Boccette e Bocciofile

Le bocciofile in Emilia sono un’istituzione. Sono luoghi affascinanti dove si incontra l’umanità quella vera. Nell’ultimo anno ho iniziato a frequentarne tante, come capita con una di quelle cose che non penseresti di fare mai nella vita e poi il caso ti ci porta. Prima di tutto non sapevo neanche che esistesse una disciplina chiamata boccette, né che sul tavolo da biliardo si potesse giocare senza stecche, né che esistessero biliardi a buche strette o addirittura senza buche e per di più riscaldati. Il biliardo che conoscevo io era il classico 8 palle, il pool americano da pub, amici e molta birra.

Ho cercato di capire da dove deriva tutta questa diversificazione di sottocategorie e modi di giocare così vari, ma lo ammetto, resto un po’confusa. Partiamo dal fatto che come nella categorizzazione scientifica delle specie animali dove si usano famiglie, genere, classe, ordine, ecc., nel biliardo esiste -tra i mille altri tipi diffusi nel mondo per aree geografiche (lo snooker in UK, la piramide Russa, le specialità orientali…)- un sottomondo di specialità detto biliardoall’italiana. Sotto questo ombrello della carambola ci sono versioni con e senza stecca e con o senza birilli. Quelle senza stecca e cioè a lancio manuale della boccia (la bocciata) hanno sempre i birilli: 4 bianchi e uno rosso centrale, che servono per segnare più punti in partita- e i tipi principali sono due: le boccette e le boccette alla goriziana. Nelle boccette che è la versione che seguo io qui in regione, ci sono 4 palle bianche e 4 rosse per ciascun avversario o coppia di avversari e un boccino blu a cui ci si deve avvicinare il più possibile esattamente come nel gioco delle bocce da spiaggia al “pallino”.

Per ora ho capito che per esempio le boccette non esistono in tutta Italia, sono maggiormente diffuse in Emilia, Toscana, Marche, Liguria. La goriziana va da sé che ha una sue entità e diffusione a nord-est. Al sud non ho capito se e cosa si gioca (credo si siano diffuse solo le versioni con la stecca). Ancora una volta il nostro paese mi stupisce, mi affascina scoprire che sia fatto in realtà da tanti antichi feudi con le loro tradizioni e la loro cultura.

Comunque, tornando a noi, i tavoli da biliardo boccette si trovano dentro le bocciofile che sono attrezzate in primis per servire e intrattenere i nostri cari pensionati con i lunghi campi indoor per il gioco delle bocce. (Luoghi perlopiù freddo umidi che non alleviano i reumatismi.) Anche qui con una tradizione ben più antica e con una diffusione mondiale ne esistono mille varianti (raffa, lyonnaise, petanque…). L’importante, nonché succo della questione di questo breve post, è che nelle bocciofile ci si aggreghi, si giochi a carte e a tombola, si legga il giornale, si beva il caffè, si parli di calcio e politica, ma soprattutto si mangi.

Ora, facendo l’esempio delle boccette, in cui ci sono competizioni a squadre come i campionati regionali con varie categorie (A1-A2-B-C) e competizioni per singoli giocatori; all’interno delle squadre i giocatori sono divisi per gareggiare come coppie o come singoli alle varie gare che si tengono spesso il sabato e la domenica e possono andare avanti dal mattino presto per una giornata intera; da qui la chiara esigenza di rifocillarsi tra una partita e l’altra. E’ interessante e credo piuttosto peculiare della regione Emilia questa commistione tra bocce e cibo. La bocciofila di Modena di Via Verdi è nota servire i migliori tortelloni misti di tutta la città, in un ambiente spartano con le tovaglie a scacchi rossi e bianchi e il puzzo di gnocco fritto che ti rimane addosso per un mese, litri di Lambrusco e Pignoletto DOCG e kg di burro sciolto che unge i piatti. Queste sono le bocciofile emiliane. Che al giovedì sera fanno i Borlenghi e nel weekend cucinano per le famiglie e le comitive di amici. Diciamo che per amore alla fin fine non mi dispiace poi tanto frequentarle, alzarmi alle 7 anche qualche domenica e spesso passare la giornata muta, immobile per non distratte i giocatori concentratissimi e atrofizzata dalle sedute scomode. Come potete immaginare, in tali ambienti la presenza femminile tra i giocatori è molto bassa, nel pubblico anche: a volte ho contato fino a 40 uomini nella stessa stanza e poi io, unica donna. Anche la presenza under 30 é molto scarsa. Nelle bocciofile mi piace osservare questa fetta di Italia, i vecchietti che sonnecchiano col cappello calato, scommetto per chi voteranno alle elezioni, mi chiedo se le loro mogli siano a casa a godersi un po’ di pace e guardare la tv. Chi sono questi giocatori? Quando hanno imparato a giocarci e come ci sono capitati? Che lavori fanno? Sono bravi padri e mariti? Ogni tanto ci sono anche dei gruppi di stranieri che si ritrovano anche loro li a fumare e fare qualche partita a carte, segno del nostro tempo e di un’Italia che, se vuole, sa integrare.

