ERASMUS 10 ANNI DOPO: SETTEMBRE 2007-2017

Mi mancava il suono delle ruote del trolley che corrono lungo i corridoi dell’aeroporto.

Volo a Varsavia. Qualche parola polacca mi torna in mente mentre scorro con gli occhi cartelloni pubblicitari e cartelli con indicazioni. (Bank Pekao, Poczta Polska, entrata/uscita -che sono praticamente indistinguibili- wejscie/wyjscie…)

L’autobus dall’aeroporto periferico mi porta dritta dritta sotto il palazzo della cultura. Mentre viaggiamo cerco di ritrovarmi in quelle strade, di orientarmi coi nomi, con la Vistola che mi scorre a sinistra, con il senso del traffico.

C’è anche il sole, un sole che è tutto per me e che mi dà il bentornato. (Poi pioverà per il resto del weekend n.d.r.).

Mi addentro verso la Zloty Tarasy e poi nella stazione tutta nuova, in attesa della mia amica Marie.

I prezzi sono ancora piuttosto bassi, mi sarei aspettata crescessero di più in questi anni per acchiappare prima o poi con l’euro…

Mangio una zapiekanka nei bassifondi della metro, in quei corridoi sotterranei pieni di negoziacci e chioschi di fast food. Il posto migliore per mangiarne una di quelle vere.

Io e Marie prendiamo il treno per Lodz, un tragitto che grazie ai Fondi Europei per le infrastrutture si è ridotto a poco meno di 2 ore e che una volta era un viaggio eterno per cui ne servivano più di 3.

A Lodz ci attende una stazione irriconoscibile: era un vecchio capannone grigio e brutto, frequentato da senzatetto e alcolisti e adesso è una sala grandissima col pavimento lucido e il soffitto alto. E’ moderna, pure troppo. E’ vuota.


Arriviamo all’albergo super trendy situato presso la Manufaktura con una cifra irrisoria per il taxi. Uno di quei posti in cui nella lobby c’è il distributore di acqua aromatizzata (cetriolo, zenzero, scorza di lime, foglie di menta). Dopo poco siamo già nel piazzale del centro commerciale a ricordarci, bicchieri alla mano, i sapori delle birre polacche (con e senza sciroppo rosso: in Polonia si beve con la cannuccia, rassegnatevi).

Ci dedichiamo alla piscina panoramica sul tetto prima di una cenetta messicana. Passeggiamo verso Plac Woloscsci e Ulica Piotrkowska con le sue statue di bronzo “interattive” e i negozi interminabili, ad ogni insegna o locale che riconosciamo mi scappa un sospiro o un gridolino. Il kebab dei turchi dove ci fermavamo all’alba alla fine di una lunga notte di festa. Il parrucchiere da cui mi facevo fare di tutto capendoci solo a gesti. Il negozio dove ho comprato quegli stivali alti di camoscio rosso, con le stringhe e con dentro il pelo di lana merinos per affrontare i meno 20 gradi. Una puntatina al nostro caro pub Kaliska (se ci andate non perdetevi le toilette-effetto-sorpresa).

Secondo giorno tra ricordi e nostalgie. Colazione che in realtà è un brunch da Manu cafe.

Con qualche peripezia riusciamo a capire come raggiungere la nostra Dom Studentka nel quartiere Lumumby. Corrompo la guardiana, la signora è sempre lei, non sembra neanche invecchiata, in 4 parole polacche le dico che siamo gli Erasmus di 10 anni fa e lei quasi commossa, ci fa salire al nostro piano.


Hanno cambiato il pavimento e stanno sistemando alcune stanze prima dell’arrivo dei nuovi Erasmus. 6 mesi della mia vita dentro la 417 – che si pronuncia più o meno scteresctasciedemnasccie.

C’e lo sklep alimentare dove facevamo la spesa; l’ufficio postale; la pizzeria Saxofon che faceva quelle pizze con la salsa ketchup e la salsa agliosa sopra; l’alcool shop; il club Tygrys dove in alcune serate venivamo trascinati dagli altri colleghi festaioli erasmus anche in pigiama e pantofole.

Dopo il giro del dormitorio ci dirigiamo al cimitero con le sue lapidi un po’ cattoliche un po’ ortodosse, così suggestivo, poi la chiesa enorme e grigia, con quella cupola imponente dove una fanatica signorina spunta da una cappella laterale e ci invita a fare l’adorazione di Maria. La religiosità devota delle giovani generazioni polacche mi stupisce sempre in confronto alla nostra, essere molto credenti pare così non-trendy al giorno d’oggi qui da noi.

