Non ti fai mai sentire

Nel novero delle frasi maledette che quando me le sento rivolgere mi viene l’orticaria istantanea ci sono quelle per le single compatite – tipo: “lo trovi quando smetti di cercare (il fidanzato)” – che non vuol dire un cazzo (link al blog di vag:

https://memoriediunavagina.wordpress.com/2017/08/03/quando-meno-te-laspetti/) –

Adesso per fortuna non me la dicono più. Perché in effetti l’ho trovato. Ma poi subito a seguire ci sono quelle per quando poi finalmente ti fidanzi e cmq non va bene un cazzo a nessuno (o meglio a quelle che si dicono tue amiche ma non lo sono). E’ iniziato un nuovo tormentone per le mie orecchie: “Non ti fai mai sentire” e “Non esci più con noi”.

Anche questo appunto non ha molto senso secondo me. Non siamo più scolaretti all’università con tutto il tempo del mondo: si lavora, si è stanchi, si fanno meno cose. Essere adulti e quindi costruire relazioni adulte comporta anche questo, una selezione naturale delle compagnie, un filtro agli eventi mondani e una disponibilità minore in generale a fare il presenzialista ovunque. Certo fino a ieri lo abbiamo fatto perché era contingente. PRIMA. Adesso non possiamo più. DOPO. Perché molte persone non capiscono che le cose si evolvono, ed è giusto così e non il contrario???

Si fanno lo stesso cose belle, ogni tanto. Con chi c’è e con chi ci vuole essere, con chi resta al nostro fianco senza giudicare. L’importante e la qualità e la voglia di vedersi, non il quanto spesso.

Nella mia cerchia di conoscenze ci sono persone con relazioni assolutamente instabili che non riescono a capire questo concetto. O hanno uomini a scomparsa tipo le porte scorrevoli che entrano nel muro, oppure hanno relazioni un po’ atipiche che durano tanto nel tempo ma in sostanza ognuno si fa i cavoli suoi e raramente escono insieme. Hanno tutti i weekend liberi e continuano ad andare a tutte le cene e le feste. Non hanno un altro a casa con cui relazionarsi, preparare la cena e lavare i piatti e poi decidere di passare la serata a guardare un film perché sei troppo vicino allo stato vegetativo di una muffa per alzarti da lì. E deve essere una colpa? Certo, da single, quelle volte che mi sentivo una muffa mi alzavo dal divano comunque per uscire (spesso ma non sempre), statisticamente di più di quanto mi sforzo di fare ora. Ma il punto non cambia. Questo è l’altro lato del costruire cose importanti.

Se sentissi uno dire: “Ah, da quando hai dei figli non ti fai più vivo, non esci più con gli amici la sera o il weekend…” non suona un po’ assurdo??? I figli, così come i mariti, i conviventi, i fidanzati, secondo me sono espressione di una fase della vita “matura”.  Sono un impegno. E’ normale. Se uno non trova quella stabilità perché non vuole o perché non gli succede non gliene faccio una colpa, io. Però si iniziano a condurre vite diverse e può capitare di allontanarsi. The show must go on.

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OVERDUE

…Sembra un concetto poco scientifico, un’idea astratta, una cosa detta per dire, un argomento per un articolo di TU STYLE, un cliché a cui molto uomini non credono per niente e neanche alcune donne (che la ritengono una bufala finché non lo provano sulla loro pelle)…

Neanche io ci credevo tanto… finché un giorno così all’improvviso, ti mettono in braccio un bambino, un figlio di una cara amica o una nipotina -come nel mio caso- e lo senti montare dalle viscere come una peperonata mal digerita, un effetto caldo, come un bruciore di stomaco, avvolgente come una vampata ormonale: eccolo lì, si materializza L’ISTINTO MATERNO.