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ERASMUS 10 ANNI DOPO: SETTEMBRE 2007-2017

Mi mancava il suono delle ruote del trolley che corrono lungo i corridoi dell’aeroporto.

Volo a Varsavia. Qualche parola polacca mi torna in mente mentre scorro con gli occhi cartelloni pubblicitari e cartelli con indicazioni. (Bank Pekao, Poczta Polska, entrata/uscita -che sono praticamente indistinguibili- wejscie/wyjscie…)

L’autobus dall’aeroporto periferico mi porta dritta dritta sotto il palazzo della cultura. Mentre viaggiamo cerco di ritrovarmi in quelle strade, di orientarmi coi nomi, con la Vistola che mi scorre a sinistra, con il senso del traffico.

C’è anche il sole, un sole che è tutto per me e che mi dà il bentornato. (Poi pioverà per il resto del weekend n.d.r.).

Mi addentro verso la Zloty Tarasy e poi nella stazione tutta nuova, in attesa della mia amica Marie.

I prezzi sono ancora piuttosto bassi, mi sarei aspettata crescessero di più in questi anni per acchiappare prima o poi con l’euro…

Mangio una zapiekanka nei bassifondi della metro, in quei corridoi sotterranei pieni di negoziacci e chioschi di fast food. Il posto migliore per mangiarne una di quelle vere.

Io e Marie prendiamo il treno per Lodz, un tragitto che grazie ai Fondi Europei per le infrastrutture si è ridotto a poco meno di 2 ore e che una volta era un viaggio eterno per cui ne servivano più di 3.

A Lodz ci attende una stazione irriconoscibile: era un vecchio capannone grigio e brutto, frequentato da senzatetto e alcolisti e adesso è una sala grandissima col pavimento lucido e il soffitto alto. E’ moderna, pure troppo. E’ vuota.


Arriviamo all’albergo super trendy situato presso la Manufaktura con una cifra irrisoria per il taxi. Uno di quei posti in cui nella lobby c’è il distributore di acqua aromatizzata (cetriolo, zenzero, scorza di lime, foglie di menta). Dopo poco siamo già nel piazzale del centro commerciale a ricordarci, bicchieri alla mano, i sapori delle birre polacche (con e senza sciroppo rosso: in Polonia si beve con la cannuccia, rassegnatevi).

Ci dedichiamo alla piscina panoramica sul tetto prima di una cenetta messicana. Passeggiamo verso Plac Woloscsci e Ulica Piotrkowska con le sue statue di bronzo “interattive” e i negozi interminabili, ad ogni insegna o locale che riconosciamo mi scappa un sospiro o un gridolino. Il kebab dei turchi dove ci fermavamo all’alba alla fine di una lunga notte di festa. Il parrucchiere da cui mi facevo fare di tutto capendoci solo a gesti. Il negozio dove ho comprato quegli stivali alti di camoscio rosso, con le stringhe e con dentro il pelo di lana merinos per affrontare i meno 20 gradi. Una puntatina al nostro caro pub Kaliska (se ci andate non perdetevi le toilette-effetto-sorpresa).

Secondo giorno tra ricordi e nostalgie. Colazione che in realtà è un brunch da Manu cafe.

Con qualche peripezia riusciamo a capire come raggiungere la nostra Dom Studentka nel quartiere Lumumby. Corrompo la guardiana, la signora è sempre lei, non sembra neanche invecchiata, in 4 parole polacche le dico che siamo gli Erasmus di 10 anni fa e lei quasi commossa, ci fa salire al nostro piano.


Hanno cambiato il pavimento e stanno sistemando alcune stanze prima dell’arrivo dei nuovi Erasmus. 6 mesi della mia vita dentro la 417 – che si pronuncia più o meno scteresctasciedemnasccie.

C’e lo sklep alimentare dove facevamo la spesa; l’ufficio postale; la pizzeria Saxofon che faceva quelle pizze con la salsa ketchup e la salsa agliosa sopra; l’alcool shop; il club Tygrys dove in alcune serate venivamo trascinati dagli altri colleghi festaioli erasmus anche in pigiama e pantofole.

