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LODZ = UUUCH

Eccomi back in Polacchia, la terra dei cetrioloni!
Come da copione è subito arrivato un telo grigio che si è messo proprio al posto del cielo e l’estate è finita così in un batter d’occhio, da un momento all’altro, ma non è un modo di dire, ci sono stati 22 gradi di picco per qualche giorno raggiunti verso ora di pranzo e poi la sera subito dieci. Addio vacanze, sole mare e quant’altro e tiro fuori il maglione quello grosso che la nonna dice che è tutta salute anche se sembra di aver addosso un porcospino al rovescio. Insomma eccomi! Bentornata in Polonia mi dico ritrovando la familiarità con queste facce di omoni burberi e rapati, con questa lingua che è tutto un esercizio di consonati, con questo paese. In uno dei primi momenti di sconforto mi sono dimenticata perché sono tornata, ma è normale, dopo aver presso possesso della mia stanzetta, aver trovato una coinqui-stanza, aver passeggiato per ore nel corridoio nella speranza di incontrare qualcuno, alla fine la vita erasmus ha preso il via e come al solito è un gran casino! Feste, birre, lingue e culture che si mescolano (in tutti i sensi). Forse non ci crederete ma di matti che vengono in Polonia come me ce ne sono tanti: qui il titolo dei più numerosi /dopo gli spagnoli ovviamente che sono come il prezzemolo) se lo giocano i francesi contro i tedeschi, poi ci sono i portoghesi che non fanno altro che cantare canzone tristi del fado, turchi che seguono il periodo di ramadam e di giorno non mangiano, ma appena cala il sole è tutto un programma! Irlandesi tutti rossi del cui gruppo io sono membro onorario data l’evidente parentela genetica che ci unisce; poi la comunità dell’est in cui io butto dentro per comodità riassuntive lituane, lettoni, slovacche, slovene e così via. Sì, in tutto il DOM STUDENTA 3 sono l’unica italiana! Qualcun’altro c’è sparso qui e là, ma alla fine è meglio per me così parlo tutte le lingue tranne la mia e faccio più esercizio. In proposito devo dire che sono stupita da come il cervello umano sia capace di gestire contemporaneamente quattro aree linguistiche alla volta senza fondersi. In più siamo sopravvissuti alle due settimane di corso intensivo di polacco, grazie al quale siamo ora in grado di sostenere delle piacevoli conversazioni al supermercato o con le vecchine (babcie)in attesa del tram! Ma la cosa più bella è che tutti i pomeriggi ci hanno portato in giro per mostre, musei, parchi, gite, teatro e tutto pagato dalla grande UNIWERSYTET LODZKI!!! Ora viene il bello perché scatta la caccia ai coordinatori e la ricerca dei corsi, il cambio dei learning agreement e altre amenità che il popolo erasmus conosce bene. Concluderò con questa annotazione: incontrare qualcuno del proprio paese all’estero ha due risvolti principali, se ti piace può diventare veramente una scialuppa di salvataggio in caso di naufragi emotivi o sfoghi tempestosi; ma se ti capita di incontrare qualcuno che in Italia non sarebbe tuo amico nemmeno per necessità è dura, perché non si ha via d’uscita, scattano i pregiudizi campanilistici e gli atavici astii regionali e la situazione può essere davvero fastidiosa. Invece tutti gli stranieri rientrano in una categoria di socializzazione che è più difficile da distinguere, perché la barriera linguistica nasconde molti aspetti del carattere o dei modi di fare di una persona e magari te le rendono simpatica anche quando non lo è. Perciò preferisco stare un po’ lontana dai compatriotti per il momento!

