The Trench Tale

The Trench Tale

***

Ci sono giorni in cui un Trench ti da un’aria di allegria e altri, grigi e umidi, in cui zuppo d’acqua ti ricorda solo che c’è un pianista che suona un pezzo su di un battello che scorre lento sul Danubio, non suona per i turisti, non suona per le coppie di innamorati, non suona per le personalità del suo Paese, suona solo per se stesso. E pensare che una volta suonava per la sua donna.

Pioggia e vento, a Budapest, sul Danubio un grigiore tristissimo. Su un battello un pianista suona un brano chiamato “Lost in love” e pensa che anche quella sera tornerà a casa e la troverà vuota. Una donna, senza trucco, in riva al fiume, con un trench guarda passare il battello e pensa che anche quella sera tornerà a casa e la troverà vuota. I piccioni volano sopra i tetti di Budapest, sul palazzo reale, sul parlamento, passano a pelo d’acqua: nulla è mai stato più grigio di quella giornata. Il pianista suona solo quel brano, tutto il giorno, tutti i giorni. E’ molto bravo a suonare, ma le sue dita si muovono solo per quel pezzo.

La donna col trench nero guarda il battello e pensa, pensa alla tristezza infinita che avvolge la città, quasi come una morsa che soffoca tutto. Pensa ai suoi giorni felici a Parigi in compagnia del suo soldato, l’unico uomo che avesse mai amato. Pensa al giorno in cui lui le regalò quel trench per tenerla calda in una di quelle fresche serate di agosto, fresca come solo un’estate a Parigi può essere. Anche a Budapest ormai è tempo di autunno, la donna, osservando il battello scivolare morbido sulle acque blu, pensa ai giorni di agosto ormai lontani e forse dentro di sé vorrebbe un po’ sorridere, ma il suo volto è come una maschera che non permette alle emozioni di emergere in superficie. I giorni di agosto le sono sempre sembrati dei giorni sfortunati perché d’estate, in vacanza, nessuno si cura di loro. Era così bello perdersi in quella euforia in cui ogni giorno è uguale, senza scadenze, lontano da tutto, dalla guerra, dal dolore.

L’autunno incombe su di lei e sui suoi ricordi felici ma lontani, irraggiungibili ormai. Il grigio si proietta sul fiume, sul battello, sulle mani del pianista e sulla sua incolmabile solitudine.
Entrambi non sanno di essere l’uno per l’altro un compagno silenzioso, non sanno che nell’infinito abisso della loro mancanza, sono più vicini di quanto non potrebbero essere se solo si conoscessero. Dondolano insieme sul filo delle loro felicità interrotte, pericolosamente vicini, tanto da rischiare una perdita di equilibrio.
La donna si volta, si sistema il bavero del trench con una mano, affondando l’altra nella tasca. Si dirige verso casa, mentre il battello scivola sempre di più in una morsa grigio-blu di cielo e acqua.

“Hey Stravinsky”. E’ l’Uomo dietro al banco a parlare, con la sua voce da “io sono quello che ascolta tutti e che non parla con nessuno”.
“Hey Stravinsky, smettila di suonare quel dannato brano e vieni a farti un goccio”. Niente, Stravinsky, come se questo fosse il suo vero nome, gira appena il capo nella direzione della voce dell’Uomo dietro al banco. Ma null’altro, le sue dita non si fermano a uccidere le note, a uccidere se stesso.
“Senti”, dice l’Uomo dietro al banco, “non so perché tu sia così” ma non trova le parole per proseguire quella frase. “Ok, va bene, il goccio te lo porto li, ma in cambio mi fai un favore e mi dici chi sei e perché, soprattutto, non fai altro che suonare questo brano, senza sosta”.
L’Uomo dietro al banco versa della vodka di pessima qualità in un bicchiere ormai opaco per il tempo e con passo incerto si avvicina al pianista. Poggia il bicchiere sul nero di quel pianoforte, attento a non fare rumore, fissando il volto del suonatore.
“Sono Stravinsky, l’hai detto tu no? Sono Stravinsky, e sono morto”. E il bicchiere rimane li dov’è.
“Beh, io sono l’Uomo dietro al banco, e questo lavoro è una schifezza”.
“Mi dispiace”.
“Per quel che può valere”.
“…”.
“Senti, è ora di andare, è buio fuori, e stiamo attraccando. Va a casa e ubriacati”.
“Casa mia è l’unico posto dove non voglio andare. Vorresti vivere in un deserto?”.
“…”.
“Appunto”.
“Io vado allora, ci vediamo domani”.
“Ciao”.
“…”.
Lost in love continua a spandere tutt’intorno note e melodie e tristezza e rabbia e rancore e voglia di vomitare.