Dopo il giro del dormitorio ci dirigiamo al cimitero con le sue lapidi un po’ cattoliche un po’ ortodosse, così suggestivo, poi la chiesa enorme e grigia, con quella cupola imponente dove una fanatica signorina spunta da una cappella laterale e ci invita a fare l’adorazione di Maria. La religiosità devota delle giovani generazioni polacche mi stupisce sempre in confronto alla nostra, essere molto credenti pare così non-trendy al giorno d’oggi qui da noi.

Piove. Ci attende una lunga cena kosher -ma speciale- all’Anatewka (recensito Gault & Millau).

Il terzo giorno dopo una merenda da Wedel partiamo per Wawa in auto. Il tempo non ci sorride più, c’è un certo grigio, una certa nebbia e una certa umidità. Eppure realizziamo questo video gioiello con il drone. Ve lo regalo perché spero vi dimostri quanto è affascinante questa città. E’ la prima volta che vedo volare un drone in vita mia e sono emozionata come una scolaretta.

Ci aspetta un po’ di shopping e un’ultima cena tradizionale con una vecchia amica all’U Swejka di Plac Konstytucji.

Tempo di saluti. Giusto qualche ora libera per scoprire ancora due chicche moderne di questa città che non si ferma mai ed è in continua evoluzione e fermento. Tea House Odette e infine Charlotte bakery & restaurant per il brunch, dove incontro anche la mia vecchia collega con cui lavoravo al consolato.

Chiudo il cerchio – per ora.

E volo a Praga…

“quel che si finisce per ricordare non sempre corrisponde a ciò di cui siamo stati testimoni. (…) Se da un lato a questo punto non posso garantire sulla verità dei fatti, dall’altro posso attenermi alla verità delle impressioni che i fatti hanno prodotto. E’ il meglio che posso offrire.” J. Barnes – Il senso di una fine.

MEMORIA D’ ESTATE

Luglio interminabile. Poi Agosto. Pomeriggi caldissimi. Io che dopo mangiato, con indosso gli zoccoletti di legno, sprezzante del pericolo, passeggiavo sotto il sole a picco sugli scogli davanti casa, alla ricerca di conchiglie e altri tesori incastonati nella roccia con le mie cuginette. A volte, tornando a casa con qualche buco nei piedi perché gli zoccoli non sono proprio la calzatura pratica per stare in equilibrio sugli spuntoni di roccia, perdevamo l’equilibrio e il piede ci scivolava sulle punte acuminate, ma ci piaceva cosi.
Avevo un secchio pieno di conchiglie bellissime, casette di paguro o tipo abalone madreperla (orecchio di mare), pezzi di corallo e chiodi verdi ossidati dello sbarco degli americani… e poi un inverno ci hanno rubato tutto. Maledetti. E stato come mi avessero strappato dei ricordi, poco valore ma tanto significato.

Naso spellato perennemente, c’e una piccola area circoscritta tra le lentiggini sulla punta del mio nasino all’insù che regolarmente si ustionava, con la carne che bruciava per il sale quando mi tuffavo in acqua.

Le zie che passano la canna dell’acqua sul suolo polveroso lamentandosi della calura e dello scirocco che non dà tregua. Vicino al forno delle pizze, davanti al mare, teglie e teglie allineate, metri quadrati di pomodori secchi esposti al sole per poi essere invasati per l’inverno: conserva, salsa, e strattu (estratto o concentrato di pomodoro ciliegino).

I cani randagi riposavano all’ombra dietro le case. Ci passavamo accanto piano per non farli risvegliare guardavamo i silos alti vicino al porto: mi ha sempre inquietato quel posto abbandonato, ma ora non c’è più. Vive solo nelle nostre test, nelle nostre memorie. Entravamo nella casa di mezzo: una porta di legno sgangherata sul retro tra le nostre abitazioni, che usavamo tutti come cantina e deposito di cose. Entravamo sempre lì per provare quel brivido, sentire i topi correre via e vedere qualche ragno, qualche lucertola e quell’odore nitido di roba vecchia.

La 127 verde pino di mio nonno all’ombra del fico e della magnolia. La carbonella della nonna sulla veranda davanti casa dove sono stati arrostiti i pipi (peperoni lunghi rossi e verdi) prima di pranzo. Il cespuglio verde coi fiori fucsia dell’oleandro accanto alla cisterna dell’acqua.

La nonna


Ogni mattina arrivava il furgoncino bianco del pane, portava anche la brioche: mia sorella sempre crema, io sempre marmellata.

Al pomeriggio, quando il sole iniziava a indebolirsi, una volta alla settimana arrivava Natale con la sua lapa verde azzurro acqua e il raccolto della sua campagna.