Piove. Ci attende una lunga cena kosher -ma speciale- all’Anatewka (recensito Gault & Millau).

Il terzo giorno dopo una merenda da Wedel partiamo per Wawa in auto. Il tempo non ci sorride più, c’è un certo grigio, una certa nebbia e una certa umidità. Eppure realizziamo questo video gioiello con il drone. Ve lo regalo perché spero vi dimostri quanto è affascinante questa città. E’ la prima volta che vedo volare un drone in vita mia e sono emozionata come una scolaretta.

Ci aspetta un po’ di shopping e un’ultima cena tradizionale con una vecchia amica all’U Swejka di Plac Konstytucji.

Tempo di saluti. Giusto qualche ora libera per scoprire ancora due chicche moderne di questa città che non si ferma mai ed è in continua evoluzione e fermento. Tea House Odette e infine Charlotte bakery & restaurant per il brunch, dove incontro anche la mia vecchia collega con cui lavoravo al consolato.

Chiudo il cerchio – per ora.

E volo a Praga…

“quel che si finisce per ricordare non sempre corrisponde a ciò di cui siamo stati testimoni. (…) Se da un lato a questo punto non posso garantire sulla verità dei fatti, dall’altro posso attenermi alla verità delle impressioni che i fatti hanno prodotto. E’ il meglio che posso offrire.” J. Barnes – Il senso di una fine.

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Emilia versus Friuli

Ogni tanto mi chiedo dove finisce il tempo che abbiamo vissuto?

Non lo puoi chiudere nei cassetti. E’ simile a polvere che si deposita silenziosa su di noi. Dapprima non la vedi, solo dopo, a volte, controluce, la scorgi quando si accumula in uno strato grigiastro.

Chiudo gli occhi e mi sforzo di ricordare: cosa facevo e dov’ero nel maggio 2015? Oppure nel dicembre 2013? Ottobre 2008? Come mi vestivo, chi frequentavo, cosa mangiavo?

E più cerco meno trovo.

La memoria è un database strano. Se penso a una persona in particolare legata a un periodo della mia vita o a un viaggio allora riesco a risalire al “quando”. Ma se cerco una data nella mia testa invece non riesco a guardare indietro, il sistema non mi restituisce nessuna esatta fotografia di me stessa. Mi sembra di non riuscire a ricordare nulla.

Da un lato forse è un buon segno che nel passato sembri tutto piatto uguale perché significa che non ci sono molti “eventi traumatici” che fanno da segnaposto.

Dall’altro, però, neanche molti eventi eccezionalmente belli…

Se penso a una cosa che mi ha fatto molto male o molto bene successa anni fa, riesco a sentire distintamente quella sensazione riaffiorare e piano piano vedo i luoghi che ne costituivano la scenografia. Vedo anche come mi stavano i capelli e qual era la mia maglietta preferita di allora.

Posso cercare per evento ma non per data.

Visualizza file recenti.

Nessun elemento trovato.

Dietro di me c’è una specie di paesaggio emiliano tutto basso: campi giallastri e lievi nebbie che si sollevano sopra la pianura, mentre il futuro davanti a me sembra sempre come le Alpi viste da Udine: col sole che ci si spacca sopra, il bianco della neve che brilla sulle punte, il verde aggrappato al grigio delle rocce, l’azzurro pungente che fa da sipario.

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Cuba

November 2016.

Cuba touched my heart.

It enters straight in the top 10 of my best trip adventures.

It was the first time for me departing on my own with a group of unknown people. I have to say we were a cool group of people, well-matched, and our tour leader was a navigated traveler and this always makes the difference. If someone would ask me: things can go really bad or really well in a group like this, it depends on your attitude. If you are prepared to share space and time with people that might be very different from you, then you will get along. In the end it’s just for 2 weeks. Keep it relative.

We had a little bus and a local guide taking us around for 2 weeks.


Wherelse in the world can you stop on the highway (carretera central) and have mojito or a pina colada in a palm kiosk???

We slept in the casa particular almost everywhere and ate the food the restless ladies would cook for us for dinner and breakfast. It was fantastic to enter their houses and sometimes sleep in their own beds (you have to imagine that for a one night stay you pay an amount corresponding to an average month salary, so you can understand what a good deal this is).