Quando ho preso in braccio la mia seconda nipotina per la prima volta ho capito cos’era. Non basta vedere un bambino carino e simpatico, bisogna proprio averlo tra le mani. Con la prima non mi era successo, certo mi faceva tenerezza, ma non mi è venuta la chiara sensazione che un esserino come quello potrebbe un giorno essere il mio, forse perché ero più giovane ed ero ancora in una fase della vita più instabile. Questa volta è come se nel mio cervello fosse comparso un maxischermo con le scritte pubblicitarie scorrevoli e luminose, a caratteri giganti correva intermittente: “ATTENZIONE! SEI UNA MADRE “IN POTENZA” – APPLICATIVO MADRE CHARGING: 70% COMPLETED…”

Mi ha colto alla sprovvista una sensazione di fragilità emotiva impastata con la tenerezza più mielosa, un senso filosofico del tutto misto al realismo della caducità del presente, un impeto di protezione assoluta da mamma supereroe e/o da pubblicità di dentifricio Total 24hsu24, interrotto nel momento clou da un pianto acustico in dolby surround che rende isterici dopo 10 secondi. Il volume sonoro dei bambini neonati che piangono è abbastanza inquietante. La natura ha pensato bene di farlo così per smuoverti da qualsiasi cosa tu stia facendo e accorrere con urgenza per placarlo. E’ un suono che mette a disagio. Che quando sei in aereo ti volti a capire da dove provenga quando sai benissimo che è solo un bambino, ma devi comunque sincerartene con gli occhi.

Poi ho pianto per tre giorni (non consecutivamente ma a intervalli, un po’ senza un apparente motivo, mi commuovevo a ripetizione) e mi sono interrogata sul senso della vita e non riuscivo a smettere di immaginarmi come deve essere diventare genitore.

E’ in questi precisi momenti che allora capisci il senso della parola overdue. Al lavoro è una parola che sentiamo spesso quando i clienti non pagano in tempo. Ma ben altro è sentirsi overdue come essere umano. Come donna. overdue

Adesso mi è passato, per ora. Non so dire con certezza se nel mio futuro ci saranno dei figli, me lo immagino per curiosità, ma non ne sono completamente sicura. Del resto viviamo in una società in cui i tempi sociali sono ormai molto sfasati rispetto ai tempi naturali. Si può fare un figlio a 40 anni, anche se non è ideale. Perciò mi illudo di avere ancora tempo. Ma forse ora capisco cosa significa quando senti parlare di questa urgenza del corpo. Capisco le donne che sospirano ripetendosi: “Siamo oltre la scadenza, siamo in ritardo.”

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(Wordreference.com)

CAFFE’ CALMO

Venerdì mattina. Sveglia ore 6.10. Appuntamento per esami del sangue e urine ore 7.00.

Ore 6.50 fila davanti all’ambulatorio con altri 5 anziani, 3 signori e 2 signore. Mi prendono 4 provette con 4 tappi colorati, l’infermiera è brava e non mi fa per niente male; ma nonostante abbia premuto forte per qualche minuto quando mi rimetto in macchina la maglia mi si macchia di sangue.

Ore 7.15 sono già fuori e decido per una bella colazione al bar come premio prima di andare in ufficio. Ho finito talmente presto che il permesso PAR che ho chiesto neanche mi servirà perché sarò al lavoro anche prima del solito.

Sì, vado in quel bar dove un mio amico mi ha detto fanno degli ottimi cappuccini cremosi, devo fare una piccola deviazione dal percorso, ma ho tempo e poi ne vale la pena, dice lui.

Entro. Metà del locale ha dei lavori in corso per ampliamento. Penombra. C’è una signora che strilla in continuazione correndo da un lato all’altro del banco, da un lato ci sono le brioche e da un lato consegna i caffè. Non mi fa neanche guardare bene l’offerta esposta: PREGOOOO, LEI?? COSA PRENDE??? COSA LE DO? PER LEIIIII????