Immagine ape car da pinterest

Natale aveva un cappello di paglia, una canotta, dei calzoncini e dei baffetti grigiobianchi. Non parlava tanto e comunque non lo capivo bene nel suo dialetto stretto perché gli mancavano dei denti. Ma era buono. Nella memoria ricordo nitido il suo collo sempre scurissimo, picchiato dal sole e segnato dal lavoro. Sulla nuca aveva delle pieghe diagonali che formavano dei rombi geometricamente perfetti, rughe solcate da anni di esposizione ai raggi solari senza protezione alcuna (del resto erano gli anni 70/80). Rughe oblique corrispondenti al movimento del collo che si gira a destra o sinistra e quindi perfettamente allineate in quei quadrilateri, mi hanno affascinato tantissimo da bambina. Non ho mai più visto un collo così.

Natale vendeva citrola (cetrioli), cetrangolo (cetriolo tortarello), la zucchina per la minestra (minestra di tenerumi con cucuzza) oltre naturalmente ai pomodori IGP DOC, le pesche, i meloni d’acqua (angurie), le cipolle, le patate, l’origano, e u putrusino (prezzemolo).

Ogni giorno, mentre quasi tutte le famiglie riposavano e facevano il sonnellino, noi piccole insonni ci scrivevamo a vicenda i diari già pronti per l’anno scolastico in vista o facevamo balletti, inventavamo coreografie o ci mettevamo sul dondolo e ci facevamo spingere dai cugini piccoli. Finché non veniva l’ora di andare di nuovo al mare.

Ci azzardavamo a sederci sulle vespe dei cugini fino a salire sulle moto grandi, coi cavalletti traballanti e facevamo finta di guidare con due o tre passeggeri a testa, finché loro per pietà non ci portavano davvero a fare un giro, senza casco, con indosso solo il costumino e il sedere che ci si appiccicava alla sella calda e nera, però era bello tenersi stretti e andare veloci, guardando il mare correre accanto.

Io sulla vespa


Fichi d’india e muretti bianchi bassi. Un mare di serre coltivate all’orizzonte che coi teli di plastica riflettenti il sole sembravano anche quelle onde sulle sponde collinari dell’entroterra. La salina secca brillante di cristalli in mezzo alle canne.

Di notte un cielo nero, che così nero l’ho ritrovato solo in mezzo a una farm australiana, dove però essendo un altro emisfero non ho riconosciuto nessuna stella. Invece in Sicilia d’estate le stelle erano sempre nello stesso posto e si poteva distinguere bene anche la via lattea con la sua scia biancastra. Quanti desideri ho espresso verso quel fazzoletto di notte sempre limpida.

Stavamo tutti insieme, una grande famiglia, tavolate lunghe per pranzi ferragostani interminabili. Partite a carte, solitari e narrazione di barzellette e storie della tradizione popolare, rigorosamente in dialetto. Mia sorella che si vergognava e non le interessava mai tanto imparare e io che invece pendevo dalle labbra della nonna e ripetevo tutto allenando inflessione e accento.

Questa è stata la mia infanzia, fatta di estati lunghe e tutte uguali, da quando sono nata a quando sono diventata adolescente, prima che lo studio, i morosi, gli impegni e poi il lavoro mi ostacolassero nei mei 2 immancabili mesi di vacanza in Sicilia.

Mi manca tanto.

 La ricette che potete provare:

http://www.ilgiornaledelcibo.it/ricetta/minestra-di-tinnirumi-minestra-di-tenerumi/

http://blog.giallozafferano.it/cannellaamorefantasia/peperoni-arrostiti-alla-siciliana/
Per approfondire sulle coltivazioni mediterranee ho scovato questa azienda sicula che si presenta molto bene:

https://www.ilgiardinodellemeraviglie.it/it/cetrioli-zucche-e-zucchine.html

Guardami mangiare – mukbang

L’Asia mi affascina molto. Ogni tanto ho parlato del Giappone, dei sapori e della cultura, di un paese che ho sognato tanto da ragazzina attraverso i libri e che poi quando ci sono stata da grande mi ha stregato.Oggi vi racconto di un fenomeno che come molte altre cose dell’Asia, mi lascia a bocca a aperta, stupefatta, al punto da sentire chiara una voce nella mia testa con un forte accento romanesco che fa: “ma che, davero???”. (vedi sotto *)

Il MUKBANG. Ovvero mangiare in webcam a pagamento (eating + broadcasting). Spopola dal 2009 e si è originato in Corea del Sud (sud è una precisazione superflua perché al nord non possono neanche pensare, figuratevi usare internet.. ma comunque per precisione geografica non fa mai male chiarire).

