Il posto dei ricordi

Banana Yoshimoto, una delle mie scrittrici del cuore, dice che lo scopo della vita é quello di accumulare bei ricordi. Non posso essere piú in sintonia con questa filosofia. Per me la memoria si attiva soprattutto nel movimento. Quando mi sposto, quando viaggio, lei si risveglia e prende vita. Ci sono certi gesti, volti, luoghi che ci si imprimono dentro perché sono routine, li incontriamo mille e mille volte che lasciano una impronta in noi, a lungo andare. E poi ci sono i ricordi di cose impreviste, inaspettate, sorprendenti. Cose che passano nel nostro animo una volta sola, attimi di bellezza fragile ma intensa. L’evanescenza misura allo stesso tempo la portata semantica di queste immagini. Per questo amo tanto viaggiare, perché appena parto mi immagino tutto, il tutto che può accadere. Abbraccio le variabili e l’infinito dipanarsi del possibile. So bene che la magia e gli imprevisti sono celati anche nei gesti che ripetiamo sempre uguali, nei nostri cammini giá calcati, nelle abitudini; eppure il viaggio mi sembra sempre il modo migliore per vivere a pieno questa filosofia dell’ accumulo dei ricordi. E non vedo l’ora di partire. Ogni santa volta.
Mi é capitato un paio di volte negli ultimi anni, da quando vivo in Svizzera, di prendere un treno da Udine verso Bologna. L’ho preso anche martedi scorso. E li mi é venuta una illuminazione. É vero che i ricordi accumulati vivono in noi, li ho sentiti risvegliarsi a uno a uno; a ogni fermata del treno mi veniva in mente qualcosa. Eppure é altrettanto vero che i ricordi continuano a vivere anche fuori di noi, di una vita loro, vivono nei luoghi, impregnano il terreno, diventano intrinsechi in certi posti, riposano sulle pachine, sui marciapiedi, lungo le strade, e a volte attendono il nostro ritorno, il nostro passaggio. Ho rivisto infinite me dal finestrino di quel treno: me che aspettavo ogni venerdi al binario 4, me che ripartivo le domeniche con l’interregionale delle 16.20, me che avevo freddo e odiavo il cambio a Mestre, me che studiavo, temevo, amavo…
E quelle immagini non venivano da me, venivano da tutti quei luoghi e si riflettevano in me, io che fungevo solo da tela per la proiezione di queste emozioni. Ho capito che i ricordi non mi appartenevano piú veramente perché vivevano di vita propria. Come se avessi lasciato pezzi di me, ma senza mai indebolirmi, solo impressioni, ombre. I posti dei ricordi sono come pellicole fotografiche esposte alla nostra luce.

“Lo scrivo di continuo, e non me ne stanco mai. Quando moriamo non possiamo portare niente con noi, né il denaro, né la casa, né l’auto, né la persona amata, né la nostra famiglia. Neanche i vestiti e gli anelli che abbiamo indosso possiamo portare. Quello che possiamo portare, invece, sono i ricordi, tanti sa non poterli tenere tutti. Sicuramente ci saranno anche brutti ricordi. Però forse quando moriamo, anche quelli si trasformano in bei ricordi. E, mi domando, accumulare bei ricordi, non è forse la sola cosa che possiamo fare nella vita?” Banana Yoshimoto da Un viaggio chiamato vita

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Immagine da http://www.ass-cult-irumoridellanima.com/2013/10/tra-i-ricordi-del-passato-angela-cantore.html?m=1