La donna con il trench cammina nella pioggia.

Arrivando verso casa sentiva il vuoto attenderla quasi a volerla inghiottire, sa di trovare solo silenzio e polvere nel suo piccolo appartamento, e un gattaccio rosso e malandato che da un paio di settimane arrivava attraverso i tetti fino al suo davanzale e si sedeva li, come per farle un po’ di compagnia, anche se lei non gli aveva mai dato da mangiare e non lo voleva nemmeno accarezzare, talmente arido era ormai lo spazio che dentro di lei era una volta riservato ai sentimenti.
All’improvviso senza una ragione logica apparente gira l’angolo di scatto e comincia a camminare per un’altra strada, che si addentra nella zona malfamata del porto e che non dirige di certo a casa sua, ma comunque non si sa dove. Cammina come a sfidare la sorte, anche se un evento spiacevole può accadere non le importa ormai, non le importa più niente di niente. Cammina quasi senza fare rumore, i suoi tacchi consumati producono solo un leggero ticchettio che si confonde con le deboli gocce di pioggia. Passa davanti alle serrande dei bar e locali in chiusura, luci soffuse che illuminano chiazze di marciapiedi accanto alle strade deserte. Assorta com’è nel pensare al tutto e al niente insieme, non nota che di fronte a lei risale la via un uomo, anche lui testa bassa a fissarsi le scarpe. Un attimo e si scontrano. Rimangono li per un po’, un istante che sembra infinito, senza aprire bocca, senza sapere che dire o che fare tutti e due fissandosi solo per la prima volta intensamente e con sorpresa negli occhi. Nel buio delle reciproche pupille probabilmente trovano ognuno la propria miserabile immagine riflessa e provano il desiderio di allontanarsi senza aggiungere altro strazio a quella situazione. Ma in quel preciso istante lui tira fuori dalla tasca della giacca un portasigarette d’argento un po’ opaco, lo apre e ne porge una alla donna col trench, senza nemmeno sapere se lei fumi. Comunque fosse lei la accetta dicendo: “grazie, faccio io” e con un fiammifero accende la sigaretta. In quel bagliore di fuoco l’uomo è colpito dal volto segnato della donna, mentre lei invece fissa le mani di lui, mani grandi ma affusolate, belle, che solo un pianista possiede.
“Mi chiamo Stravinsky, Signora. Mi consenta di accompagnarla a casa, non e’ una così bella serata per permetterle di girare in questo posto da sola. E mi scusi se le sono venuto addosso. ”
E senza che lei aggiungesse nulla, se non un cenno del capo mentre le sue labbra stringono la sigaretta, cominciano a camminare uno di fianco all’altra, per ore.

Adesso però bisogna compiere un piccolo sforzo, e immaginare questa scena, come ad essere lì, ad essere uno di quei disperati che vanno a lavoro alle quattro del mattino al porto, a scaricare le chiatte che approdano lì tutti i santi giorni, che trasportano merci provenienti da chissà quale angolo remoto del mondo. Bisogna immaginare di essere lì, sotto quella pioggia fastidiosa, fradici di povertà e sonno, con quel sapore di posacenere dentro, in gola, nel petto, nella testa. Stare lì appoggiati ad un angolo buio, aspettando l’arrivo del camion che porta altri disperati al macello quotidiano del porto. Ecco, lì, avreste visto passare in mezzo al puzzo di schifo portuale e all’unto delle macchine due figure, così belle che vi avrebbe fatto impressione guardarle. Due persone, uomo e donna, un cappotto scuro e un trench, con sotto due persone, non due disperati. Due persone, vive. Almeno, questo vi sarebbe sembrato.