Ci sono questi personaggi -i BJ broadcasting jockey- che si mettono lì davanti alla webcam, a volte cucinano e poi mangiano, altre volte mangiano e basta, per ore di fila. Ogni tanto chattano live con i propri spettatori tra un risucchio di zuppa e una masticata sonora. (*Per esempio fare rumori col cibo è tra le cose che in Asia sono socialmente accettate e da noi socialmente da evitare). Con le dita unte.

Sono dei personaggi stravaganti ma anche persone abbastanza nella media, persone comuni insomma. Una delle più famose BJ è giovanissima e anche molto bizzarra e giustamente si concia con look stravaganti da cartone animato in perfetta coerenza asiatica manga/anime.

Ma è magra! Nonostante mangi come ci si aspetterebbe da un lottatore di sumo, o da un reduce dell’isola dei famosi, o da un emiliano qualsiasi a pranzo la domenica… E già qui mi viene qualche dubbio sul messaggio che passa e che può essere negativo.

Poi onestamente sapere che i più seguiti guadagnano fino a 10.000 dollari al mese mi sconvolge un po’.


Noi siamo il paese del “cibo come strumento sociale” per eccellenza, i contratti di lavoro, il business, le più delicate discussioni di famiglia, si fanno tutte a tavola. Se porti il fidanzato a conoscere la famiglia è per pranzo o per cena, non certo per il tè!

Invece in Asia dove vige una cultura isolazionista e dove la competizione in tutti i campi -incluso quello sociale- è molto pesante, guardare un altro mentre mangia lo si fa probabilmente anche per compagnia, per scacciare la solitudine, oltre che per voyerismo e qualche altra patologia psichica (a parte gli scherzi in realtà il tasso di suicidi in Corea è altissimo)…

Ma da noi non funzionerebbe mai. Se anche dovesse interessare a qualcuno qui da noi io mangerei volentieri a pagamento!

Oppure in alternativa e come versione sequel potrei filmarmi mentre cerco di perdere tutti i chili che ho accumulato mangiando.

Il cibo nasconde le nostre ansie della società moderna e tecnologica, rivela strani feticismi.

Nel cibo troviamo le consolazioni che i rapporti sociali non offrono (più).

Conosco persone che non vanno a vivere da sole pur potendoselo permettere perché hanno paura di mangiare da soli e quindi stanno ancora coi genitori.

Dopo il porn normale, il foodporn è uno dei termini più cliccati e hashtaggati del web! Dai programmi di cucina alle foto che facciamo dei piatti al ristorante per poi condividerle è tutto un eccitamento dei sensi. Perverso ma lecito.

C’è una sorta di apatia sociale in tutto questo, forse siamo troppo apatici per fare le cose noi da protagonisti che dobbiamo colmare i vuoti guardando gli altri farle. Cucinare, mangiare, il prossimo livello sarà guardare gente che dorme.

Adesso c’è addirittura un programma in cui si guardano le persone guardare la TV. Guardare la TV è già il massimo dell’inattività di per sé, se viene poi portata al cubo perché guardi gli altri guardare… non rimane che una radice cubica della nostra essenza, un numero infinitamente piccolo e insignificante che rappresenta la nostra esistenza. 

Buon appetito.

“Aripijateve”

il nemico assoluto

Avete capito a chi mi riferisco? Ma come no. All’olio di palma!

Si perche sembra che sto benedetto/maledetto olio di palma sia scomparso da tutte le preparazioni del mondo da qualche tempo. Io che a casa mia non ho la tv me ne sono accorta solo in queste settimane di conovalescenza a casa di mamma, dove in tutti gli spot compare il bollino magico che ha sterminato questo ingrediente.

Ma io dico, adesso all’improvviso ci tengono tutti a farci sapere che lo hanno tolto oppure nel caso di altre marche che nei loro prodotti non c’e mai stato! E prima però lo abbiamo mangiato eccome!!!

Insomma che faccia male all’uomo, all’ambiente o che sfrutti le popolazioni, che non sia sostenibile, che sia la sintesi di tutti i mali del mondo sto olio di palma ce lo hanno rifilato per decenni.

Questo fatto che il nemico assoluto sia stato sconfitto non è che personalmente mi tranquillizzi molto, anzi, mi viene solo fastidio per queste campagne ignoranti. Soprattutto perchè voi non vi chiedete che cosa ci hanno messo al posto? No perchè per quanto ne so io ci possono pure aver messo l’olio motore esausto, che finche qualche lobby un po’ più forte delle altre non si fa sentire ce lo propineranno senza dubbi morali fino al 2047.