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PENDOL-ARE

Alle 6.31 suona la sveglia. Lo so, mi rendo conto che non è un orario molto drammatico, ma comunque si sa, ognuno vive le proprie tragedie quotidiane a modo suo. Da quando ho iniziato la mia vita da pendolare non posso concedermi nessun minuto in più perché ciò comporterebbe una catena inarrestabile e devastante di eventi perdita del tram- perdita del treno- perdita dell’autobus = un ora di ritardo a lavoro. Alle 6.35 comincio a chiedere a madre natura perché mi ha fatto donna e non uomo perché truccarsi con gli occhi gonfi di sonno mentre hai la mano addormentata perché ci dormivi sopra non è semplice. Almeno come uomo ci metterei in tutto 5 minuti a preparami, anche perché sarei ovviamente un uomo bellissimo che non necessita di nulla. Conseguentemente arranco nel buio e nel silenzio per non svegliare i fortunati che lavorano in città e dormono con quel lusso di ben 30 minuti in più almeno. I vestiti preparati sempre la sera prima e sistemati gia pronti perché altrimenti una spedizione nella giungla selvaggia del mio armadio non me ne farebbe uscire viva se non prima di un paio d’ore. Alle 6.50 trangugio il succo e le vitamine che mi illudo mi aiutino ad affrontare meglio la giornata. Poi sento i rintocchi del primo campanile e capisco che mi devo mettere le scarpe perché in dieci minuti devo essere alla fermata del tram. Con l’avvicinarsi della primavera sono un essere fortunato perché ogni giorno in quella frazione di tempo vedo l’arrivo della luce sulla terra. Per un tuttora inspiegabile fenomeno la mattina sul tram c’è sempre una quantità diversa di gente. Mi chiedo come sia possibile che a volte ci siano mattine in cui la gente non vada proprio in massa a lavorare tanto che trovo posto per sedermi, e altre volte che devo trattenere il respiro per 6 fermate perché un solo centimetro di dilatazione del mio torace farebbe esplodere il tram dal sovraffollamento. In stazione c’è un viavai operoso di formiche, la cosa strana è che la stazione è completamente immersa nel silenzio della mattina, non ci sono voci, solo rumori perché nessuno parla a quest’ora. Alle 7.25 benedico il giorno che ho fatto l’abbonamento perché posso correre al binario prima che il treno arrivi. Due minuti in più per fare il biglietto infatti, e mi troverei bloccata dall’altra parte di una muraglia umana inarrestabile della gente che scende dal treno che devo prendere io. Fenomeno tipico delle stazioni terminali dove il flusso della gente va solo in un senso. E non c’è alcun verso di passare controcorrente senza che ti rifacciano le fiancate. Col passare dei giorni ho trovato il mio posto perfetto, so esattamente dove si ferma la carrozza giusta che mi farà risparmiare dieci metri all’arrivo in stazione. Sul treno ci sono sempre gli stessi poveri mortali come me che fanno su e giù. I miei amici pendolari: c’e un tipo con la barba che arriva sempre col caffé e mangia un cornetto col quale si fa una doccia di briciole. C’è l’insofferente che sbuffa e si mette a dormire. L’iperattiva che legge almeno 3 giornali. La studiosa che fa i compiti e poi ci sono i miei adorati pensionati svizzeri. Tutti rampanti e super chiassosi vestiti da scalatori con i loro zainetti ricchi di formaggio e salametti pronti per andare in gita in montagna. E poi ci sono io. Le mie mattine si dividono nettamente in mattine di musica e mattine di lettura. Ho dovuto fare un’attenta selezione di musica adeguata al risveglio che ho messo nella mia playlist “pendolare”. E poi c’è un grosso libro che mi porto su e giù, che nei 25 minuti di treno che ho, mi sembra che non vada mai avanti. Alle 8.11 sono alla fermata dell’autobus. In questa località svizzera tutti gli autisti sono stragentili e mi augurano sempre buona giornata. Mi siedo sempre allo stesso posto. Quelli che vanno a scuola, anche qui non capisco perché, non è che salgono tutti i giorni, ma che scuola fanno che ci si può andare quando si ha voglia? Alle 8.22 mi si incastra sempre il tacco nel porfido sulla strada per l’ufficio. Nella mia giornata di lavoro devo calibrare attentamente che se non esco in tempo per prendere l’autobus del ritorno, mi tocca lavorare minimo mezzora di più per fare in modo di trovare le coincidenze perfette che mi riportano a casa. Il ritorno ha un algoritmo intrinseco per cui è scientificamente sempre più veloce dell’andata, ma mi fa pensare di comprare una macchina che in realtà non mi serve minimamente, solo per aggiungere un po’ di elasticità alla mia vita scandita da orologi svizzeri e puntualità impeccabili. Qui nessuno sciopera ovviamente quindi in realtà fare il pendolare è una passeggiata. Ed è così che ho iniziato anche io a pendol-are.