E un altro signore dietro il banco che continua a chiamare caffe e cappuccini a destra e sinistra. Tutta questa ansia mi sembra eccessiva, ci sono pochi clienti e sono assonnati e tranquilli come me, qualche operaio, qualche pensionato, qualche giovane. Non mi sembra che nessuno stia per morire o voglia consumare il pasto tipo pit-stop Formula 1 in 0.8 secondi netti. Eppure loro continuano a urlare e lanciare caffé qua e là e sbattere in faccia le brioche alla gente dicendo: PREGOOOOOOOOO!!!!! DICAAAAAA!!!!

Io mi immaginavo di sedermi in uno di quei posti all’americana, su un divanetto morbido, di sentire in sottofondo una musichetta lounge o al massimo la radio e bermi il mio cappuccino in pace. Invece ho avuto proprio fretta di andare via, di scappare, ho bevuto in piedi, ho pagato subito e sono tornata alla macchina tristissima.

Volevo un momento per me. Per riconciliarmi col mondo. Già è abbastanza imbarazzante presentare la propria pipì in una provetta a degli sconosciuti di mattina presto con altre persone in fila che ti guardano (chiedendosi se la gradazione del giallo sia quella giusta per dare l’impressione che io sia fondamentalmente sana…).

Sono piccole cose che fanno le differenza. In questo caso una differenza netta in negativo. Se solo questi gestori si rendessero conto dell’ambiente che hanno creato senza nessuna ragione valida. Immagino sia così tutti i giorni perché sono abituati a pedalare, senza dubbio, perché loro lavorano eh… Certo, ma a volte basterebbe fermarsi e guardarsi introno e ricalibrare un poco.

Martina

Cara Martina,

Sei nata il 26 luglio 2017. Era mercoledì. Io ero al lavoro e in assenza delle mie colleghe in ferie avevo tante cose da fare ed ero anche un po’ arrabbiata per certe situazioni che si trascinano. Sfioravo quasi un esaurimento per l’assenza di vacanze al mare di quest’estate 2017 che per sempre ricorderò. La nonna Silvana era al mare con tua sorella Viola e la zia Marina. Viola faceva tanti bagni coi braccioli e giocava con le amiche del mare Gioia e Matilde. Aveva anche già imparato a tuffarsi di faccia tappandosi il naso.

Alle ore 10.44 mi è arrivato un messaggio con la tua prima foto: “E’ NATA!”. Subito ho pensato che tua mamma lo avesse fatto un po’ apposta perché non ci voleva intorno a metterle ansia, e fosse andata in ospedale dai suoi colleghi senza dirci nulla, invece sei stata tu da sola che avevi fretta di nascere, non troppa, ma un pochina sì. Sembra che tuo papà si fosse svegliato nel cuore della notte un po’ confuso, mentre la mamma diceva “dai, andiamo” lui ha anche chiesto “dove???”.

Sei stata brava a nascere e stavi bene, ti hanno vestita subito elegante con un vestitino bianco a pois blu e anche con la tutina di Winnie Pooh il giorno dopo. Winnie Pooh è sempre stato il mio preferito.


Al mare tua sorella aveva fatto un calendario con il conto alla rovescia per incontrarti. Quando quella sera Viola è arrivata in ospedale, era emozionatissima e ha obbligato tutti a cantarti tanti auguri, però sottovoce per non disturbarti. Eh già, il tuo primo compleanno, anzi il compleanno zero. Il 26 luglio si festeggia Sant’Anna, poi è anche il compleanno del pittore realista Camille Corot, di Sandra Bullock e Mick Jagger. E da adesso in poi il tuo.

Sabato pomeriggio sono venuta a Udine a vederti con Fabio e tu dormivi. Quando ti ho preso in braccio e ti ho parlato, hai un po’ aperto gli occhi grigio-blu che erano tutti ancora appannati e ti ho detto: “Ciao Martina, questa macchia che vedi è la zia Laura!”. Infatti dubito che tu vedessi molto, Valentina dice che vedi anche in bianco e nero i primi tempi.