Le cose fatte così sono cose fatte male. Bisogna informarsi e approfondire e purtroppo questo richiede tempo e sforzi propri. Non ci possiamo fidare neanche dei grandi brand, o soprattutto di loro… e fa tristezza, lo so.

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Per il momento un marchio che mi sembra faccia le cose con un po di criterio sia etico che biologico è Alce Nero che si trova abbastanza facilmente nei supermercati (soprattutto Despar).

In attesa di scoprire la prossima cosa che ci sta ammazzando ma ancora non ce l’hanno detto perchè qualcuno ci deve guadagnare…

Il Reimpatrio di Red – cose che, anche se ci provi, non ti aspetti

Mi sono trasferita a Modena da un mese.

Questo è quanto mi piace essere tornata:

premettendo che come forse sapete da queste pagine, ci ho messo più di un anno a decidere ma soprattutto a farlo succedere, mi sono preparata bene. Ai pro ma soprattutto ai contro.

Eppure ci si riesce sempre a stupire. Questa é l’energia irrinunciabile dei cambiamenti per me, stravolgere tutto, ricominciare, buttarsi; io so vivere solo così: a cicli. So vivere solo seguendo le mie sensazioni, perennemente ricercando, perennemente in movimento. Questa é la mia linfa.

Tornare nel proprio paese poteva sembrare una cosa semplice, tra tutte le scelte radicali che uno può prendere nella vita, più facile di quando parti e lasci tutto per la prima volta?! Non lo so, mi ci sto scervellando in questi giorni… non importa neanche saperlo in realtà, ciò che conta é che ci sono sempre ombre, imprevisti, scoperte. Però ri-scoprire il MIO di paese mi sta dando una gioia immensa.

Trovo tutto bellissimo, mi é mancato tutto e nenache lo sapevo. Il sole più di tutto, settimane e settimane di cieli azzurri, giorni e giorni uno in fila all’altro di luce che non mi ricordavo potessero esistere più. Improvvisamente ogni giorno mi sveglio contenta, con una serenità dentro che avevo perso. In Svizzera sentivo spesso negli ultimi tempi come un rumore di fondo, avete presente i cosiddetti rumori bianchi tipo la tv quando non e sintonizzata? o un rumore di motore costante, lontano? Ecco sentivo nel mio profondo quel grigio vibrante che produce quel suono “cshhcshhhhcshhhhh”, incessante. Adesso invece là, dentro di me, vedo un ruscello che scorre calmo.

La gente. Vi sembra una banalità?! A me no, la gente in Italia é diversa, é buona, é aperta. Ho incontrato persone generosissime e mi sono resa conto di quanto io mi fossi indurita, scettica, diffidente. Mi aspetto che tutti vogliano qualcosa, e non riesco a capacitarmi sulle prime che ci siano persone disinteressate, che ti vogliono essere amiche e basta. Questa è una ricchezza inestimabile della nostra cultura. Credetemi non é uno stereotipo, dopo che uno a vissuto un po’ qui e lì lo capisce. Anche nel resto del mondo ovviamente c’è gente gentile e buona come altrettanto gli italiani possono essere truffatori e maligni, però io la sto vivendo così questa esperienza, sono fortunata, ho una buona stella che mi protegge.

Il cibo. Un capitolo a sè. Per una foody come me non ci sono parole per spiegare cosa significhi mangiare le cose di casa sua. Quando vuole. Quante ne vuole. All’improvviso è come se mi fossi svegliata da un coma, come se fossi stata in esilio 20 anni. Tutti i miei sensi si tendono, vedo colori e sfumature prima impercettibili. Per esempio il centro di Modena di notte si tinge di una luce gialla intensissima, data dai lampioni retrò, una luce che fa sembrare tutto una cartolina, una luce tipica solo di alcune vecchie città. Una luce che spero non venga sostituita tanto presto da neon e led anonimi.

Sento, odoro, respiro, tocco. Ero seduta in un bar bevendo un chinotto slow food e mangiando un tramezzino (tra parentesi non so se sapete che un tramezzino come si deve è una cosa che si può mangiare in pochissimi posti! certamente non in Svizzera che non sanno cos’è) e ascoltavo gli italiani dietro di me, il loro modo di interagire con la cameriera, erano turisti di un’altra regione, chiedevano consigli sul menu, scherzavano, intanto dei bambini correvano sulla piazza, in bici, lui sfidava la sorella e faceva una telecronaca stile giro d’Italia, mamme che passeggiavano, il signore del ferramente esce per fumare una sigaretta e incontra un signore che conosce, discorsi, convenevoli, scambi. Il nostro modo di essere più bello e più puro. Un momento normalissimo trasformato in poesia. Ho chiuso gli occhi e ho ascoltato, ho ascoltato come non facevo da tanto tempo, con tutta me stessa. Con tutti i miei sensi.

