Con-senso

Freschissima l’ultima figuraccia di Berlusconi che nella sua viscidità di vecchiaccio quale ormai è (81 anni!!! rendiamoci conto, potrebbe essere mio nonno) non molla il colpo e fa il marpione con la figlia del coordinatore di FI di Aosta, che lo ospitava e lo stava omaggiando con dei cadeau locali.

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Lui, sdegnoso dei gadget montanari, dice:” Scelgo lei, la preferisco” e si rivolge a una ragazza di sì e no 20 anni. La quale rotea gli occhi e la testa in un modo spontaneo e ben poco fraintendibile. (Esegue un roll eyes da medaglia olimpica, che chi avesse letto in lingua originale 50 Shades of Grey troverebbe chiaramente ricollegabile alla storia di quella poveretta di Ana Steel che subisce una serie di sfortunate conseguenze e punizioni per il suo impudente giramento degli occhi…)

Fa proprio una faccia come a dire: OGGESU, CHE PALLE STO VECCHIO, oppure, MA CHE SCHIFO, oppure ECCO LO SAPEVO!

Berlusconi pero non la nota nemmeno questa reazione, perché non la sta neanche guardando; del resto a lui mica interessa cosa ne pensa LEI, guarda il pubblico e si preoccupa di rattoppare quello che ha appena fatto peggiorando la situazione e dichiarandosi il vecchiaccio triste che in effetti è: “Cosa non si fa per fingersi più giovani di quello che si è…”.

Infatti non lo sei, sei un nonnetto schifoso impunito e impenitente che ci prova con le ragazzine.

Eccoci qua. Questo è l’esempio MAXIMUS che sono riuscita a trovare in questi tempi in cui i trend topic sono cancelletto-metoo, violenza, femminicidii e cultura del consenso.

Come fai a costruire una cultura del consenso se la donna è rappresentata come l’alternativa ad una mucca valdostana dipinta in ceramica e con le ruote in legno, da scegliere tra gli omaggi.

La donna è un oggetto inanimato, senza voce in capitolo. Un accessorio. Un complemento. Un contenitore vuoto.

Non c’è scelta.

Lei cosa ne pensa di essere scelta da Berlusconi? Lei può dire la sua? Può avere un parere su una cosa che la riguarda? Può rifiutarsi? Può declinare? Può protestare? Può rispondere?

Nella mente di Berlusconi evidentemente no. Il vero problema è che ¾ degli uomini hanno lo stesso modo di vedere le cose, profondamente o superficialmente continuano comunque a ripetere questo schema di comportamento in cui noi non esistiamo. Noi non contiamo.

Io non aspetto altro che vedere una scena diversa per una volta: preso il microfono e gli avrei detto: “CARISSIMO GRAZIE, SONO LUSINGATA OLTRE CHE SCHIFATA, IO PERO NON TI SCELGO, QUINDI PRENDITI STA MUCCA IN CERAMICA E GIRA A LARGO!”

Prima ancora del CONSENSO, dobbiamo mostrare al mondo il nostro DISSENSO.

gaffe

ilsussidiario.net

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I (can) smell

Ok, non è una menomazione grave, ma lo avete provato tutti con un forte raffreddore di perdere l’olfatto, no?!.

Il punto è che l’odore o il malodore è un importantissimo segnale di allerta per il cervello, indica pericolo, rischio di avvelenamento, è un salvavita per il nostro corpo, insomma.

Così come in positivo è un potentissimo evocatore di memorie, sensazioni, ricordi, esperienze.

Stare senza olfatto equivale a mangiare senza sentire gli aromi, un universo alimentare appiattito al solo: salato/dolce/acido/amaro. E a non sapere che cosa succede intorno a voi.  O se puzzate… (a Napoli e dintorni equivale a voce del verbo fiètere malamente).

Io vivo con questa condanna, che a fasi cicliche si ripete, di avere un naso inutile nella sua funzione, che mi fa solo da ornamento.

A maggio ho preso una bella botta di spray nasale al cortisone misto antistaminico e sono tornata in me. Ed è stata come una epifania, le privazioni che potere magico che hanno di dare valore anche a cose insignificanti.