“Mi chiamo Stravinsky, Signora. Mi chiamo Stravisnky, suono il pianoforte e sono morto”.
“E’ un piacere conoscerla Stravinsky. Io sono La Signora con il trench, e anche io, come lei, sono morta”.

Due morti a passeggio per ore buie in quel porto sul Danubio, fradici della loro non vita e con delle sigarette tra le dita. Muti come solo due morti possono essere e solo la melodia dei tacchi delle scarpe della Signora con il trench a spappolare il peso della nebbia mattutina, silenziosa e granitica. Dannata nebbia e dannata pioggia.
Non c’era bisogno di spiegarsi nulla per quelle due figure, avevano la certezza che la solitudine dell’altro fosse identica alla propria. Ma è proprio quando è così palese la verità, quando ce l’hai appiccicata addosso, è li che è così difficile strappare un successo al destino. Le bestemmie si infilzano fra i denti di Stravinsky, che si morde le labbra fino a piangere per non scoperchiare quella specie di vaso di Pandora che aveva dentro. Può fare tutto, in teoria. Potrebbe prendere la Signora per le spalle, senza nemmeno guardarla negli occhi. Senza occhi, senza luce, senza dubbi. Far vivere quell’incontro tra una rosa e un pipistrello. Potrebbe, certo. Ma non lo fa. Sarebbe come spararsi nelle budella, una morte atroce, lenta, la più dolorosa. Ci metti giorni a morire così. La stessa cosa.

La stessa cosa.

L’alba. “Grazie, sono arrivata.”
La donna col trench alza solo per un attimo gli occhi e fa un mezzo cenno con la testa. Si ferma davanti a un portone sgangherato che basta spingere senza avere le chiavi per aprirlo.
“Buona notte, Signora”.
“Buona notte Stravinsky, ci vediamo domani sul battello.”
E senza aggiungere altro se ne va, lasciando intendere che lei lo conosce benissimo, non solo conosce la sua disperazione per empatia, ma anche la sua musica maledetta e putrefatta di solitudine, malinconia, vuoto.
Lui invece non si era mai accorto che lei tutte le sere andava sul lungofiume ad aspettarlo passare, in realtà la donna col trench non aspettava lui, ma l’incontro magico con le note che sprigionavano le sue mani. L’unico attimo delle sue giornate buie in cui vedeva uno spiraglio, anche se non era vita vera, ma ricordi, concentrati in quella nostalgia sonora mista nebbia. Perché lei come lui viveva nel passato. Come trattenendo il respiro a lungo e all’improvviso poter respirare, anche se solo per poco. Respirare con quella canzone, pensando al suo soldato.

La casa vuota, umida, nemmeno quel gattaccio malandato alla finestra. La donna col trench si addormenta appoggiata al suo cuscino di malinconia, eppure bella, sotto quello strato di polvere che ricopre i suoi sentimenti.

Stravinsky invece va a sbronzarsi, come gli aveva consigliato l’Uomo dietro il banco.

In quella bettola puzzolente incontra mille altri disperati come lui, e puttane.
Ma lui è sordo a tutto, sordo e muto.
Gli si avvicina un tizio, che non si capisce se barcolli per colpa dell’alcool o perché è zoppo. Giacca sdrucita, barba lunga.
“Mi chiamo Smith, bevi un goccio con me, non ti ho mai visto qui. Sono stufo di bere da solo. Raccontami la tua storia e io ti pago da bere.”
“ Mi chiamo, Stravinsky, ma non ho nessuna storia da raccontare Smith, mi dispiace.”