Non sono più la zia-ricca-svizzera di quando è nata Viola quattro anni fa, sono la zia-povera-italiana, ma vedrai che ti farò lo stesso tanti bei regali e ci vorremo tanto bene. Ti ho detto tante cose e anche quelle che non ti ho detto tu le hai capite, e mi hai ascoltato, ed eri tranquilla, lunga solo come il mio avambraccio, e poi hai anche mangiato un pochino tenuta da una sola manona del tuo papà, e poi sei tornata a dormire.

Dormi, piangi e mangi sono le sole tre cose che fai per adesso. Neanche sorridi veramente, ma noi quando fai le smorfie che sembrano sorrisi già ci immaginiamo come sarai quando finalmente sorriderai e potremmo farti ridere e giocare.

Incastonata come una gemma nel tuo cuscinone di Minnie a forma di U, avvolta in una copertina rosa che non si muoveva neanche, cercavo di scorgere gli impercettibili sbuffi del tuo piccolo respiro. Quel nasino con la narici talmente piccole ma perfette, sei piccola ma finita, una meraviglia che mi sorprende.

Avevi tanti capelli neri ed eri anche pelosina. Le manine tese che stiracchiandole tendevano tutte le tue cinque ditina a forma di stella, ognuna con la sua unghietta. I piedini piccoli ma lunghi farebbero pensare che sarai alta anche tu.

Viola nei giorni seguenti ha iniziato a raccontare a tutti con grande orgoglio che adesso era diventata “una sorella maggiore”, però aveva anche un po’ paura dei tuoi pianti. Dopo una settimana mi ha detto: “se le dai il ditino Martina lo stringe forte forte.” Però ha già iniziato a difenderti sempre e si prenderà cura di te.

Sai Martina, quando sono nata io, Valentina che aveva 5 anni e si era appena svegliata ha solo detto imbronciata: echissenefrega. Vuoi mettere la tua nascita con la mia???

E stata un’estate con tanti incendi, temperature altissime da caldo record e conseguenti bufere e temporali. Si discuteva dei migranti, degli accodi con la Libia, dell’acqua che mancava a Roma per la grande siccità. I parlamentari stavano per discutere finalmente dei tagli sul vitalizio ma poi all’ultimo hanno detto “fa caldo, andiamo in vacanza” e non se parla -di nuovo- più. Trump, a capo degli USA, sfiorava una crisi nucleare con la Corea del Nord. I Veneti e i Friulani litigavano su chi dei due avesse davvero inventato il tiramisù.

E così sei venuta al mondo, senza sapere niente. Pensandoti forte, da Modena a Udine, nella tua fragilità e piccolezza mi viene da dire –ma che ne sai tu– che non sapevi quasi neanche respirare, né mangiare, eppure ogni giorno impari qualcosa e imparerai tanto, e spero che questo mondo non ti corrompa troppo e sia delicato con te che sei rosa e morbida e carina e profumi di nuovo.

Con tanto amore, la tua zia Laura.

 

 

Cuba

November 2016.

Cuba touched my heart.

It enters straight in the top 10 of my best trip adventures.

It was the first time for me departing on my own with a group of unknown people. I have to say we were a cool group of people, well-matched, and our tour leader was a navigated traveler and this always makes the difference. If someone would ask me: things can go really bad or really well in a group like this, it depends on your attitude. If you are prepared to share space and time with people that might be very different from you, then you will get along. In the end it’s just for 2 weeks. Keep it relative.

We had a little bus and a local guide taking us around for 2 weeks.


Wherelse in the world can you stop on the highway (carretera central) and have mojito or a pina colada in a palm kiosk???

We slept in the casa particular almost everywhere and ate the food the restless ladies would cook for us for dinner and breakfast. It was fantastic to enter their houses and sometimes sleep in their own beds (you have to imagine that for a one night stay you pay an amount corresponding to an average month salary, so you can understand what a good deal this is).