ESTATE: VIVERE A 100 km/h

Vivere a cento all’ora si può fare a vent’anni. Oggi mi sono resa conto di come il mio cervello sia in grado di tenere sotto controllo così tante cose nello stesso momento: sono in stazione, gli occhi controllano il tabellone e calcolano quale treno fa al caso mio, aggiungendo che non essendo nella mia solita stazione devo fare anche uno sforzo geografico per capire se il treno regionale passerà anche per la meta che serve a me… nel frattempo sto pensando alle vacanze, a quello che mi separa da loro e cioè fare mercoledì l’ultimo esame della sessione, giovedì andare a Venezia finire lo stage scrivere quattro mail importanti, venerdì tornare a Venezia e consegnare le carte il che significa fare la relazione finale, controllare tutti i documenti, tornare a casa inscatolare tutti i miei cinque anni di vita a Padova o per lo meno gli ultimi due perché devo anche traslocare dato che a settembre andrò in Polonia… e poi mettere tutto in macchina partire sperando di non aver dimenticato una virgola o una data che invalideranno le mie 125 ore di fatica statistica (per cui ricevere un rimborso forse tra sei mesi quando ormai non mi serve più, e anzi me ne sarò dimenticata, ma almeno sarà un bel regalo). Partire e andare a Udine facendo un’ora di coda a Mestre, aprire tutte le scatole e fare un gran casino in quella che una volta era la mia cameretta… cercare di preparare una grande valigia per la Sicilia e in meno di dodici ore partire di nuovo perché questo weekend ci aspetta il torneo di calcetto in Trentino…sabato e domenica… lunedì andiamo sul lago di Garda prendiamo una boccata di ossigeno e all’alba siamo di nuovo su quattro ruote e questa volta andiamo veramente lontano: attraversiamo tutta l’Italia passando dentro le sue contraddizioni, invischiandoci nei suoi problemi (non solo di viabilità) facendo il tour delle nostre gioie e disgrazie nazionali, e carichi di valige e speranze ci troveremo forse (se siamo ancora vivi) finalmente davanti al mare.
Alla vista del mare mi passerà il sonno e anche il pensiero che saranno due settimane che non vedo una domenica, o uno di quei giorni in cui la sveglia diventa un oggetto sconosciuto alla mia realtà mattutina, mi passerà l’ansia per la tesi che non so se saprò scrivere in inglese, per la paura di non aver capito niente di quello che ho cercato di studiare in così poco tempo, mentre col piede tenevo il tempo della mia vita che correva veloce e con la bocca ripetevo articoli di diritto internazionale, e con la testa sognavo di essere seduta dietro una scrivania di successo invece che su un treno in perenne ritardo e dove si congela pure tanto che quando scendo mi viene un mancamento perché la città è un forno a legna gigante in cui devo dire siamo delle ottime mozzarelle da pizza…
Questo è ciò di cui mi sono resa conto nei passaggi veloci della mia vita, quelli come questo in cui mi scorrono davanti circa cento momenti importantissimi che non saprò riconoscere e non avrò tempo di collezionare nella mia memoria intasata di dati, numeri, appuntamenti, compleanni, impegni, persone da chiamare, madri da rassicurare (per fortuna ne ho solo una!)…
Come se a vent’anni la vita fosse una grande canzone molto rock a tratti anche hard rock con qualche ritornello lento un po’ R&B, un po’ malinconico, una strofa di musica classica mentre scorre l’autostrada e poi congiungiamo tutti al casello in un pandemonio di mezzi a ruote multiple con gente dentro, vestiti, borse, merci, sogni, stress, note… sembra il prato di un concerto, tutti accalcati, tutti in attesa del grande evento, sospiriamo agognando quell’istante di meritato riposo in cui il tuo cervello va in vacanza e inizia a regolare solo il tuo bioritmo e non anche tutte le isterie che stanno fuori di te.
Questo è andare al massimo, questo è vivere a cento all’ora, ci siamo dentro, speriamo solo che ci sia qualcuno al volante…

