MEMORIA D’ ESTATE

Luglio interminabile. Poi Agosto. Pomeriggi caldissimi. Io che dopo mangiato, con indosso gli zoccoletti di legno, sprezzante del pericolo, passeggiavo sotto il sole a picco sugli scogli davanti casa, alla ricerca di conchiglie e altri tesori incastonati nella roccia con le mie cuginette. A volte, tornando a casa con qualche buco nei piedi perché gli zoccoli non sono proprio la calzatura pratica per stare in equilibrio sugli spuntoni di roccia, perdevamo l’equilibrio e il piede ci scivolava sulle punte acuminate, ma ci piaceva cosi.
Avevo un secchio pieno di conchiglie bellissime, casette di paguro o tipo abalone madreperla (orecchio di mare), pezzi di corallo e chiodi verdi ossidati dello sbarco degli americani… e poi un inverno ci hanno rubato tutto. Maledetti. E stato come mi avessero strappato dei ricordi, poco valore ma tanto significato.

Naso spellato perennemente, c’e una piccola area circoscritta tra le lentiggini sulla punta del mio nasino all’insù che regolarmente si ustionava, con la carne che bruciava per il sale quando mi tuffavo in acqua.

Le zie che passano la canna dell’acqua sul suolo polveroso lamentandosi della calura e dello scirocco che non dà tregua. Vicino al forno delle pizze, davanti al mare, teglie e teglie allineate, metri quadrati di pomodori secchi esposti al sole per poi essere invasati per l’inverno: conserva, salsa, e strattu (estratto o concentrato di pomodoro ciliegino).

I cani randagi riposavano all’ombra dietro le case. Ci passavamo accanto piano per non farli risvegliare guardavamo i silos alti vicino al porto: mi ha sempre inquietato quel posto abbandonato, ma ora non c’è più. Vive solo nelle nostre test, nelle nostre memorie. Entravamo nella casa di mezzo: una porta di legno sgangherata sul retro tra le nostre abitazioni, che usavamo tutti come cantina e deposito di cose. Entravamo sempre lì per provare quel brivido, sentire i topi correre via e vedere qualche ragno, qualche lucertola e quell’odore nitido di roba vecchia.

La 127 verde pino di mio nonno all’ombra del fico e della magnolia. La carbonella della nonna sulla veranda davanti casa dove sono stati arrostiti i pipi (peperoni lunghi rossi e verdi) prima di pranzo. Il cespuglio verde coi fiori fucsia dell’oleandro accanto alla cisterna dell’acqua.

La nonna


Ogni mattina arrivava il furgoncino bianco del pane, portava anche la brioche: mia sorella sempre crema, io sempre marmellata.

Al pomeriggio, quando il sole iniziava a indebolirsi, una volta alla settimana arrivava Natale con la sua lapa verde azzurro acqua e il raccolto della sua campagna.

Immagine ape car da pinterest

Natale aveva un cappello di paglia, una canotta, dei calzoncini e dei baffetti grigiobianchi. Non parlava tanto e comunque non lo capivo bene nel suo dialetto stretto perché gli mancavano dei denti. Ma era buono. Nella memoria ricordo nitido il suo collo sempre scurissimo, picchiato dal sole e segnato dal lavoro. Sulla nuca aveva delle pieghe diagonali che formavano dei rombi geometricamente perfetti, rughe solcate da anni di esposizione ai raggi solari senza protezione alcuna (del resto erano gli anni 70/80). Rughe oblique corrispondenti al movimento del collo che si gira a destra o sinistra e quindi perfettamente allineate in quei quadrilateri, mi hanno affascinato tantissimo da bambina. Non ho mai più visto un collo così.

Natale vendeva citrola (cetrioli), cetrangolo (cetriolo tortarello), la zucchina per la minestra (minestra di tenerumi con cucuzza) oltre naturalmente ai pomodori IGP DOC, le pesche, i meloni d’acqua (angurie), le cipolle, le patate, l’origano, e u putrusino (prezzemolo).

Ogni giorno, mentre quasi tutte le famiglie riposavano e facevano il sonnellino, noi piccole insonni ci scrivevamo a vicenda i diari già pronti per l’anno scolastico in vista o facevamo balletti, inventavamo coreografie o ci mettevamo sul dondolo e ci facevamo spingere dai cugini piccoli. Finché non veniva l’ora di andare di nuovo al mare.