I have been to other 3rd World countries before, but Cuba was different. In other places (Thailand for example) you slightly feel assaulted, you feel most of the time like a walking wallet, like a scam target. To the point of asking yourself if your presence there is really appreciated, if it actually does anything good for the people, for their economy, if it’s worth it, if it is not just the arrogant dream of the western man to go around the world and put a check on the map he has at home. (I do have a scratchmap myself by the way, just to keep it honest. And I do feel I want to see as many places as possible in my life… but sometimes I ask myself these questions.)

But Cuba is a peaceful place, and quite safe. We never felt in danger nor the people who asked us things bothered us or invaded our personal space. It is quite surprising though to realise that no one asks you for money directly, they actually can’t buy the things they wish because they don’t have them there. The shops look pretty sad. Shelfs and shelfs of the same 2 or 3 items.

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shelves full of the same product

So, instead, they ask you for t-shirts, make-up, soap, shoes, candies… I think I have seen the highest level of happiness ever into the eyes of a kid to whom we gave some candies, it made me think of my niece at home and all the toys she has and still wants more, and a candy is just a candy to her – not a treasure.

I give you an example: at the end of the trip I wanted to throw away my worn out sandals but my host lady asked me to give them to her instead. Can you feel proud or generous about something that? I felt a bit ashamed to be honest. But the dignity and the pride of the Cuban people really impressed me. They are very creative and reinvent constantly objects because they cannot throw them away; they have the best mechanics capable of repairing 100 times these old fashion colorful cars. Once I was riding a taxi that had my age! Rolando the driver was amasing. He took us on a moskvich up to the Sierra Maestra all in first gear. It was magical.

Culturally also Cubans are quite rich: such a mix of different origins and traditions and genetics. Cubans are blond as well as dark, they are white as well as mulatto. They can be quite different one another, but they are all integrated. Maybe living on an island and under a special regime helps to create cohesion, so it seemed to me quite a positive example to look at nowadays. I admire the way the aboriginal tradition managed to survive in a mélange with the imposed Christianity creating unique religious forms. (You know the story of this old Italian lady whose niece discovered she has been praying for years to a statue of a Star Wars character that she was believing was Saint Antonio? Well a bit like that, it made me think it’s not the form that counts but the meaning you put in it. In the Cuban Santeria in order to worship secretly their Orishas (semi-god and goddess) the people used to pray to the Christian saints, in this way they managed to keep their own beliefs alive and not being caught.)

Before departing, I found some people reacting a bit weird when I mentioned I was going to Cuba. People like insinuating things and being malicious, but I understood that the same geographical place can hide multiple types of destinations. Cuba is a typical example of such a bias.

All my friends who have been there before me and have similar points of view, where really enthusiastic. Most of all I wanted to go there before everything started to change too much. Well, timing couldn’t have been better because Fidel died while I was in the middle of the tour (we’ll get back to that later)!

On the same plane there were people going to a resort to spend 2 weeks at the beach during the day and with free alcohol at night. Each day the same. But holidays like that could be everywhere on earth, no??? Why bothering to go far? Other people (old people) going to meet their local partner for a relationship that is consumed few months per year. The habitual customers. And then people like me, the modest adventurous travelers.

You might already know I have a thing for the places I like to call “fucked up”, i.d.: falling apart, decadent and shabby (like certain Eastern European cities). Cuba has this flair throughout. But Havana especially. Havana avenues for me could easily beat the glamorous Champs-Elysees, no joking. There are so many beautiful palaces with that colonial style that everywhere else has been knocked down to make space to modern stuff, but if they ‘d just receive a little attention and care… and then there are little hidden gems, like restaurants and bars inside certain buildings that at first sight you would bet they are closed for imminent collapse danger. It’s all there to discover.

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The local mountain taxi – photo by Lucio P.