“Tutti abbiamo una storia da raccontare, ce l’hanno i ricchi, i poveri, le donne rovinate dai settanta anni di fatiche, i bambini, i vecchi, gli ubriachi”.
“Ma non i morti, signor Smith. E io sono morto”.
Nell’angolo due baldracche si stanno rifacendo quello che nel mondo civile chiamano trucco, ma che li è diventato solo un’altra schifosa possibilità per portare a casa un cavolo per la zuppa.
C’è troppo rumore in quel posto, c’è troppa gente e troppo rumore. I vivi fanno sempre un baccano infernale, passano tutto il tempo a saturare l’aria di rumori e di frastuono, pensa Stravinsky. Io che sono morto amo il silenzio, è accogliente e non ti fa venire il mal di testa.
Dietro al banco di quella specie di magazzino di disperazione un uomo con la barba che gli tocca la pancia mescola birra chiara e i resti delle bevande altrui in un bidone lercio e che sa di rassegnazione.
Entra un uomo con la faccia spaccata, rotta in due dalle bastonate di qualcuno per la strada. Cammina piano con lo sguardo vuoto di chi sa che anche se muore mica succede niente, anzi forse qualcosa finirà col migliorare. Cammina dritto fino al banco e si siede a fianco di Smith.
“Devi smetterla di provare a farti ammazzare Bello, se qui finisce che ci riesci prima o poi”.
“Già, forse hai ragione, forse dovrei smetterla. Ehi, di un po’, chi è il morto che ti porti dietro?”.
“E’ Stravinsky”. Stravinsky, che non alza nemmeno lo sguardo dal bicchiere, con le spalle ricurve su sé stesso, il petto in fiamme.
“Cazzo, Stravinsky, devi passartela proprio male amico mio! Facciamo una cosa, raccontami un po’ cosa ti prende e io ti offro da bere”.
“Non ho nulla da raccontare”.
“Tutti hanno qualcosa…” ma il Bello viene interrotto da Stravinsky, che finalmente si volta a fissargli lo sguardo, proprio in mezzo agli occhi. “E’ la seconda volta che sento la stessa frase stasera, e sono sinceramente stufo”.
“Permaloso del cazzo”.
Smith intanto è finito sotto la gonna di una puttana dietro nel vicolo, una cicciona lurida con delle calze massacrate almeno tanto quanto il suo morale.
“Dimmi, Bello, vuoi morire?”.
“Si, voglio morire e non me ne frega un cazzo di niente”.
“Accontentato”.
Li nel bar ci sono puttane, morti di fame, stranieri, idioti e personaggi senza nome e senza volto che non sembrano potersene andare in nessun altro posto. Ma nessuno di questi nota quello che succede nel momento in cui le orecchie del Bello percepiscono l’ultima parola di Stravinsky. Tutti hanno i propri fatti a cui badare, le proprie rogne putrefatte da domare e nessuno nota la pacatezza con cui il pianista stacca i gomiti dal banco di legno marcio, la lentezza del movimento, la consapevolezza nei suoi occhi. I morti sono immortali, non possono morire ancora. Dalla tasca interna della giaccia Stravisnky tira fuori un serramanico lungo come gli anni della sua solitudine, si alza e copre quei due passi di distanza che lo separano dal Bello. Lo guarda nell’occhio sinistro mentre gli dice che morire fa schifo ma vivere è ancora peggio.
La lama del coltello scatta fuori veloce, unico movimento rapido all’interno del locale. Il Bello trema e piange già.
Stravinsky pianta il serramanico nel legno dello sgabello tra le cosce del Bello senza mai staccare gli occhi da quelli del disperato sanguinante. “Ammazzati da solo, mi fai troppo schifo per farti questo favore”.
Si avvia verso le prime luci del mattino, tra i vapori e le ciminiere delle lavorazioni notturne.

Smith, nello stesso istante, sta venendo tra le cosce di una baldracca in un vicolo bisunto della periferia di una città addormentata.

