, siamo in ritardo.”

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(Wordreference.com)

CAFFE’ CALMO

Venerdì mattina. Sveglia ore 6.10. Appuntamento per esami del sangue e urine ore 7.00.

Ore 6.50 fila davanti all’ambulatorio con altri 5 anziani, 3 signori e 2 signore. Mi prendono 4 provette con 4 tappi colorati, l’infermiera è brava e non mi fa per niente male; ma nonostante abbia premuto forte per qualche minuto quando mi rimetto in macchina la maglia mi si macchia di sangue.

Ore 7.15 sono già fuori e decido per una bella colazione al bar come premio prima di andare in ufficio. Ho finito talmente presto che il permesso PAR che ho chiesto neanche mi servirà perché sarò al lavoro anche prima del solito.

Sì, vado in quel bar dove un mio amico mi ha detto fanno degli ottimi cappuccini cremosi, devo fare una piccola deviazione dal percorso, ma ho tempo e poi ne vale la pena, dice lui.

Entro. Metà del locale ha dei lavori in corso per ampliamento. Penombra. C’è una signora che strilla in continuazione correndo da un lato all’altro del banco, da un lato ci sono le brioche e da un lato consegna i caffè. Non mi fa neanche guardare bene l’offerta esposta: PREGOOOO, LEI?? COSA PRENDE??? COSA LE DO? PER LEIIIII????

E un altro signore dietro il banco che continua a chiamare caffe e cappuccini a destra e sinistra. Tutta questa ansia mi sembra eccessiva, ci sono pochi clienti e sono assonnati e tranquilli come me, qualche operaio, qualche pensionato, qualche giovane. Non mi sembra che nessuno stia per morire o voglia consumare il pasto tipo pit-stop Formula 1 in 0.8 secondi netti. Eppure loro continuano a urlare e lanciare caffé qua e là e sbattere in faccia le brioche alla gente dicendo: PREGOOOOOOOOO!!!!! DICAAAAAA!!!!

Io mi immaginavo di sedermi in uno di quei posti all’americana, su un divanetto morbido, di sentire in sottofondo una musichetta lounge o al massimo la radio e bermi il mio cappuccino in pace. Invece ho avuto proprio fretta di andare via, di scappare, ho bevuto in piedi, ho pagato subito e sono tornata alla macchina tristissima.

Volevo un momento per me. Per riconciliarmi col mondo. Già è abbastanza imbarazzante presentare la propria pipì in una provetta a degli sconosciuti di mattina presto con altre persone in fila che ti guardano (chiedendosi se la gradazione del giallo sia quella giusta per dare l’impressione che io sia fondamentalmente sana…).

Sono piccole cose che fanno le differenza. In questo caso una differenza netta in negativo. Se solo questi gestori si rendessero conto dell’ambiente che hanno creato senza nessuna ragione valida. Immagino sia così tutti i giorni perché sono abituati a pedalare, senza dubbio, perché loro lavorano eh… Certo, ma a volte basterebbe fermarsi e guardarsi introno e ricalibrare un poco.

Martina

Cara Martina,

Sei nata il 26 luglio 2017. Era mercoledì. Io ero al lavoro e in assenza delle mie colleghe in ferie avevo tante cose da fare ed ero anche un po’ arrabbiata per certe situazioni che si trascinano. Sfioravo quasi un esaurimento per l’assenza di vacanze al mare di quest’estate 2017 che per sempre ricorderò. La nonna Silvana era al mare con tua sorella Viola e la zia Marina. Viola faceva tanti bagni coi braccioli e giocava con le amiche del mare Gioia e Matilde. Aveva anche già imparato a tuffarsi di faccia tappandosi il naso.