Ci azzardavamo a sederci sulle vespe dei cugini fino a salire sulle moto grandi, coi cavalletti traballanti e facevamo finta di guidare con due o tre passeggeri a testa, finché loro per pietà non ci portavano davvero a fare un giro, senza casco, con indosso solo il costumino e il sedere che ci si appiccicava alla sella calda e nera, però era bello tenersi stretti e andare veloci, guardando il mare correre accanto.

Io sulla vespa


Fichi d’india e muretti bianchi bassi. Un mare di serre coltivate all’orizzonte che coi teli di plastica riflettenti il sole sembravano anche quelle onde sulle sponde collinari dell’entroterra. La salina secca brillante di cristalli in mezzo alle canne.

Di notte un cielo nero, che così nero l’ho ritrovato solo in mezzo a una farm australiana, dove però essendo un altro emisfero non ho riconosciuto nessuna stella. Invece in Sicilia d’estate le stelle erano sempre nello stesso posto e si poteva distinguere bene anche la via lattea con la sua scia biancastra. Quanti desideri ho espresso verso quel fazzoletto di notte sempre limpida.

Stavamo tutti insieme, una grande famiglia, tavolate lunghe per pranzi ferragostani interminabili. Partite a carte, solitari e narrazione di barzellette e storie della tradizione popolare, rigorosamente in dialetto. Mia sorella che si vergognava e non le interessava mai tanto imparare e io che invece pendevo dalle labbra della nonna e ripetevo tutto allenando inflessione e accento.

Questa è stata la mia infanzia, fatta di estati lunghe e tutte uguali, da quando sono nata a quando sono diventata adolescente, prima che lo studio, i morosi, gli impegni e poi il lavoro mi ostacolassero nei mei 2 immancabili mesi di vacanza in Sicilia.

Mi manca tanto.

 La ricette che potete provare:

http://www.ilgiornaledelcibo.it/ricetta/minestra-di-tinnirumi-minestra-di-tenerumi/

http://blog.giallozafferano.it/cannellaamorefantasia/peperoni-arrostiti-alla-siciliana/
Per approfondire sulle coltivazioni mediterranee ho scovato questa azienda sicula che si presenta molto bene:

https://www.ilgiardinodellemeraviglie.it/it/cetrioli-zucche-e-zucchine.html

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ferragosto, pasta al forno e nostalgie varie

l'isola delle correnti e i due mari che si incontrano

l’isola delle correnti e i due mari che si incontrano

Un anno fa circa ho creato questo blog e uno dei miei primi post è stato appunto sui giorni d’agosto. Agosto è un mese che non ho mai considerato più di tanto degno di nota nella mia vita, eppure lui è sempre stato generoso con me, regalandomi giorni pieni e caldi, bagni infiniti nel mio mare preferito, un sacco di prelibatezze, amici, riposo… ma io non me ne curavo perchè per me l’idea stessa di vacanza risiede nella perdita totale di ogni cognizione temporale, nei giorni che si ripetono tutti uguali in una meravigliosa routine di puro ozio.

E adesso, questi stessi giorni li vedo scorrere davanti ai miei occhi assonnati la mattina in ufficio, sfilano sul calendario istrionici e solenni uno dopo l’altro, ribaltando completamente la prospettiva, stanno li con tutta la loro consistenza a parlarmi di una routine del tutto diversa. Chi lo avrebbe mai detto: primo che sarei finita in Svizzera, e secondo che avrei passato così, a lavorare, la mia prima estate da donna in carriera…

Gli ultimi 24 anni della mia vita (so benissimo che ne ho 26, me ne sono accorta ieri mattina quando ho deciso che è ora di comprarmi la mia prima crema antirughe! ma sono già due che non ci vado più in Sicilia purtroppo!) invece hanno conosciuto sempre degli agosti tutti meravigliosamente uguali, di cui questa mattina di ferragosto svizzero mi ha suscitato una valanga di immagini.

A cominciare da pasta al forno stipata a quintali sotto tendopoli di ombrelloni… il tipico bambino Corrado o Giuseppe richiamato dalla madre-non proprio deperita- preoccupata, per fargli mangiare il panino con la nutella alle 14.00 con 40 gradi all’ombra, forse perche lo vede ancora galleggiare e non le sembra normale data la stazza del bimbo. Qualcuno le spieghi il principio di Archimede!