I have been to other 3rd World countries before, but Cuba was different. In other places (Thailand for example) you slightly feel assaulted, you feel most of the time like a walking wallet, like a scam target. To the point of asking yourself if your presence there is really appreciated, if it actually does anything good for the people, for their economy, if it’s worth it, if it is not just the arrogant dream of the western man to go around the world and put a check on the map he has at home. (I do have a scratchmap myself by the way, just to keep it honest. And I do feel I want to see as many places as possible in my life… but sometimes I ask myself these questions.)

But Cuba is a peaceful place, and quite safe. We never felt in danger nor the people who asked us things bothered us or invaded our personal space. It is quite surprising though to realise that no one asks you for money directly, they actually can’t buy the things they wish because they don’t have them there. The shops look pretty sad. Shelfs and shelfs of the same 2 or 3 items.

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shelves full of the same product

So, instead, they ask you for t-shirts, make-up, soap, shoes, candies… I think I have seen the highest level of happiness ever into the eyes of a kid to whom we gave some candies, it made me think of my niece at home and all the toys she has and still wants more, and a candy is just a candy to her – not a treasure.

I give you an example: at the end of the trip I wanted to throw away my worn out sandals but my host lady asked me to give them to her instead. Can you feel proud or generous about something that? I felt a bit ashamed to be honest. But the dignity and the pride of the Cuban people really impressed me. They are very creative and reinvent constantly objects because they cannot throw them away; they have the best mechanics capable of repairing 100 times these old fashion colorful cars. Once I was riding a taxi that had my age! Rolando the driver was amasing. He took us on a moskvich up to the Sierra Maestra all in first gear. It was magical.

Culturally also Cubans are quite rich: such a mix of different origins and traditions and genetics. Cubans are blond as well as dark, they are white as well as mulatto. They can be quite different one another, but they are all integrated. Maybe living on an island and under a special regime helps to create cohesion, so it seemed to me quite a positive example to look at nowadays. I admire the way the aboriginal tradition managed to survive in a mélange with the imposed Christianity creating unique religious forms. (You know the story of this old Italian lady whose niece discovered she has been praying for years to a statue of a Star Wars character that she was believing was Saint Antonio? Well a bit like that, it made me think it’s not the form that counts but the meaning you put in it. In the Cuban Santeria in order to worship secretly their Orishas (semi-god and goddess) the people used to pray to the Christian saints, in this way they managed to keep their own beliefs alive and not being caught.)

Before departing, I found some people reacting a bit weird when I mentioned I was going to Cuba. People like insinuating things and being malicious, but I understood that the same geographical place can hide multiple types of destinations. Cuba is a typical example of such a bias.

All my friends who have been there before me and have similar points of view, where really enthusiastic. Most of all I wanted to go there before everything started to change too much. Well, timing couldn’t have been better because Fidel died while I was in the middle of the tour (we’ll get back to that later)!

On the same plane there were people going to a resort to spend 2 weeks at the beach during the day and with free alcohol at night. Each day the same. But holidays like that could be everywhere on earth, no??? Why bothering to go far? Other people (old people) going to meet their local partner for a relationship that is consumed few months per year. The habitual customers. And then people like me, the modest adventurous travelers.

You might already know I have a thing for the places I like to call “fucked up”, i.d.: falling apart, decadent and shabby (like certain Eastern European cities). Cuba has this flair throughout. But Havana especially. Havana avenues for me could easily beat the glamorous Champs-Elysees, no joking. There are so many beautiful palaces with that colonial style that everywhere else has been knocked down to make space to modern stuff, but if they ‘d just receive a little attention and care… and then there are little hidden gems, like restaurants and bars inside certain buildings that at first sight you would bet they are closed for imminent collapse danger. It’s all there to discover.

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The local mountain taxi – photo by Lucio P.

And then Fidel died. It was at the crack of dawn when we got up to depart for the tracking in the Sierra Maestra. And the rumor started spreading in the group as people from Italy were sending text messages about this epic event. We could not believe it, it was such a special day. We visited the camp site in the forest and got exhausted by the 6 hours trail. Unfortunately the downside of being part of Cuban history while it’s developing is that the atmosphere totally changed, they stopped playing music in the casa della musica of every town we visited, and also stopped serving alcohol in most of the places, including those for tourists. In any case you can choose only between 2 beer brands: Bucanero and Cristal, but still we were craving one of those at each dinner after long and hot days walking around or after 6 hours transfer on the bus.