Un mese fa avevo comprato una nuova terra per il viso e non mi ero mai resa conto che sapesse di cioccolato in un modo cosi sconvolgente fino all’altra mattina. Ho bevuto il caffè e la cucina sapeva di caffè in effetti. Scontato? Dipende.

Poi mi sono messa un burrocacao al cocco. E anche una spruzzata di profumo. E ho constatato che potevo uscire tranquillamente di casa perché la mia ascella sapeva di deodorante. L’androne del palazzo sapeva di umido e fresco.

In ufficio avevo sulla scrivania una crema per le mani che ho appurato essere alla mandorla. A una certa ora della giornata ho aperto la finestra perché sentivo un sentore di vissuto e ossigeno consumato.

La sera ho aperto la porta del mio appartamento e ho sentito di nuovo l’odore di casa mia. Un odore che ognuno conosce di casa propria, ma non si può descrivere perché è unico e indeclinabile. Casa mia sapeva un po’ di pulito, un po’ di fiori, un po’ di farro cotto, un po’ di febreeze, un po’ di cipolla. (Non perché io sia una vera amante della cipolla, ma perché l’unica che avevo è germogliata nelle credenza e ora sta nel pattume a emanare un odore così distinto che si sente anche da lì dentro). In un angolo preciso del salotto si sente l’odore di quel diffusore al muschio bianco coi bastoncini di bambù, onestamente troppo piccolo per tutto il salotto, ma se ci vado davvero vicino lo sento.

Poi, con somma gioia ho buttato a lavare il bucato perché i calzini sapevano di umidiccio da sneaker e mi sono sentita felice di saperlo, o potermene accorgere. E mentre preparavo la lavatrice pensavo che in effetti era buono l’ammorbidente che avevo preso. Ma mai come quel bagnoschiuma con cui mi facevo la doccia d’estate in Sicilia, e non saprei neanche più quale era, o di che marca, so solo che sapeva di pesca e frutta esotica e anche solo a immaginarlo mi trovo lì con la testa, nella casa al mare.

E’ bello essere di nuovo consapevole delle cose, sapere che le lenzuola sanno di fresco e non solo immaginarlo, quando le stendo. Mi sento parte della realtà da quando ho riacquistato l’olfatto.

Inutile dirvi che ho molta più voglia di cucinare e assaggiare e sperimentare. Ho voglia di pesto al basilico fresco.

Ogni tanto prendo in mano le cose, solo per annusarle. La stoffa sa di… stoffa. La mia macchina a fine giornata sa di sedili di pelle e aria chiusa di abitacolo al sole e di un arbre magique che fù, ma ora non è più.

Ogni persona ha un odore di bucato di casa sua che si porta addosso. Perché le mamme usano sempre gli stessi detersivi, forse. Ma poi anche se usano la stessa marca, non è lo stesso odore, ciascuna casa e ciascuna famiglia ha il suo. E la cosa più bella è scoprire l’odore di chi ami, e ritrovarlo in ogni abbraccio e riconoscere quella persona quando ce l’hai vicina, non con gli occhi, non con il cuore, ma solo dal profumo come sua identità immanente.

E poi c’è la mia amica Silvia che ha sempre lo stesso profumo e se lo sento su di un’altra mi giro lo stesso per vedere se è lei.

Annuso tutto come un segugio. La sera sa di primavera, in questo periodo. Le scarpe arrivate con amazon sanno di nuovo e plastica e scatola.

Ho annusato anche il mio iphone, ma quello non sa di niente…

Lo faccio per imprimerli nella memoria gli odori, se mai un giorno dovessi perdere questo senso per sempre, almeno avró i ricordi.

EFFETTO CLUB SANDWICH

Il problema dello stare in mezzo-

Esiste un momento in ogni carriera in cui ci si trova a metà tra quello che abbiamo imparato a fare bene e quello che potremmo imparare a fare. Tra il ruolo per cui siamo competenti e quello a cui potremmo aspirare. Tra quello che ormai sappiamo, al punto da essere troppo qualificati, e quello per cui non abbiamo ancora le comprovate esperienze (anche se magari abbiamo già sviluppato buona parte delle competenze).