And then Fidel died. It was at the crack of dawn when we got up to depart for the tracking in the Sierra Maestra. And the rumor started spreading in the group as people from Italy were sending text messages about this epic event. We could not believe it, it was such a special day. We visited the camp site in the forest and got exhausted by the 6 hours trail. Unfortunately the downside of being part of Cuban history while it’s developing is that the atmosphere totally changed, they stopped playing music in the casa della musica of every town we visited, and also stopped serving alcohol in most of the places, including those for tourists. In any case you can choose only between 2 beer brands: Bucanero and Cristal, but still we were craving one of those at each dinner after long and hot days walking around or after 6 hours transfer on the bus.

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Sierra Maestra panorama

We bought the local newspaper as souvenir which was quite an adventure per itself, we watch the local TV which broadcasted with no pause all the events and all the interviews ever recorded on Fidel. We talked to the people and we felt their grief. Because despite all you can say to criticize this government, Fidel was one of the most important leaders of our century, a powerful symbol of a dated ideal. It’s not easy to judge what is good or bad. You have to see it with your eyes. You have to understand the value of freedom like we perceive it in our part of the world and that we give for granted most of the time. But really isn’t.

If I just can tell you one thing would be to take time to go see places like this in your life, where things work different than in our reality, because you come back with eyes wide open, you come back and you re-asses things, you re-weight your values. It’s like a mental reset to me.

Finally, the only few days at the beach for me were enough. The weather was mostly cloudy and windy – which is ok being during their winter, but not to really enjoying swimming or even sunbathing (occasionally raining).Don’t get me wrong, Caribbean sea is indeed wonderful and crystal clear. It all made me feel like I want to discover much more of Central America now. I hope it will inspire you too.

Oh, sorry, wait a minute, I was about to leave you without talking about food!!! I loved all the exotic fresh fruits and juices and things I never ate before like guayaba. We ate a lot of lobster as well, meals consist mainly of white or black rice with beans plus chicken or fish, some side dishes like platano chips, tapioca and yucca. Interesting fact: red meat is rare and quite expensive, reserved for tourists, because there is an actual law that forbid the population to kill cows.

Ok, You can go now.

Havana view terrace la Guarida

MEMORIA D’ ESTATE

Luglio interminabile. Poi Agosto. Pomeriggi caldissimi. Io che dopo mangiato, con indosso gli zoccoletti di legno, sprezzante del pericolo, passeggiavo sotto il sole a picco sugli scogli davanti casa, alla ricerca di conchiglie e altri tesori incastonati nella roccia con le mie cuginette. A volte, tornando a casa con qualche buco nei piedi perché gli zoccoli non sono proprio la calzatura pratica per stare in equilibrio sugli spuntoni di roccia, perdevamo l’equilibrio e il piede ci scivolava sulle punte acuminate, ma ci piaceva cosi.
Avevo un secchio pieno di conchiglie bellissime, casette di paguro o tipo abalone madreperla (orecchio di mare), pezzi di corallo e chiodi verdi ossidati dello sbarco degli americani… e poi un inverno ci hanno rubato tutto. Maledetti. E stato come mi avessero strappato dei ricordi, poco valore ma tanto significato.

Naso spellato perennemente, c’e una piccola area circoscritta tra le lentiggini sulla punta del mio nasino all’insù che regolarmente si ustionava, con la carne che bruciava per il sale quando mi tuffavo in acqua.

Le zie che passano la canna dell’acqua sul suolo polveroso lamentandosi della calura e dello scirocco che non dà tregua. Vicino al forno delle pizze, davanti al mare, teglie e teglie allineate, metri quadrati di pomodori secchi esposti al sole per poi essere invasati per l’inverno: conserva, salsa, e strattu (estratto o concentrato di pomodoro ciliegino).

I cani randagi riposavano all’ombra dietro le case. Ci passavamo accanto piano per non farli risvegliare guardavamo i silos alti vicino al porto: mi ha sempre inquietato quel posto abbandonato, ma ora non c’è più. Vive solo nelle nostre test, nelle nostre memorie. Entravamo nella casa di mezzo: una porta di legno sgangherata sul retro tra le nostre abitazioni, che usavamo tutti come cantina e deposito di cose. Entravamo sempre lì per provare quel brivido, sentire i topi correre via e vedere qualche ragno, qualche lucertola e quell’odore nitido di roba vecchia.