E’ passato un altro giorno sempre uguale, sempre grigio, che porta sempre con sé lo stesso odore di vecchia muffa.
Anche quel giorno, prima del tramonto, dopo aver dato da mangiare al gattaccio quel poco di avanzi che aveva – forse per pietà, o forse perché alla fine ci teneva almeno alla sua compagnia, si era convinta a dargli da mangiare – la donna indossa il suo trench, e si avvia piano verso la passeggiata sul fiume, ad aspettare il battello passare, ad aspettare le melodie di quella canzone, ad aspettare i suoi sogni infranti farsi di nuovo vivi sulla superficie di quelle acque.
Eccolo lì il battello che quasi cade a pezzi, e quell’uomo, Stravinsky, a suonare sempre la stessa cosa, per guadagnarsi almeno quei due soldi che tanto dopo poco sputtanerà in qualche bettola e dover ricominciare all’infinito la sua quotidiana tragedia.
C’è un attimo di esitazione nella melodia e Stravinsky che si volta piano a guardare la riva, e lì vede lei, la donna col trench a cui ha offerto una sigaretta il giorno prima, una donna che non conosce, eppure che, non sa come, ha rappresentato l’unico attimo diverso – né migliore, né peggiore, solo diverso – delle sue giornate da anni a questa parte. I loro sguardi seppur lontani e deboli si incontrano per un po’, senza dire o fare niente. Lei da una parte e lui dall’altra del fiume, segnati nel loro destino di eterna solitudine.
Poi all’improvviso un balordo ubriaco la assale da dietro, la afferra e inizia a trascinarla imprecando e gridando insulti contro di lei.
Stravinsky vede tutta la scena, ma sta suonando sopra il battello e non sa cosa fare…

Ci mette un paio di minuti, è li con le dita sul piano, fa pascolare il cervello per un bel po’ prima di ricordarsi dei suoi stessi pensieri, di quello che ogni volta gli da la forza di fare quello che fa. Ci mette un paio di minuti a pensare, di nuovo, che un morto è immortale e quindi non può morire. Si alza e si allontana dal pianoforte, che rimane li e sembra la cosa più inutile sulla faccia della terra senza nessuno che lo suoni, senza nessuno che dia un senso al suo essere li.
L’Uomo dietro al banco sgrana gli occhi, mezzo incredulo della scena che gli si para davanti, e mezzo indifferente, con addosso la saggezza di chi vede e sente tutto, e che incamera sempre senza mai parlare. Si, perché l’Uomo dietro al banco, mentre asciuga i bicchieri con uno straccio grigio, vede Stravinsky che smette di suonare, e rimane li come uno a cui gli prende il blues e svalvola di brutto con la testa. Rimane li fermo come un tocco di marmo per un bel po’, poi si alza senza mai cambiare espressione e se ne viene tutto dritto dritto verso il bancone. Fa il giro, prende una bottiglia di scotch, di quello buono, invecchiato 16 anni nelle botti buone, mica scemo il pianista qua. Prende, apre, scola, chiude, e via, in un solo movimento è fuori da li, con la bottiglia nella tasca del cappotto che per forza di cose deve essersi messo mentre usciva, è fuori, per la precisione è li che da bracciate nel fiume gelido con la foga di uno che ci sta per rimettere la pellaccia.
L’Uomo dietro al banco asciuga un altro bicchiere, con un sospiro lungo così lo ripone insieme agli altri bicchieri, sotto al bancone, ne prende uno diverso, un po’ sbeccato, lo riempie di cognac. Per la precisione lo riempie per tre volte, visto che per tre volte lo svuota con tutta la non curanza di cui è capace. Ecco fatto, pensa, archiviata anche questa.
Stravinsky  nuota e nuota e poi arriva a toccare le pietre dell’argine del fiume. Arriva ai gradini infreddolito marcio e zuppo, con le labbra che tremano e le dita che non riescono a stringere nulla. Corre adesso, corre sentendo un dolore infame alle ginocchia, alle caviglie, alle cosce, corre con i polmoni che prendono fuoco, un fuoco che lo tiene in piedi e che lo spinge come una di quelle vecchie e malandate locomotive a vapore. Spinge su quelle cazzo di gambe che si ritrova, spinge con le scarpe eleganti e spinge giù lo scotch, ogni duecento metri si ferma e butta giù due sorsi. Il fuoco riprende vigore e riparte come una pallottola di fucile. Cazzo se corre, senza sapere nemmeno dove cristo sta andando.
Ultimo dannato goccio di ambra per lui, e gira l’angolo. Tre cassonetti, un gatto che sgranocchia chissà quale prelibatezza urbana, due barboni addormentati e due ombre in fondo alla via.
Corri cazzo Stravisnky, cosa diavolo aspetti! Corri e fai muovere quelle due cristo di gambe. Corri, vecchio bastardo! Corri che li prendi, corri cazzo!
Alla fine li raggiunge dopo aver girato altri due angoli bui. Lei contro un muro, le tremano i seni per il respiro veloce e la paura. Paura di morire, paura di Budapest. Il suo trench è sporco di qualcosa di nero, forse grasso di motore. Forse. Ma ha dei capelli bellissimi, che sembrano urlare lo splendore del suo volto a chiunque si avvicini. Se solo potessero mordere. La Signora sta li, di pietra, con le mani lungo i fianchi e i respiri brevi. Non piange, ha lo sguardo perso chissà dove, anche se ha una paura folle. Guarda altrove, guarda altri luoghi e altri tempi, guarda qualcun altro.
Di fronte a lei un pezzente, con una tuta da lavoro unta come poche cose al mondo lo sono, un cappotto devastato e ai piedi due stivali diversi. Se ne sta, lui e la sua puzza di fallimento a fargli compagnia. Non parla, non si muove, li, a mezzo metro dalla Signora con il trench. La fissa negli occhi, con i suoi di occhi che sono pieni di melma.
Stravinsky pensa solo che una corsa così non la faceva da anni e che adesso vuole che almeno almeno sia servita a qualcosa. Due respiri profondi, senza dire nulla, si abbottona il cappotto e si sistema il bavero. In una mano la bottiglia vuota, nell’altra all’improvviso la testa dell’uomo. Era dieci passi indietro, dieci passi, come diavolo ha fatto ad arrivare qui?! La testa dell’uomo viene proiettata contro il muro, a venti centimetri da una ciocca di capelli della Signora.
La testa dell’uomo rimbalza e torna indietro, trascinata dai piedi incerti. Torna indietro di due passi, traiettoria maledetta che incrocia la cieca furia del vetro, che esplode tutta la sua ira proprio dietro le orecchie di quel bastardo.