Questo succede sia che si cerchi di crescere professionalmente nel proprio attuale posto di lavoro sia in concomitanza ad un cambio azienda. Risulta certamente più complesso fare un passo trasversale e ottenere la fiducia di un datore di lavoro che non ci conosce, per affidarci un lavoro che non possiamo ancora dimostrare di aver fatto (almeno non del tutto o non ufficialmente). A volte però anche quando si cerca di crescere volendo restare nello stesso ambiente, possono venire meno le circostanza, scarseggia il budget, ci possono essere ostacoli, ritardi o periodi di stallo.

E’ il problema dello stare in mezzo. Effetto club sandwich. Schiacciati dalle aspirazioni verso le novità e dalla monotonia delle attività ripetitive. Stare in mezzo è scomodo. Io scelgo sempre il posto lato corridoio infatti.

La seconda immagine che mi viene in mente in questa riflessione è quella del vuoto. Stare con un piede di qua e uno di là e in mezzo un baratro che potrebbe allargarsi facendoti fare una spaccata per cui non sei per nulla allenata come una ginnasta russa.

E poiché in fin dei conti non si può tornare indietro, non puoi disqualificarti per le competenze che hai già o disimparare quello che sai fare per trovare un lavoro con un seniority level inferiore, l’unica cosa da fare è andare avanti, è muoversi verso l’alto. Non resta altro che acquisirne di nuove di competenze, che possano traghettarci verso il ruolo successivo. Scalare uno strato di sandwich.

Jamie Oliver on Youtube

Ed è in questo frangente, nell’osservazione meditativa della voragine metaforica che avevo davanti, o piuttosto nella fame che mi faceva pensare al panino, che ho pensato di iscrivermi a un master. Ed è in questo momento che poi hanno cominciato a tornare le offerte di lavoro. Se non posso ancora dimostrare di avere acquisito le competenze con l’esperienza professionale, proverò a farlo con le certificazioni.

E fu così che ho iniziato un corso di alta formazione a Milano con formula weekend. Se si rivelasse inutile mi consolo col fatto che post-lezione esplorerò la città e convertirò le trasferte in esperienze culinarie. La Milano da mangiare. Magari avrò dei nuovi spunti per scrivere.

To beat or not to beat (your wife)

Sono stata ad un corso di formazione per commerciali.

Un corso serio, pagato dall’azienda. Con un formatore “maturo” esperto e all’avanguardia.

Premetto e va considerato che a ricoprire certi livelli manageriali in particolare in certi specifici settori di industria “pesante” -di cui faccio parte- ci sono solo uomini, da ambo i lati, sia che comprano sia cha vendono.

Aggiungo che quindi è un ambiente prettamente maschile -se non maschilista. Dove il testosterone galoppa.

Mi trovo dunque a questo corso e siamo 11 uomini e sole due donne -inclusa me. Io sono anche la più giovane presente.

Il corso si svolge con molti esempi pratici e ci sono anche dei momenti di gioco/esercizio in coppia per simulare delle conversazioni con i clienti.

Durante tutta la giornata non mancano i riferimenti alla seduzione, vengo tirata in ballo diverse volte per fare degli esempi, diverse cose tendono a sottolineare la presenza femminile nell’aula, al fatto che c’è una ragazza carina e tutti vogliono fare coppia con lei per l’esercizio.

Sorrido, ma inizio a provare un certo disagio. Perché non possiamo parlare solo di lavoro senza dover per forza declinarlo al maschile o al femminile o al gioco delle parti tra i due?

Non mi interessa screditare il formatore o rovinargli la carriera, dico che chiaramente non era un ignorante, era un professionista del suo settore, eppure era evidente che fosse abituato a relazionarsi quasi sempre solo con uomini. I contenuti sono validi e sono contenta di aver frequentato il corso perché era ben fatto. Ma d’altro canto era evidente nell’aula un sorta di dinamica da branco in cui noi due donne eravamo la minoranza. Una situazione in cui loro si scambiano battute e sottointesi e noi assistiamo da spettatrici/oggetto.

A un certo punto il formatore fa un esempio per spiegare una tecnica commerciale in cui il cliente fa una affermazione netta e precisa sul mercato e sui prezzi e tu venditore ci abbocchi perché non hai i mezzi per sapere se lo dice con cognizione di causa o solo per incastrarti.