QUELLI CHE CORRONO

Quelli che corrono, sono come una tribù: hanno una divisa e quando si incontrano a suon di balzi e zompetti lungo le strade e gli argini si scambiano sguardi misti di solidarietà e comprensione, saluti silenziosi e sostegno morale nella condivisione della stessa sfida, della stessa sudata condizione. Hop hop tieni il tempo e vai a ritmo di musica, misuri il tuo passo sul tuo percorso e la città diventa la tua pista personale, i passanti stanno lì a farti il tifo, le bici ti superano ma tu fatichi di più e sei più felice (colpa delle endorfine); ma come fanno quelli che corrono senza musica? No perché io con la musica rendo il doppio, basta aver selezionato la giusta sequenza in quella playlist che si chiama running non certamente a caso, anzi mi viene quasi voglia di cantare ma non posso sprecare fiato perciò faccio il playback… hop hop questa volta voglio fare dieci minuti in più e così passo dopo passo il corpo si rigenera e tu misuri te stesso, colmano lo spazio tra quello che sei e quello che vorresti essere. Questo è il mio stile: io non ci vado semplicemente in contro alla Laura come dovrebbe essere, ma corro per raggiungerla, per arrivare prima, per sorprenderla sbatterle contro e anticiparla! Respiro forte e sento subito che un po’ più ossigeno fa effetto nelle gambe che ormai vanno da sole con un nuovo slancio. Volta dopo volta in due mesi mi preparo per la grande gara la 24x1ora di corsa di Fagagna (UD) ma soprattutto l’obiettivo è fare più strada dell’anno scorso… e infatti si vede che l’allenamento è servito: sono passata da 7,8 a 8,3 km percorsi in un ora! Sono molto fiera di me… torno ad allenarmi per non perdere costanza: a quell’albero mi fermo, dico a me stessa, poi ci arrivo e rimando al lampione più in là e poi ancora a quel portone giù in fondo… finché non sono a casa e allora dico “dai facciamo lo scatto finale” e parlo alle mie ossa, alle articolazioni, ai muscoli, al cuore e anche ai polmoni e li convinco anzi quasi li corrompo perché gli prometto che in cambio dopo gli do il powerade all’arancia! Uff ecco fatto sono arrivata, adesso un bel po’ di stretching mirato e mi sento come l’ispettore gadget tutta allungabile e snodata. Pensa quando facevo la spaccata, ovvio, avevo anche quattro anni e riuscivo a fare la spaccata davanti poi mi distendevo pancia a terra e richiudevo le gambe dietro… ah i tempi andati, forse non ci riuscirò mai più, però per quella laterale mi manca un palmo di mano. Ce la farò? Ecco ho già trovato il nuovo obiettivo, la “Laura come dovrebbe essere”: deve fare la spaccata!