La 127 verde pino di mio nonno all’ombra del fico e della magnolia. La carbonella della nonna sulla veranda davanti casa dove sono stati arrostiti i pipi (peperoni lunghi rossi e verdi) prima di pranzo. Il cespuglio verde coi fiori fucsia dell’oleandro accanto alla cisterna dell’acqua.

La nonna


Ogni mattina arrivava il furgoncino bianco del pane, portava anche la brioche: mia sorella sempre crema, io sempre marmellata.

Al pomeriggio, quando il sole iniziava a indebolirsi, una volta alla settimana arrivava Natale con la sua lapa verde azzurro acqua e il raccolto della sua campagna.

Immagine ape car da pinterest

Natale aveva un cappello di paglia, una canotta, dei calzoncini e dei baffetti grigiobianchi. Non parlava tanto e comunque non lo capivo bene nel suo dialetto stretto perché gli mancavano dei denti. Ma era buono. Nella memoria ricordo nitido il suo collo sempre scurissimo, picchiato dal sole e segnato dal lavoro. Sulla nuca aveva delle pieghe diagonali che formavano dei rombi geometricamente perfetti, rughe solcate da anni di esposizione ai raggi solari senza protezione alcuna (del resto erano gli anni 70/80). Rughe oblique corrispondenti al movimento del collo che si gira a destra o sinistra e quindi perfettamente allineate in quei quadrilateri, mi hanno affascinato tantissimo da bambina. Non ho mai più visto un collo così.

Natale vendeva citrola (cetrioli), cetrangolo (cetriolo tortarello), la zucchina per la minestra (minestra di tenerumi con cucuzza) oltre naturalmente ai pomodori IGP DOC, le pesche, i meloni d’acqua (angurie), le cipolle, le patate, l’origano, e u putrusino (prezzemolo).

Ogni giorno, mentre quasi tutte le famiglie riposavano e facevano il sonnellino, noi piccole insonni ci scrivevamo a vicenda i diari già pronti per l’anno scolastico in vista o facevamo balletti, inventavamo coreografie o ci mettevamo sul dondolo e ci facevamo spingere dai cugini piccoli. Finché non veniva l’ora di andare di nuovo al mare.

Ci azzardavamo a sederci sulle vespe dei cugini fino a salire sulle moto grandi, coi cavalletti traballanti e facevamo finta di guidare con due o tre passeggeri a testa, finché loro per pietà non ci portavano davvero a fare un giro, senza casco, con indosso solo il costumino e il sedere che ci si appiccicava alla sella calda e nera, però era bello tenersi stretti e andare veloci, guardando il mare correre accanto.

Io sulla vespa


Fichi d’india e muretti bianchi bassi. Un mare di serre coltivate all’orizzonte che coi teli di plastica riflettenti il sole sembravano anche quelle onde sulle sponde collinari dell’entroterra. La salina secca brillante di cristalli in mezzo alle canne.

Di notte un cielo nero, che così nero l’ho ritrovato solo in mezzo a una farm australiana, dove però essendo un altro emisfero non ho riconosciuto nessuna stella. Invece in Sicilia d’estate le stelle erano sempre nello stesso posto e si poteva distinguere bene anche la via lattea con la sua scia biancastra. Quanti desideri ho espresso verso quel fazzoletto di notte sempre limpida.

Stavamo tutti insieme, una grande famiglia, tavolate lunghe per pranzi ferragostani interminabili. Partite a carte, solitari e narrazione di barzellette e storie della tradizione popolare, rigorosamente in dialetto. Mia sorella che si vergognava e non le interessava mai tanto imparare e io che invece pendevo dalle labbra della nonna e ripetevo tutto allenando inflessione e accento.