Alle ore 10.44 mi è arrivato un messaggio con la tua prima foto: “E’ NATA!”. Subito ho pensato che tua mamma lo avesse fatto un po’ apposta perché non ci voleva intorno a metterle ansia, e fosse andata in ospedale dai suoi colleghi senza dirci nulla, invece sei stata tu da sola che avevi fretta di nascere, non troppa, ma un pochina sì. Sembra che tuo papà si fosse svegliato nel cuore della notte un po’ confuso, mentre la mamma diceva “dai, andiamo” lui ha anche chiesto “dove???”.

Sei stata brava a nascere e stavi bene, ti hanno vestita subito elegante con un vestitino bianco a pois blu e anche con la tutina di Winnie Pooh il giorno dopo. Winnie Pooh è sempre stato il mio preferito.


Al mare tua sorella aveva fatto un calendario con il conto alla rovescia per incontrarti. Quando quella sera Viola è arrivata in ospedale, era emozionatissima e ha obbligato tutti a cantarti tanti auguri, però sottovoce per non disturbarti. Eh già, il tuo primo compleanno, anzi il compleanno zero. Il 26 luglio si festeggia Sant’Anna, poi è anche il compleanno del pittore realista Camille Corot, di Sandra Bullock e Mick Jagger. E da adesso in poi il tuo.

Sabato pomeriggio sono venuta a Udine a vederti con Fabio e tu dormivi. Quando ti ho preso in braccio e ti ho parlato, hai un po’ aperto gli occhi grigio-blu che erano tutti ancora appannati e ti ho detto: “Ciao Martina, questa macchia che vedi è la zia Laura!”. Infatti dubito che tu vedessi molto, Valentina dice che vedi anche in bianco e nero i primi tempi.

Non sono più la zia-ricca-svizzera di quando è nata Viola quattro anni fa, sono la zia-povera-italiana, ma vedrai che ti farò lo stesso tanti bei regali e ci vorremo tanto bene. Ti ho detto tante cose e anche quelle che non ti ho detto tu le hai capite, e mi hai ascoltato, ed eri tranquilla, lunga solo come il mio avambraccio, e poi hai anche mangiato un pochino tenuta da una sola manona del tuo papà, e poi sei tornata a dormire.

Dormi, piangi e mangi sono le sole tre cose che fai per adesso. Neanche sorridi veramente, ma noi quando fai le smorfie che sembrano sorrisi già ci immaginiamo come sarai quando finalmente sorriderai e potremmo farti ridere e giocare.

Incastonata come una gemma nel tuo cuscinone di Minnie a forma di U, avvolta in una copertina rosa che non si muoveva neanche, cercavo di scorgere gli impercettibili sbuffi del tuo piccolo respiro. Quel nasino con la narici talmente piccole ma perfette, sei piccola ma finita, una meraviglia che mi sorprende.

Avevi tanti capelli neri ed eri anche pelosina. Le manine tese che stiracchiandole tendevano tutte le tue cinque ditina a forma di stella, ognuna con la sua unghietta. I piedini piccoli ma lunghi farebbero pensare che sarai alta anche tu.

Viola nei giorni seguenti ha iniziato a raccontare a tutti con grande orgoglio che adesso era diventata “una sorella maggiore”, però aveva anche un po’ paura dei tuoi pianti. Dopo una settimana mi ha detto: “se le dai il ditino Martina lo stringe forte forte.” Però ha già iniziato a difenderti sempre e si prenderà cura di te.

Sai Martina, quando sono nata io, Valentina che aveva 5 anni e si era appena svegliata ha solo detto imbronciata: echissenefrega. Vuoi mettere la tua nascita con la mia???

E stata un’estate con tanti incendi, temperature altissime da caldo record e conseguenti bufere e temporali. Si discuteva dei migranti, degli accodi con la Libia, dell’acqua che mancava a Roma per la grande siccità. I parlamentari stavano per discutere finalmente dei tagli sul vitalizio ma poi all’ultimo hanno detto “fa caldo, andiamo in vacanza” e non se parla -di nuovo- più. Trump, a capo degli USA, sfiorava una crisi nucleare con la Corea del Nord. I Veneti e i Friulani litigavano su chi dei due avesse davvero inventato il tiramisù.