SICULAMENTE

“Bisogna fare più matrimoni nord-sud, così si risolvono i problemi dell’Italia, ci si capisce di più e c’è più voglia di venirsi incontro. E poi si sa dalle mescolanze nascono le cose più pure e più belle.” Questa è la perla di saggezza che ho raccolto quest’anno durante il mio solito rimpatrio in terra sicula. Pachino: un paese in cui le serre viste dall’alto riecheggiano l’acqua del mare che c’è di fronte, dove le correnti si mischiano in bellezza e bruttezza, natura meravigliosa e illegalità, religione mistica e pochezza umana. In cui le regole non esistono, anzi ne esistono di speciali, le strade senza cartelli hanno diritto di precedenza per tradizione e chi viene da fuori non lo sa; motorini senza targa che circolano con tre passeggeri a bordo senza casco in contro mano, davanti al vigile che guarda e annuisce: qui si può; però ai forestieri fa la multa per divieto di sosta. Un paese in cui esistono ancora i venditori a domicilio, che portano qualsiasi cosa: vendono i raccolti del loro orto (cipolle di Giarratana, pipi, piersicu, meluna…), ti portano la ricotta fresca fresca e il pesce di giornata, riparano cucine a gas(-se) e smerciano materassi a molle. La piazza sempre piena di uomini con la coppola che discutono di politica, le donne sedute davanti casa, direttamente in strada si lamentano del caldo mentre portano il lutto per tutti gli anni esatti per cui è prescritto dalle antiche regole che si tramandano a voce. Così si deve fare. A ferragosto si pranza in spiaggia: tutta la famiglia (che qui comprende parentato allargato fino al 4°-5° grado) attrezzata con ombrelloni sedie tendopoli e frighi di varia capienza che contengono gioie del palato e ogni bene che Dio ha voluto donare alla sapienza delle ricette tradizionali (pasta al forno, parmigiana, pipi arrostuti, vota vota, arancini, dolci di mandorla, cannoli…). E più i figli sono grassi più gli si dà da mangiare: Corrado vini mangiati il panino con la nutella, devi fare merenda!!!
Arte e archeologia stanno in Sicilia nascoste o sepolte, indicazioni e pubblicità scarsa non rendono loro omaggio, nessuno valorizza questi tesori, le strade che vi conducono sono in condizioni inenarrabili, delle trazzere di campagna che sollevano un polverone bianco e pesante a volte sbucano su panorami da togliere il fiato: agavi e tamerici che fanno da cornice a scorci di mare e scogliere vulcaniche o distese di sabbia bianca e dune danzanti. E quell’acqua cos’ blu così verde, così trasparente. Se le spiagge non sono attrezzate come al nord forse non vinceremo mai le mitiche bandierine blu, ma tanto meglio, almeno si sta tranquilli e posso godere di tutto questo da sola. Parli col mare e li ti risponde anche di notte mentre il faro fa l’occhiolino dal promontorio, qui non è distratto da tutto quel chiasso e dalla movida dell’adriatico. Certo questa è anche una terra violentata dal sangue, e stuprata dall’inciviltà, dall’ignoranza della gente e dall’immondizia che questa produce e soprattutto scarica ovunque. Non esiste ancora un forte senso di rispetto per lo spazio pubblico, per ciò che è di tutti, per il pesante rifiuto dello stato e delle sue norme che ancora si respira. Ciò che è di tutti è probabilmente di nessuno, o per lo meno non “mio” perciò non mi interessa.
Poi ci sono le feste religiose così colorate chiassose e folkloristiche, feste di paese che scatenano sfide a chi fa i fuochi più belli del circondario, a chi fa la festa più grande.
Manca l’acqua, arriva l’autocisterna, una cosa di tutti i giorni. Se ordini il caffè il bicchiere d’acqua è sempre compreso e gratuito. La brioche come la intendono al nord qui si chiama cornetto perché la brioche quella tonda è vuota e va inzuppata nella granita o riempita di gelato (questa è la colazione classica declinata nei vari gusti: limone, mandorla, caffé, cioccolato, pistacchio, fichi, melone, mandorla tostata, pesca e fragola [+ panna]).
Ah come le capisco le disgrazie e le gioie di questa Sicilia, io che sono figlia el nord est eppure mi sento profondamente terrona dentro, nel sangue proprio. Ed è incontrollabile come questo siciliano esca fuori dalla mia bocca spontaneamente appena metto piede qui, nel paese più a sud d’Italia, dove le regole non esistono, il codice della strada l’hanno riscritto a modo loro e si va avanti così: siculamente.

POLISH TALES

Sono improvvisamente sola, irrimediabilmente sola. In piedi al centro di una stanza mi guardo attorno cercando di riconoscere queste pareti che saranno la mia casa di questi mesi, e questo scomodo letto e poi penso: “se ce l’ho fatta una volta andrà così anche questa” e mi ricordo che all’inizio piangevo e vedevo tutto freddo scomodo e straniero e alla fine quelle quattro mura sgangherate erano la mia casa e mi ci sono sentita dentro bene, accolta….dai andrà così anche questa volta. Perché l’importante del provare queste sensazioni e saper dare loro il posto che meritano, non si potrà trovare un altro posto nel mondo per se stessi se non si scende a qualche piccolo compromesso con il lusso, se non ci si piega un po’. Chissà quante avventure ci sono dietro questa porta di questa stanza, lungo questo corridoio, in questo frigo che non funziona, davanti a questa finestra del quarto piano… tutto nuovo, tutto da capo, ma sono pronta.
Ti chiedi perché cavolo sei partita, ma poi passa, poi lo dimentichi, poi resta solo quel gusto di sfida, combattuta e vinta, e tanta forza in più.

clockwork in the park

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