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Sierra Maestra panorama

We bought the local newspaper as souvenir which was quite an adventure per itself, we watch the local TV which broadcasted with no pause all the events and all the interviews ever recorded on Fidel. We talked to the people and we felt their grief. Because despite all you can say to criticize this government, Fidel was one of the most important leaders of our century, a powerful symbol of a dated ideal. It’s not easy to judge what is good or bad. You have to see it with your eyes. You have to understand the value of freedom like we perceive it in our part of the world and that we give for granted most of the time. But really isn’t.

If I just can tell you one thing would be to take time to go see places like this in your life, where things work different than in our reality, because you come back with eyes wide open, you come back and you re-asses things, you re-weight your values. It’s like a mental reset to me.

Finally, the only few days at the beach for me were enough. The weather was mostly cloudy and windy – which is ok being during their winter, but not to really enjoying swimming or even sunbathing (occasionally raining).Don’t get me wrong, Caribbean sea is indeed wonderful and crystal clear. It all made me feel like I want to discover much more of Central America now. I hope it will inspire you too.

Oh, sorry, wait a minute, I was about to leave you without talking about food!!! I loved all the exotic fresh fruits and juices and things I never ate before like guayaba. We ate a lot of lobster as well, meals consist mainly of white or black rice with beans plus chicken or fish, some side dishes like platano chips, tapioca and yucca. Interesting fact: red meat is rare and quite expensive, reserved for tourists, because there is an actual law that forbid the population to kill cows.

Ok, You can go now.

Havana view terrace la Guarida

MEMORIA D’ ESTATE

Luglio interminabile. Poi Agosto. Pomeriggi caldissimi. Io che dopo mangiato, con indosso gli zoccoletti di legno, sprezzante del pericolo, passeggiavo sotto il sole a picco sugli scogli davanti casa, alla ricerca di conchiglie e altri tesori incastonati nella roccia con le mie cuginette. A volte, tornando a casa con qualche buco nei piedi perché gli zoccoli non sono proprio la calzatura pratica per stare in equilibrio sugli spuntoni di roccia, perdevamo l’equilibrio e il piede ci scivolava sulle punte acuminate, ma ci piaceva cosi.
Avevo un secchio pieno di conchiglie bellissime, casette di paguro o tipo abalone madreperla (orecchio di mare), pezzi di corallo e chiodi verdi ossidati dello sbarco degli americani… e poi un inverno ci hanno rubato tutto. Maledetti. E stato come mi avessero strappato dei ricordi, poco valore ma tanto significato.

Naso spellato perennemente, c’e una piccola area circoscritta tra le lentiggini sulla punta del mio nasino all’insù che regolarmente si ustionava, con la carne che bruciava per il sale quando mi tuffavo in acqua.

Le zie che passano la canna dell’acqua sul suolo polveroso lamentandosi della calura e dello scirocco che non dà tregua. Vicino al forno delle pizze, davanti al mare, teglie e teglie allineate, metri quadrati di pomodori secchi esposti al sole per poi essere invasati per l’inverno: conserva, salsa, e strattu (estratto o concentrato di pomodoro ciliegino).

I cani randagi riposavano all’ombra dietro le case. Ci passavamo accanto piano per non farli risvegliare guardavamo i silos alti vicino al porto: mi ha sempre inquietato quel posto abbandonato, ma ora non c’è più. Vive solo nelle nostre test, nelle nostre memorie. Entravamo nella casa di mezzo: una porta di legno sgangherata sul retro tra le nostre abitazioni, che usavamo tutti come cantina e deposito di cose. Entravamo sempre lì per provare quel brivido, sentire i topi correre via e vedere qualche ragno, qualche lucertola e quell’odore nitido di roba vecchia.

La 127 verde pino di mio nonno all’ombra del fico e della magnolia. La carbonella della nonna sulla veranda davanti casa dove sono stati arrostiti i pipi (peperoni lunghi rossi e verdi) prima di pranzo. Il cespuglio verde coi fiori fucsia dell’oleandro accanto alla cisterna dell’acqua.

La nonna


Ogni mattina arrivava il furgoncino bianco del pane, portava anche la brioche: mia sorella sempre crema, io sempre marmellata.

Al pomeriggio, quando il sole iniziava a indebolirsi, una volta alla settimana arrivava Natale con la sua lapa verde azzurro acqua e il raccolto della sua campagna.