Lì per lì non me ne rendo conto, ma a ripensarci dopo questo esempio mi infastidisce e mi indispone.

Si tratta di un vecchio proverbio cinese che fa più o meno coì: “quando torni a casa stasera picchia tua moglie, tu non sai il motivo, ma lei sicuramente sì.” L’audience ridacchia.

Io avrei voluto alzarmi e dire che non mi stava bene, proprio adesso in cui si è risvegliata una certa sensibilità rispetto al tema della violenza contro le donne e giusto la settimana scorsa ci sono state ancora due donne vittime dei compagni gelosi.

Avrei voluto ma non l’ho fatto. Non l’ho fatto perché in quell’istante mi sentivo un agnellino in mezzo ai lupi, e perché non ho avuto la prontezza di contestare. Avrei voluto buttarla ironicamente e dire che siccome in quella sala ero io la donna che lavorava sarei tornata a casa la sera e avrei dato dei calci a mio marito per ribaltare la prospettiva… Perché dove sta scritto che ce lo meritiamo di prenderle sempre solo noi?

Secondo vi quanti uomini quel giorno si sono accorti dell’atmosfera che regnava davvero in quell’aula, a parte me e la mia collega?

Credo fermamente che se ci fossero state 11 donne e 2 uomini e il formatore fosse stato lo stesso non avrebbe parlato nello stesso modo, avrebbe scelto esempi diversi e non si sarebbe sentito parte del branco, sarebbe stato più accorto. Non era un sintomo di ignoranza, ma di superficialità secondo me. Di pensare che va bene così, che non serva modulare il tono in base all’audience ò che magari certe cose non andrebbero dette mai più punto e basta.

Mi sono promessa che se mi ricapiterà non starò zitta stavolta.

Lo faccio per tutte le donne, anche se non va bene odiare. E pertanto se devo riscrivere il finale la storia la faccio cosi:

Stasera quando vai a casa dai un bacio a tuo marito, tu non sai se lo merita davvero, ma lui sicuramente sì.

Potrei non essere una bravissima commerciale, ma sarò piuttosto una donna giusta e onesta.

Post erection… ops i mean election!

Inutile esprimervi la mia amarezza per questo risultato di voto. Il mio voto ideologico, il mio voto filosofico é stato un semino gettato nel vento. Non mi aspettavo granché ma pensavo Emma passasse almeno la soglia…!

(Ecco dunque che si manifesta l’afflosciamento post elezione)

Non trovo il m5s particolarmente convincente, ma sono curiosa di vedere cosa sapranno fare dopo tutti questi proclami di onesta e trasparenza.

Come faranno a mettersi d’accordo con la Lega con cui hanno ben poco in comune? É un matrimonio un po’ precario…

In qs articolo si può graficamente realizzare dove sta la convergenza (scarsa) sui punti del programma dei due partiti vincenti:

Siamo un paese in stallo da vent’anni e faccio fatica a immaginare grandi rivoluzioni a breve. Almeno l’ego del vecchio é stato un tantino ridimensionato direi…

Domenica sera -per la cronaca- io non ho fatto nessuna fila per votare. Dentro, fuori in dieci minuti. Mi sentivo emozionata, come ogni volta, del resto. Il voto é e deve essere un momento emozionante, speciale, di trepidazione. Guardavo le facce e immaginavo le croci apposte sulle schede. É in quell’attimo che ci illudiamo di poter cambiare le cose, di contare e di valere qualcosa. Di poter decidere il nostro futuro. Ecco perché non rinuncio a votare anche se non mi sento rappresentata da nessuno di questi personaggi.

Comunque mentre cerchiamo di capire come andrà avanti, oggi leggevo una cosa che trovavo buffa e anche un po’ grottesca. Un senatore leghista di colore.

Vi allego solo questo piccolo estratto:

A me sembra solo una azione di marketing per darsi credibilità. Ma chi se la beve???