Capite che in tutte le volte che sono tornata a casa in questi anni non mi era mai successo??? Tutto questo è dovuto solamente al fatto che il mio corpo sa di essere qui davvero adesso, di essere qui dinuovo. Sa di restare. (almeno per un po’…)

Sono stata al mare in un giorno di primavera. Domenica. Quanto é stato bello dopo-anni-di-solo-laghi.

Vedo gente con delle idee e che si da da fare. Per ora ho deciso consapevolmente di non volere una televisione. Non è l’informazione che mi manca, non mi serve il giornalismo sensazionalistico che ci propinano, nè tantomeno i mille canali di cuina conditi di tette e culi. Quindi invece di guardare la tv e sentirmi dire che siamo messi malissimo, guardo la gente, guardo i locali, guardo i commercianti. Ho scoperto tanti piccoli posti qui a Modena che vogliono essere diversi, delle belle idee di impresa, posti con un concetto, non i soliti mille bar che aprono tutti uguali. E’ consolante. Almeno per me.

Vedo tanti immigrati. E poi vedo che a Modena non ci sono i Modenesi, sono tutti del sud: Campania, Puglia, Calabria, Sicilia. Questa é l’Italia di oggi, un paesaggio stupendo. Ma come fanno certi a stare ancora attaccati ai campanilismi, ai regionalismi, ai leghismi??? I confini sono cambiati, i nostri orizzonti sono molto più ampii, è da ottusi non rendersene conto, non è una cosa che si può fermare. Non vedono come siamo mescolati? Non vedono che i nostri figli ormai nelle loro classi hanno compagni di banco africani, pakistani, rumeni…? Andare via per un po’ almeno ti fa capire queste cose: che fissarsi ancora col nord e col sud é una barzelletta.

OK non è tutto perfetto. Perchè in Italia spesso le cose semplici sono difficili. Ci vogliono file, carte, attese. La burocrazia uccide alcuni dei miei piccoli entusiasmi: come fossero tomi pesantissimi schiantati su piccole gioie alate che tentano di spiccare il volo. SBAM. Torniamo alla realtà. Non hai fatto i conti con i mille risvolti dell’amministrazione, della gente frustrata che ci lavora e non ci sa lavorare. Delle banche che ti dicono “si rivolga a qualcun altro perche i suoi documenti sono strani e non riusciamo a inserire la sua anagrafica”. Della posta che non arriva, di quelli che fanno scarica barile. Mi fermo qui…

Di solito in questi momenti faccio un bel respiro e mi concentro su tutte le cose che, anche se ci provo, non mi aspetto.

Attraversiamo – eat pray love

Maybe just because i am in this mood, and I just quit my job for real, and for real I am going travelling to Asia, I simply loved this movie. Maybe, yes, but also because besides the romance and the pictoresque images of this american movie, I recognized myself, and all the time that a story is able to open a door in my head I can’t avoid to love it.

“To find the balance you want, this is what you must become. You must keep your feet grounded so firmly on the earth that it’s like you have 4 legs instead of 2. That way, you can stay in the world. But you must stop looking at the world through your head. You must look through your heart, instead. That way, you will know God.”

At the beginnng of the movie Liz opens up her box with all her dreams and wishes about travelling and journeys and she takes the courage to go, leave, break everything she had known before. She wrote a piece about her past (unhappy) love experience called “permeable membrane” and i got immediately touched by it:
“If I love you, I will carry for you all your pain, I will assume for you all your debts (in every definition of the word), I will protect you from your own insecurity, I will protect upon you all sorts of good qualities that you have never actually cultivated in yourself and I will buy Christmas presents for your entire family. I will give you the sun and the rain, and if they are not available, I will give you a sun check and a rain check. I will give you all this and more, until I get so exhausted and depleted that the only way I can recover my energy is by becoming infatuated with someone else.”

the movie

This is the journey we have in front, all of us, nowadays. When love is not imposed by our parents in our consumists societies (pretty different from the destiny of the indian friend of Liz, who has to get married at 17 with someone she does not know at all, and she just can figure out after how to live with it and find happiness)  and we pass from one boyfriend to another like changing pair of jeans. If it doesn’t work we just go for a new one, commitment lost his real sense, maybe is just too difficult, maybe is just not possible anymore with the lives we live now in the western world. We are surrounded and overwhealmed by opportunities and freedom, so we are paralized. And is not like we do not love, or we do not feel. We do throw ourselves into these stories, but we do it so much, so eager to believe that romance and happy ending still exist, that we just consume and burn them all, too fast. So we turn to the next one, and so we grow. We go underneath new layers of our personalities. And so the real journey begins.