Immagine ape car da pinterest

Natale aveva un cappello di paglia, una canotta, dei calzoncini e dei baffetti grigiobianchi. Non parlava tanto e comunque non lo capivo bene nel suo dialetto stretto perché gli mancavano dei denti. Ma era buono. Nella memoria ricordo nitido il suo collo sempre scurissimo, picchiato dal sole e segnato dal lavoro. Sulla nuca aveva delle pieghe diagonali che formavano dei rombi geometricamente perfetti, rughe solcate da anni di esposizione ai raggi solari senza protezione alcuna (del resto erano gli anni 70/80). Rughe oblique corrispondenti al movimento del collo che si gira a destra o sinistra e quindi perfettamente allineate in quei quadrilateri, mi hanno affascinato tantissimo da bambina. Non ho mai più visto un collo così.

Natale vendeva citrola (cetrioli), cetrangolo (cetriolo tortarello), la zucchina per la minestra (minestra di tenerumi con cucuzza) oltre naturalmente ai pomodori IGP DOC, le pesche, i meloni d’acqua (angurie), le cipolle, le patate, l’origano, e u putrusino (prezzemolo).

Ogni giorno, mentre quasi tutte le famiglie riposavano e facevano il sonnellino, noi piccole insonni ci scrivevamo a vicenda i diari già pronti per l’anno scolastico in vista o facevamo balletti, inventavamo coreografie o ci mettevamo sul dondolo e ci facevamo spingere dai cugini piccoli. Finché non veniva l’ora di andare di nuovo al mare.

Ci azzardavamo a sederci sulle vespe dei cugini fino a salire sulle moto grandi, coi cavalletti traballanti e facevamo finta di guidare con due o tre passeggeri a testa, finché loro per pietà non ci portavano davvero a fare un giro, senza casco, con indosso solo il costumino e il sedere che ci si appiccicava alla sella calda e nera, però era bello tenersi stretti e andare veloci, guardando il mare correre accanto.

Io sulla vespa


Fichi d’india e muretti bianchi bassi. Un mare di serre coltivate all’orizzonte che coi teli di plastica riflettenti il sole sembravano anche quelle onde sulle sponde collinari dell’entroterra. La salina secca brillante di cristalli in mezzo alle canne.

Di notte un cielo nero, che così nero l’ho ritrovato solo in mezzo a una farm australiana, dove però essendo un altro emisfero non ho riconosciuto nessuna stella. Invece in Sicilia d’estate le stelle erano sempre nello stesso posto e si poteva distinguere bene anche la via lattea con la sua scia biancastra. Quanti desideri ho espresso verso quel fazzoletto di notte sempre limpida.

Stavamo tutti insieme, una grande famiglia, tavolate lunghe per pranzi ferragostani interminabili. Partite a carte, solitari e narrazione di barzellette e storie della tradizione popolare, rigorosamente in dialetto. Mia sorella che si vergognava e non le interessava mai tanto imparare e io che invece pendevo dalle labbra della nonna e ripetevo tutto allenando inflessione e accento.

Questa è stata la mia infanzia, fatta di estati lunghe e tutte uguali, da quando sono nata a quando sono diventata adolescente, prima che lo studio, i morosi, gli impegni e poi il lavoro mi ostacolassero nei mei 2 immancabili mesi di vacanza in Sicilia.

Mi manca tanto.

 La ricette che potete provare:

http://www.ilgiornaledelcibo.it/ricetta/minestra-di-tinnirumi-minestra-di-tenerumi/

http://blog.giallozafferano.it/cannellaamorefantasia/peperoni-arrostiti-alla-siciliana/
Per approfondire sulle coltivazioni mediterranee ho scovato questa azienda sicula che si presenta molto bene:

https://www.ilgiardinodellemeraviglie.it/it/cetrioli-zucche-e-zucchine.html

FUROSHIKI

Eccomi di nuovo a dilungarmi sull’Asia. Perdonatemi ma non posso proprio farne a meno.

Ma quanta poesia c’è in Giappone???

Infatti torno a parlarne per un’altra usanza secondo me bellissima.

L’arte di avvolgere vari oggetti piegando un foulard -tradizionalmente quadrato e chiamato furoshiki appunto- per il trasporto dei vestiti, del pranzo nel classico bentō o di un dono (in questo caso la stoffa si predilige di seta o comunque pregiata). Le stampe di queste stoffe sono coloratissime, con vari disegni e hanno anche una simbologia particolare.