E così sei venuta al mondo, senza sapere niente. Pensandoti forte, da Modena a Udine, nella tua fragilità e piccolezza mi viene da dire –ma che ne sai tu– che non sapevi quasi neanche respirare, né mangiare, eppure ogni giorno impari qualcosa e imparerai tanto, e spero che questo mondo non ti corrompa troppo e sia delicato con te che sei rosa e morbida e carina e profumi di nuovo.

Con tanto amore, la tua zia Laura.

 

 

FUROSHIKI

Eccomi di nuovo a dilungarmi sull’Asia. Perdonatemi ma non posso proprio farne a meno.

Ma quanta poesia c’è in Giappone???

Infatti torno a parlarne per un’altra usanza secondo me bellissima.

L’arte di avvolgere vari oggetti piegando un foulard -tradizionalmente quadrato e chiamato furoshiki appunto- per il trasporto dei vestiti, del pranzo nel classico bentō o di un dono (in questo caso la stoffa si predilige di seta o comunque pregiata). Le stampe di queste stoffe sono coloratissime, con vari disegni e hanno anche una simbologia particolare.

Di questi fagottini elegantemente piegati e annodati ce ne sono davvero di bellissimi!


Mi fa pensare a una certa distinta delicatezza che i giapponesi hanno come fosse una loro marcia in più. Un ingrediente segreto che è rappresentato dalla cura che loro mettono nelle cose e in certi dettagli.

Io non so fare bene i pacchetti dei regali, anche perché lo trovo inconsciamente inutile e quindi non ci ho mai messo impegno a imparare bene. La mia è una visione “utilitaristica”: siccome poi il regalo lo scarti e lo usi il pacchetto è di per se una cosa che va gettata e quindi non merita molta attenzione. In questo forse dovrei decisamente essere un po’ più aggraziatamente giapponese…

Quanta ritualità tradotta in gesti semplici eppure così sacri mi meraviglia, adoro questo loro modo di mantenere vivi e far sopravvivere queste tradizioni antiche all’interno del loro stile di vita modernissimo e frenetico.

L’attenzione per l’ambiente e la sensibilità per l’ecologia ha portato il governo nel 2006 a promuovere una campagna per rinnovare l’uso di questa tecnica di trasporto distribuendo uno speciale furoshiki “green” stampato e ricavato da bottiglie PET riciclate. Questo speciale versione è stata chiamata mottainai furoshiki, e qui riemerge tutta la poesia nipponica, infatti mottainai significa il dispiacere per qualcosa che diventa un rifiuto senza averne sfruttato pienamente le potenzialità.

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Sembra che questo “fazzoletto” fosse nato proprio per raccogliere gli indumenti quando i giapponesi iniziavano a frequentare i bagni pubblici (Onsen e Sento) e quindi evitavano in questo modo che gli abiti fossero confusi con altri o persi. Un rituale (quello del bagno e della purificazione) che conduce all’altro.

Il Giappone ha una cultura ricchissima e affascinante come poche: penso alla cerimonia del tè dove un gesto che sembra così banale per noi occidentali superficiali assume rilevanza di pratica spirituale zen e di massima espressione estetica attraverso i fiori (Ikebana) e la disposizione degli oggetti (braciere, ciotole, strumenti ecc.); poi penso ai templi e ai santuari, ai samurai, alla fioritura dei ciliegi (Sakura)… ne avremmo di cose di cui parlare…

C’è in Giappone una spiritualità ineguagliabile che non ho (ancora) trovato altrove.

https://it.wikipedia.org/wiki/Furoshiki

http://www.giapponeinitalia.org/furoshiki-cento-usi-di-un-quadrato-di-stoffa-2/

http://furoshiki.com/techniques