Agosto era mare, bagni interminabili, sfide con mia cugina a chi si conferma campionessa locale di apnea submarina, a chi prende piu meduse senza urticarsi, a chi ammazza a sangue freddo piu granchi col coltello infilzandoli nei buchi degli scogli per poi arrostirli vivi sulla griglia di zio Giuseppe.Turni per le docce, la nonna che ci fa scrollare la sabbia se no non si entra, i fuochi d’artificio dal molo il 15 agosto e la processione col santo sulla barca.Tutti che si accalcano a dieci minuti alla mezzanotte per trovare un promontorio adeguato, e lì, il momento romantico perfetto in cui qualcuno da dietro ti stringe mentre le teste puntano al cielo. Tutti gli amori vissuti ogni estate, tanto intensi quanto effimeri.

Scrivere il diario ogni pomeriggio, lo compravo e mi veniva gia l’ansia al pensiero della scuola, pero me la gustavo tutta l’estate proprio per questo. Tornei infiniti di beach volley a Morghella -la mia spiaggia preferita che cambia profilo ogni anno a seconda di quanto il mare se ne e mangiata d’inverno. Le giornate di cavalloni a giocare nelle onde e perdere il costume…

Passare notti intere in terrazza a guardare le stelle, con il cielo di un blu profondissimo che ci inghiottiva. Il cornetto alla nutella dopo la discoteca, gli arancini caldi dopo il mare come merenda, le colazioni a base di cremolata con panna. Fare la spesa con la calura che ti pesa addosso, salendo le vie dei quartieri coi marciapiedi in salita, affollati di vecchi seduti sulle sedie a parlare del tempo, gli uomini rigorosamente in pantaloni, camicia, bretelle e coppola. Le bancarelle in piazza.

E poi sapori, che si mescolano e si uniscono nel palato dei miei ricordi. Il cibo cucinato dalle mani sante e benedette e morbidissime di mia nonna capace di consumare 5 litri di olio buono in 30 giorni per una famiglia di 4 persone (e non ci si meraviglia che non sono mai stata anoressica io!) il frullato di pesche, la sua granita al limone, la pasta con la ricotta, la salsa fatta in casa con lo stratto fatto da lei, la salsiccia coi semi di finocchio, il torrone e la giuggiulena di sesamo, le frittelle di carnevale col vino cotto (perche tanto ci vedeva una volta l’anno e quindi doveva sfoggiare tutto il panorama gastronomico annuale in poco tempo) la fettina alla pizzaiola, la caponata, la minestra coi tenerummi, il pesce fritto, la zuppa di pesce, la bottarga e tanta tanta frutta.

Serate a passeggiare su e giu nello struscio di Marzamemi col gelato del ciclope e la rassegna dei cocktail alla balata, uno diverso ogni sera! Il mio naso sempre arrostito e spellato e le sopracciglia bruciate dal sole.

tramonto sul mediterraneo

tramonto sul mediterraneo

Immagini che corrono e ricorrono su e giù per i miei pensieri i questo agosto svizzero e lavorativo e “freddo”.

Voglia di tornare, sentire questo pezzo di terra che mi chiama da dentro, il mio corpo che vuole per forza immergersi da qualche parte e poi rimane totalmente deluso se lo porto al lago… nostalgie varie e volgia di agosto vero, voglia di mare, di sole, voglia di casa mia.

MARE

IL MARE. Io ci parlo sempre seduta su quello scoglio piatto con degli strani buchi scavati dalle onde e dal tempo insieme, dove da piccole giocavamo a fare il forno, io lì guardo il mare e ci parlo. Se chiudo gli occhi, ovunque sono, vedo il profilo della costa le onde calme del tramonto, il colore del mare che da verde diventa blu, sento i pesci e i granchi andare a riposare, l’aria si fa meno intensa, il caldo si dissolve, sale la brezza serale che mi sposta i capelli.
O mare, mare mio, quanti segreti in te ho riposto, quante bottiglie con messaggi mai recapitati, quanti s.o.s., e tu quanti doni mi hai fatto, tartarughe e sirene hai mandato in mio aiuto, cavalcando la tua spuma frizzante.
Quanto male ti hanno fatto, ma tu resisti, e sei sempre lì, anche se non ti vedo so bene che sei lì, anche oggi a dondolare su e giu accarezzando il profilo delle rocce.