E poi è solo silenzio, nel quale vengono accese due sigarette.

Stravinsky si avvicina alla donna e con delicatezza le sistema il trench, la prende sotto braccio e senza dire nulla si allontana con lei, mentre l’uomo schifoso giace in una pozza mista di sangue, vetro e marciume nel vicolo putrido.
La donna col trench fuma a pieni polmoni  come se la nicotina fosse la sua necessaria boccata di ossigeno dopo quello spavento, e dice: “A quanto pare ci rincontriamo Stravinsky.”
“Si, Signora, a quanto pare…”
“Venga, la porto a bere un goccetto.”
E si dirigono di nuovo verso il fiume, mentre Stravinsky ancora zuppo si lascia dietro un bel po’ di acqua e le sue scarpe vecchie suonano come spugne strizzate.
Il battello attraccato offre la sua sgangherata passerella, l’uomo dietro al banco sta finendo di sistemare, quei quattro poveri disperati che lavorano lì sopra stanno sbaraccando quando vedono quella strana coppia arrivare come se niente fosse.
Stravinsky va in coperta, si da un’asciugata, prende una coperta, parla col capitano e il battello quella sera eccezionalmente riparte per una piccola crociera notturna.
La donna col trench seduta al banco davanti all’uomo che le porge diversi bicchieri, anche lui affascinato, le offre la bottiglia migliore, quella che tiene nascosta là sotto.
Stravinsky riappare e si rimette a suonare, come se niente fosse mai accaduto.
La donna si avvicina : “Suonami qualcosa Stravinsky, suona qualcosa per me, adesso.”
Lui rimane lì un attimo imbambolato, sta pensando se sia veramente possibile che le sue mani si ricordino altre note oltre quelle che fanno sempre. Cerca, cerca nel fondo della sua memoria, costretto per una volta a mollare l’ancora sicura di quella sua tristezza suicida.
E poi finalmente, dopo un interminabile istante, inizia a suonare.
Tutto il battello sembra congelarsi, nessuno sa cosa fare, tutti immobili, lì ad ascoltare Stravinsky che parte per la tangente, la donna al suo fianco, il bicchiere appoggiato sul piano, il Danubio denso su cui scivola tutto ancora una volta: vite e morti, e musica e stelle.