2009/2010 con Erodoto

« Questa è l’esposizione della ricerca di Erodoto di Alicarnasso, perché gli eventi umani non svaniscano con il tempo e le imprese grandi e meravigliose, compiute sia dai Greci che dai barbari, non diventino prive di gloria; in particolare egli ricerca per quale ragione essi combatterono tra di loro. »

Molecole di formaggio si spargono nel vagone del treno, perchè i formaggi svizzeri sono buoni ma tutt’altro che discreti. Del resto la maggior parte di quelli che noi crediamo essere sapori, quando mangiamo, sono in realtà odori. Gli svizzeri sportivi e organizzati, quelli del weekend in montagna, in bici, al lago, tornano in treno con la sportina di pane formaggio e wurst… L’altra cosa buffa dei treni è quando il tuo vicino sta leggendo un giornale, è più forte di me, mi metto a leggere anche io pezzi di articoli che spuntano, al contrario e di fretta prima che la pagina venga girata. E si raccolgono mille diverse reazioni: da quelli stizziti che sbuffano e ti nascondono il foglio a quelli simpatici che te lo offrono o ti chiedono se hai finito prima di girare. Ma scusa, come se leggendolo pure io te lo rovinassi con lo sguardo. E poi il giornale è un mezzo di informazione pubblico, neanche ti stessi leggendo nel computer. Mi piacciono quelli che scrivono lettere in treno, perchè io lo faccio sempre! Alcuni veramente si mettono a guardare il film che guardi tu sul tuo schermo. E non fanno neanche finta. Ho allenato la mia capacità alla pazienza e alla tolleranza dei caratteri e delle personalità dissimili grazie al mio collega x. Andiamo in Germania insieme. E lui parla, parla, parla… A parte il vocione possente che mi stordiva ogni mattina, e l’odore dei piedi liberati dalle scarpe sotto la scrivania (ricorda il formaggio svizzero!) c’è poi quel modo di fare super macio… ma gli voglio bene. Il tutto accadde nel 2009/2010. L’anno in cu ho viaggiato di più nella mia vita.

i crossed this corridor for 20 months

Mi sentivo spesso come il primo giornalista della storia: l’Erodoto descritto da Kapuszynski alla scoperta delle popolazioni europee con le loro stranezze e abitudini. Erodoto classificava, raccoglieva, studiava, pensava, commentava, osservava. I tedeschi sono così, gli austriaci colà; i polacchi invece… Ma senza pregiudizi di sorta, solo come un libero esercizio di racconto della mia esperienza, mi sono messa anche io a fare spesso come Erodoto: dal confronto ho imparato tanto. Erodoto viaggiava e descriveva i barbari e le guerre. In tutto ciò la mia vita ha subito una brusca accelerata nell’ultimo anno e mi sono diventati insopportabili i ritmi pigri e statici. Qunado torno a casa a trovare i vecchi amici mi sembra di aprire un vecchio cassetto polveroso. Ah guarda! mi ero dimenticata, è tutto uguale. Ma non è che io vada in giro a dar sfoggio di chissà quali avventure, ma dopo un po’ non c’è più molto da dirsi, perche le nostre vite hanno preso strade opposte. Un po’ soffro sempre della sindrome dell’abbandono, ed è reciproco, perche qui tutti al contrario pensano che sia io che li ho abbandonati. Ma alla fine come si fa, perchè deve essere solo colpa e responsabilità unica di chi se ne va? Heidelberg, Frankfurt, Budapest, Krakow, Berlino, Londra, Parigi, Varsavia, Rothenburg, Koeln, New York e Boston… e poi da capo!!!

« Poiché, se si proponesse a tutti gli uomini di fare una scelta fra le varie tradizioni e li si invitasse a scegliersi le più belle, ciascuno, dopo opportuna riflessione, preferirebbe quelle del suo paese: tanto a ciascuno sembrano di gran lunga migliori le proprie costumanze. »

(Erodoto, Storie – libro III, 38)