“The only thing more unthinkable than leaving was staying; the only thing more impossible than staying was leaving.”

Eat is fot IT= ITALY. I see the movie and I am proud of my country, like I have never been anymore since quite some time… I like the way she -purely New Yorker woman-  digs into our typical italian stereoptypes: pasta e salsiccia, cute little streets, non verbal communication (the italians can tell stories just with gestures and no single words!) and big monuments, pieces of art and pieces of our imponent roman past. The Augustinean Mausoleo in Rome is the twist in the tale: Elizabeth understands that ruin is precious, because only after fall we can build up again, we can change ourselves and adapt; decadence is the basis for development, adaptation, discovery. I totally feel like this, I enjoy every single moment I suffered in my life, i put my both hands into the mud to shape a new me again, every time I needed to. And I am a warrior, because the key is: no matter how much you suffer, you have to keep going and you will born new, sooner or later. Nothing is everlasting in life. neither love, neither pain.

In India Elizabeth explores her spiritual dimension, when she does not know how to meditate, she starts dedicating her prayers to her friend, she starts to imagine her happy… and then she suddenly realizes that praying and meditating is exactly just about that, rather than a pure contemplative exercise. Each of us has to find his own temple in his own life, in his own simple house, among his simple everyday gestures, just within himself. “God dwells within you, as you.”

“You need to learn how to select your thoughts just the same way you select your clothes every day. This is a power you can cultivate. If you want to control things in your life so bad, work on the mind. That’s the only thing you should be trying to control.”

And finally she finds peace and balance: “not too much God – not too much selfishness”. But as the guru says: “To lose balance sometimes for love is part of living a balanced life.”.  I say: Oh MY God, seriously, am I just too much in this cheesy mood?! But i do seriously think that is exactly what i have been through in the last year and a half, since i moved to Switzerland. I came here to collect pieces of myself and forgive myself, forgive him- most of all- too, because he left me-us without giving me the chance to fix our love. And so I finally did: i recovered, but i was always so cinical towards men for long time. Then a new HE finally came into my life, and of course we were both freaking scared. He just took my hand and convinced me, that to be happy again there is no other way than trying again, no other possibility than trust again, in order to love. I opened up like a blossom in spring in his delicate embrace. And now I am finally so deeply happy. I discovered new things about myself just because I gave him the chance to look them up inside me. I lost bad habits and change some attitudes I did not like, because I observed my image reflected in the other person. I just accepted our love like something indeniably present and consistent between the two of us, day after day, and it happened than it grew, we fed it. Because i just did let things go, finally, and this made new things possible again, this made good things real. (Thanks Diego. I’ll be for ever grateful to you for teaching me again how to open my heart and let love flow through it.)

“This is a good sign, having a broken heart. It means we have tried for something. ”

the book

Of course this movie made me cry. I just could not help it anymore, when Elizabeth thinks about her past love and the pain she caused him, but also the happiness they shared. It has been real for a while. And they dance together: dance as a form of reconciliation before final separation…

Now I look back and I look forward. I can’t wait now to leave for my 52-days-journey by your side. I can’t wait to see you and wonder about things with you and be curious, and feel that we are making something good out of our small lives.

Besides all of this being emotional, I got seriously hungry now. I got nostalgic for my country when i saw her eating all those spaghetti, pizza margerita, gelato and antipasti pored with some good red wine. This movie is also a celebration of my culture and of my proud roots. She says she is having a relationship with her pizza, well if I could I would cheat on you with one of those real napolitan gorgeous pizzas right now… and I know you would do the same! What is also cool is that she talks about all this food and the acceptance of her body that comes with the pleasure of it. She just wants to enjoy it in a healthy way and forget about diets! Apparently americans can’t enjoy, even when they go on holidays they do not know how to relax. So Liz she defenetly learns the dolce far niente in my country.

When they are in Italy they all play a game, trying to find susbstutive words to describe and call things: like New York = ambitious, Stockholm = conformist, Rome= yeah well… sex! And so on. Liz she is still searching for her own word, she is a writer, just like the one i want to be! And at the end of the movie she finally finds it: the word is ATTRAVERSIAMO = let’s cross over. A word that -she says- embeds all the beautiful charachteristics of the italian language: the open sound A, the rolling R, the sweetening S. And well, I am exactly going to cross over soon, I will cross the ocean to meet you. Andiamo, together, attraversiamo.

good night

(original quotes from the book of Elizabeth Gilbert, 2006)