Quindici anni. Avete idea di quanti siano quindici anni? Beh, è questo il tempo che passa da quella notte, con quella sua amalgama di assurdità, di schizofrenie cittadine e di romantiche rincorse.
Ora, in un pomeriggio con un sole che ti fa venire il mal di testa tanto è bello due persone passeggiano a braccetto, sotto un viale alberato verde come la Svizzera e che profuma di vita. Si potrebbe parlare dei suoni che si levano da quel panorama, indugiare come ragazzini fra i rami e scoprire un universo che non smette mai di essere uguale a se stesso. Ma nulla di tutto ciò accadrà, perché queste due persone i suoni non li sentono, non li apprezzano, non che siano sordi, no. E’ che proprio si rifiutano di ascoltare.
Il trench della donna è aperto e si solleva leggero al vento, ondeggiando come se stesse danzando una melodia a parte. Accanto a lei un uomo guarda fisso un punto lontano come Proxima Centauri, controllando il proprio respiro per non cedere al tornado che gli brucia dentro.
Camminano, come trasportati da un destino invincibile su cui qualcun altro aveva già da tempo scritto la parola fine, laggiù all’ultima riga. Svoltano un paio di viottoli, fra decorazioni in marmo e angeli che sembrano demoni, o demoni che sembrano angeli. L’uomo guarda le statue e per un istante percepisce la devastante ironia della situazione. Non gli rimane altro da fare che piangere, delicatamente e in silenzio. Gli scendono sette lacrime in tutto, ma per lui quelle sette piccole gocce sono il mare quando è incazzato nero, una tempesta infernale di morti e naufraghi.
Un passo e poi un altro, le due figure procedono senza parlare seppur consapevoli del sentire dell’altro. Uno stormo di piccioni vola basso laggiù in fondo, dove un angelo si regge stanco su un gotico antico, stanco del suo eterno vegliare sul mortale incedere dell’uomo.

Quindici anni, dopo quindici anni la Signora col trench rivede Stravisnky, gli può parlare, lo può guardare, può sentire come una volta la sua musica. Una rosa bianca se ne sta li, da sola come il pianista, a sfidare la tentazione di compiere quel passo che la porterebbe al di la dell’orizzonte degli eventi mortali per trasportarla nel luogo dove il tempo precipita e lo spazio collassa.
Lui sta piangendo la sua settima lacrima in quel preciso istante. La Signora apre la borsa e ne tira fuori dei fogli malandati, gialli dal tempo, e scritti dall’ira e dalla passione, di sicuro non da una mano umana. Li osserva un’ultima volta, sapendo che non li rivedrà mai più, sapendo che li sta consegnando ai demoni che la fissano da dietro. Ripone i fogli sotto al vaso in cui riposa quell’unico fiore, che però evidentemente non era molto avvezzo alle visite. Sarà stata l’emozione, o chissà che, fatto sta che un petalo cede e precipita sul marmo freddo, lento come le note che uscivano dalle dita del pianista.
Lui ha esaurito le lacrime e dentro è secco come un campo abbandonato, da cui tutti sono fuggiti in cerca di una giacchetta blu e di una città in cui andare a giocare a fare i cowboy.
La Signora col trench afferra quel piccolo petalo bianco, ne cerca il profumo e la consistenza, ma sembra che nessuno dei due esista, come se fosse solo un pensiero divenuto immagine davanti a lei. Le labbra si muovono, da sole, mentre Smith si allontana verso la sua ennesima notte ubriaca. Le labbra si muovono, da sole: “Addio, Stravisnky, consegno te e la tua musica all’eternità”.

Buio, sul cimitero di Budapest.

*** *** ***

Fine

Simone Plances
Laura Capodicasa

***

the protagonists...

the protagonists…

Una risposta a “The Trench Tale

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...