Per continuare a riderci su ecco qua:

https://www.vice.com/it/article/vbpn5m/il-meglio-del-peggio-di-questa-giornata-elettorale?utm_source=vicefbit

NOSTALGIA CANAGLIA

Perché scrivi solo cose tristi?” – “Perché quando sono felice esco”. Luigi Tenco

Io e Tenco modestamente abbiamo molto in comune, come lui trovo il dolore e lo struggimento molto più creativi e poetici per la scrittura, rispetto alla felicità. Tenco era uno che sentiva molto e soffriva, ed ebbe una tragica fine.

Io per molto tempo non credevo di saper scrivere davvero se non quando stavo male, provavo rabbia o frustrazione o tristezza. Conservo una decina di diari della mia adolescenza, di quando scrivere era la mia terapia. Poi -per fortuna- sono arrivati periodi lunghi e sereni, indolenti e quasi apatici, e ho trovato lo stesso qualcosa da dire: pensieri che scorrevano limpidi e calmi dentro di me e che sono riuscita ad incanalare nelle mie storie di viaggi, di appuntamenti disastrosi e nei miei vaneggiamenti pseudofilosofici. Ho scoperto un altro modo di scrivere, leggero e forse molto meno noticeable, meno irruento, meno d’effetto. Che certo non mi farà venire segnalata come blogger dell’anno, ma mi dà lavoro (su me stessa – non certo una “reddito “s’intende) però mi dà soddisfazione, mi dà da fare.

E quindi torniamo al mio legame sentimentale con Tenco.

Tenco www.rollingstone.it

Tenco tenebroso – da rollingstone.it

Penso spesso alla differenza tra nostalgia e malinconia, la quale mi fa molto riflettere.

  • La nostalgia o rimpianto di un tempo che fu, di un attimo vissuto, di un luogo, di un contesto, di un’esperienza, di una persona, avrebbe essa una connotazione positiva, perché il naufragar è dolce in quel mare di ricordi. Sì, è anche uno stato d’animo un po’ triste, ma come dicono gli inglesi sarebbe il look back in joy.

 

  • La malinconia invece è uno sconsolamento rassegnato, velato da un’ombra di delusione, di pessimismo e di abbandono. Anticamente detta anche umor nero, uno dei quattro umori generati dall’organismo umano, cui si attribuivano malefici e spesso fatali influssi sulle funzioni vitali. In questa accezione medica ancora oggi si parla di melancolia che in psichiatria individua una forma di disturbo depressivo.

Sono più malinconica o nostalgica?

Sono queste due sponde principali a muovere la mia scrittura, oscillo tra questi due argini come fosse il lento e placido dondolio di una amaca tesa all’ombra in giardino, d’estate, con la calura e le cicale che cantano dopo pranzo.

Apriamo e chiudiamo in musica – era il 1991 e Al Bano stava ancora con Romina (o viceversa):

Nostalgia, nostalgia canaglia

Che ti prende proprio quando non vuoi

Ti ritrovi con un cuore di paglia

E un incendio che non spegni mai

Nostalgia, nostalgia canaglia

Di una strada, di un amico, di un bar

Di un paese che sogna e che sbaglia

Ma se chiedi poi tutto ti dà

one walk in Paris (with me)

During a long weekend in Paris, once that I was travelling over for work, I took a looong walk that I wrote down later on my travel journal. It was all scribbled in my usual hieroglyphic style, but after some editing I thought it would be nice to share it with you.

It happened to me often to travel on my own, since I started working I got used, when possible, to stay away especially on weekends to get some free time to explore. For leisure I never really left totally alone for a long journey, just short trips, because as a woman it can be a bit odd at times (although I do know lot of girls that do that quite bravely) or feel awkward and uncomfortable for example that time I stepped alone in a bar at night in Stockholm to listen to some jazz, but the desire to see and go never really stopped me in spending some time on my own in some big cities.

I knew a guy who never ever took a plane on his own -departing solo to go somewhere- before we set up to meet in Amsterdam, and it sounded so surprising for me because even just for work, I had to do this many times to go to meetings: all together I have spent time alone in Dubai as well in Abu Dhabi, in Tokyo, in Lyon, in London, in Naples, In Paris, in Stockholm, In Belgium, in Turkey, in Germany, in Poland, in Budapest, in Switzerland…

If you feel like meeting people and you are not too picky with where you sleep then choose always hostel-type accommodations, you can also book single rooms but still being in a context that will help you to meet other travelers and maybe improvise tours together.