Questa è stata la mia infanzia, fatta di estati lunghe e tutte uguali, da quando sono nata a quando sono diventata adolescente, prima che lo studio, i morosi, gli impegni e poi il lavoro mi ostacolassero nei mei 2 immancabili mesi di vacanza in Sicilia.

Mi manca tanto.

 La ricette che potete provare:

http://www.ilgiornaledelcibo.it/ricetta/minestra-di-tinnirumi-minestra-di-tenerumi/

http://blog.giallozafferano.it/cannellaamorefantasia/peperoni-arrostiti-alla-siciliana/
Per approfondire sulle coltivazioni mediterranee ho scovato questa azienda sicula che si presenta molto bene:

https://www.ilgiardinodellemeraviglie.it/it/cetrioli-zucche-e-zucchine.html

FUROSHIKI

Eccomi di nuovo a dilungarmi sull’Asia. Perdonatemi ma non posso proprio farne a meno.

Ma quanta poesia c’è in Giappone???

Infatti torno a parlarne per un’altra usanza secondo me bellissima.

L’arte di avvolgere vari oggetti piegando un foulard -tradizionalmente quadrato e chiamato furoshiki appunto- per il trasporto dei vestiti, del pranzo nel classico bentō o di un dono (in questo caso la stoffa si predilige di seta o comunque pregiata). Le stampe di queste stoffe sono coloratissime, con vari disegni e hanno anche una simbologia particolare.

Di questi fagottini elegantemente piegati e annodati ce ne sono davvero di bellissimi!


Mi fa pensare a una certa distinta delicatezza che i giapponesi hanno come fosse una loro marcia in più. Un ingrediente segreto che è rappresentato dalla cura che loro mettono nelle cose e in certi dettagli.

Io non so fare bene i pacchetti dei regali, anche perché lo trovo inconsciamente inutile e quindi non ci ho mai messo impegno a imparare bene. La mia è una visione “utilitaristica”: siccome poi il regalo lo scarti e lo usi il pacchetto è di per se una cosa che va gettata e quindi non merita molta attenzione. In questo forse dovrei decisamente essere un po’ più aggraziatamente giapponese…

Quanta ritualità tradotta in gesti semplici eppure così sacri mi meraviglia, adoro questo loro modo di mantenere vivi e far sopravvivere queste tradizioni antiche all’interno del loro stile di vita modernissimo e frenetico.

L’attenzione per l’ambiente e la sensibilità per l’ecologia ha portato il governo nel 2006 a promuovere una campagna per rinnovare l’uso di questa tecnica di trasporto distribuendo uno speciale furoshiki “green” stampato e ricavato da bottiglie PET riciclate. Questo speciale versione è stata chiamata mottainai furoshiki, e qui riemerge tutta la poesia nipponica, infatti mottainai significa il dispiacere per qualcosa che diventa un rifiuto senza averne sfruttato pienamente le potenzialità.

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Sembra che questo “fazzoletto” fosse nato proprio per raccogliere gli indumenti quando i giapponesi iniziavano a frequentare i bagni pubblici (Onsen e Sento) e quindi evitavano in questo modo che gli abiti fossero confusi con altri o persi. Un rituale (quello del bagno e della purificazione) che conduce all’altro.

Il Giappone ha una cultura ricchissima e affascinante come poche: penso alla cerimonia del tè dove un gesto che sembra così banale per noi occidentali superficiali assume rilevanza di pratica spirituale zen e di massima espressione estetica attraverso i fiori (Ikebana) e la disposizione degli oggetti (braciere, ciotole, strumenti ecc.); poi penso ai templi e ai santuari, ai samurai, alla fioritura dei ciliegi (Sakura)… ne avremmo di cose di cui parlare…

C’è in Giappone una spiritualità ineguagliabile che non ho (ancora) trovato altrove.

https://it.wikipedia.org/wiki/Furoshiki

http://www.giapponeinitalia.org/furoshiki-cento-usi-di-un-quadrato-di-stoffa-2/

http://furoshiki.com/techniques