Personally I am not that type, sometimes I can result a bit grumpy when I am on my solo journeys, but that’s because actually I like time on my own, going around observing others, just with my thoughts and my journal, so I am not that open to talk to strangers usually… In Breda I was sitting in a park watching the ducks when this American girl came up to talk to me and we ended up spending the rest of time together at the ginger festival.

What I usually do in these circumstances is to sit down in the hotel and plan a bit my day. Use the free wifi and check the map also on your mobile so that you can spot easily the areas you are interested in, so even when you will be offline they will still be readable (but nowadays with free roaming in the EU countries this is not an issue anymore!). Check as well some food options long the itinerary you are exploring. Check the museums or have a plan B in case of rain and then put on your shoes and go.

Let your feet drive you through the streets, enter the shops and follow the roads that seem more attractive to you. Even if you get lost that’s cool, unless you are at night in a dodgy neighborhood, you can discover some hidden places far from the classic touristy areas. In Turkey on my own for example I felt very safe, I felt men had respect for me, their look were not abusive, their eyes did not feel dirty on me, as opposed to the Emirates where clearly they talked to me because since I was travelling alone they were obliged to but they would have rather talked to a male company I was supposed to have (my father, or my husband, or my brother). You feel much more looked at even though you wear proper clothes, the women too looked at me weird in the suk because I was alone with my camera.

If I find myself for longer period somewhere –like when I moved to a new place and everything felt like a holiday at first- since I didn’t know many people and I needed to explore, I start to make lists of restaurants and activities that I can cross out each time I get the chance to visit. I Keep my ears open to what people talk about on the public transports to know what’s on in town.

Place des Vosges nel Marais - http://www.hotel-paris-marais.com/

To access the googlemap of this itinerary click here:

https://drive.google.com/open?id=1fD8PE9LkoOnY7n3Xg34EtMccvbo&usp=sharing

The Starting point of this walk (you don’t necessarily have to do it all in one day – I am a bit of a binge walker so to say) is at metro stop REPUBLIQUE and of course Place de la Republique itself, which is worth seeing with the statue in the middle of the roundabout.

Walk down in Rue Temple till the end you find Place de la BASTILLE, another major symbol of the French revolution with a high column monument.

Take right into Saint Antonie till PLACE DES VOGES (this square is really pretty, surrounded by art shops and cafes and you can lie down on the grass if it’s spring time for a nap in the sun, with kids playing all around you) where you can enter the area of the MARAIS. This quarter is really trendy for vintage shopping. It has a cool atmosphere, it has a lively gay soul and also encloses the old Jewish quarter. I would suggest even staying in this area. My first time in Paris I had a studio flat in Rue St Gilles which was a real little jewel with a boulangerie down the house and the smell of fresh croissants and pain au chocolat in the morning! Within walking distance there are also a lot of small bistro.

Cross Rue Fouroy e PONT MARIE till you reach St Louis where you can find many little special shops.

There is a creperie for a snack-stop nearby, if you walk down further you can reach the back of NOTRE DAME square from there.

Besides the selfi sticks thrown in your face by the bangle vendors -which can get quite annoying- and the beggars, you can often see musicians playing all around and other street artists also on the bridge that lead to the big ISLE.

Exiting the square in direction ST JAQUES reach JARDINS de LUXEMBOURG and the famous Angelina chocolatier (better in winter for a stop with cakes and other specialties).

From here I suggest a short metro trip till CHATELET where you can go to Les Halles for shopping – very good plan in case it’s raining.

You can now move onto PLACE DE LA CONCORDE, see the ORANGERIE and other relevant monuments and museums. From there walk along the Seine river passing the famous PONT DE L’ALMA to reach TROCADERO GARDENS and see the Eiffel tower (in my opinion from the gardens you get the best view and the best picture setting). The gardens are always populated by students and young people performing, skating or doing parkour or break dance… you can rest and watch some free shows (better to tip them anyway)!

There is another creperie I like in the Grand Boulevards more or less close to the pub o’Sullivan opposite the Virgin store -which are both worth a visit.

…And I think you are ready to go back to the hotel now! Hope you enjoyed!