Di questi fagottini elegantemente piegati e annodati ce ne sono davvero di bellissimi!


Mi fa pensare a una certa distinta delicatezza che i giapponesi hanno come fosse una loro marcia in più. Un ingrediente segreto che è rappresentato dalla cura che loro mettono nelle cose e in certi dettagli.

Io non so fare bene i pacchetti dei regali, anche perché lo trovo inconsciamente inutile e quindi non ci ho mai messo impegno a imparare bene. La mia è una visione “utilitaristica”: siccome poi il regalo lo scarti e lo usi il pacchetto è di per se una cosa che va gettata e quindi non merita molta attenzione. In questo forse dovrei decisamente essere un po’ più aggraziatamente giapponese…

Quanta ritualità tradotta in gesti semplici eppure così sacri mi meraviglia, adoro questo loro modo di mantenere vivi e far sopravvivere queste tradizioni antiche all’interno del loro stile di vita modernissimo e frenetico.

L’attenzione per l’ambiente e la sensibilità per l’ecologia ha portato il governo nel 2006 a promuovere una campagna per rinnovare l’uso di questa tecnica di trasporto distribuendo uno speciale furoshiki “green” stampato e ricavato da bottiglie PET riciclate. Questo speciale versione è stata chiamata mottainai furoshiki, e qui riemerge tutta la poesia nipponica, infatti mottainai significa il dispiacere per qualcosa che diventa un rifiuto senza averne sfruttato pienamente le potenzialità.

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Sembra che questo “fazzoletto” fosse nato proprio per raccogliere gli indumenti quando i giapponesi iniziavano a frequentare i bagni pubblici (Onsen e Sento) e quindi evitavano in questo modo che gli abiti fossero confusi con altri o persi. Un rituale (quello del bagno e della purificazione) che conduce all’altro.

Il Giappone ha una cultura ricchissima e affascinante come poche: penso alla cerimonia del tè dove un gesto che sembra così banale per noi occidentali superficiali assume rilevanza di pratica spirituale zen e di massima espressione estetica attraverso i fiori (Ikebana) e la disposizione degli oggetti (braciere, ciotole, strumenti ecc.); poi penso ai templi e ai santuari, ai samurai, alla fioritura dei ciliegi (Sakura)… ne avremmo di cose di cui parlare…

C’è in Giappone una spiritualità ineguagliabile che non ho (ancora) trovato altrove.

https://it.wikipedia.org/wiki/Furoshiki

http://www.giapponeinitalia.org/furoshiki-cento-usi-di-un-quadrato-di-stoffa-2/

http://furoshiki.com/techniques

Guardami mangiare – mukbang

L’Asia mi affascina molto. Ogni tanto ho parlato del Giappone, dei sapori e della cultura, di un paese che ho sognato tanto da ragazzina attraverso i libri e che poi quando ci sono stata da grande mi ha stregato.Oggi vi racconto di un fenomeno che come molte altre cose dell’Asia, mi lascia a bocca a aperta, stupefatta, al punto da sentire chiara una voce nella mia testa con un forte accento romanesco che fa: “ma che, davero???”. (vedi sotto *)

Il MUKBANG. Ovvero mangiare in webcam a pagamento (eating + broadcasting). Spopola dal 2009 e si è originato in Corea del Sud (sud è una precisazione superflua perché al nord non possono neanche pensare, figuratevi usare internet.. ma comunque per precisione geografica non fa mai male chiarire).

Ci sono questi personaggi -i BJ broadcasting jockey- che si mettono lì davanti alla webcam, a volte cucinano e poi mangiano, altre volte mangiano e basta, per ore di fila. Ogni tanto chattano live con i propri spettatori tra un risucchio di zuppa e una masticata sonora. (*Per esempio fare rumori col cibo è tra le cose che in Asia sono socialmente accettate e da noi socialmente da evitare). Con le dita unte.

Sono dei personaggi stravaganti ma anche persone abbastanza nella media, persone comuni insomma. Una delle più famose BJ è giovanissima e anche molto bizzarra e giustamente si concia con look stravaganti da cartone animato in perfetta coerenza asiatica manga/anime.

Ma è magra! Nonostante mangi come ci si aspetterebbe da un lottatore di sumo, o da un reduce dell’isola dei famosi, o da un emiliano qualsiasi a pranzo la domenica… E già qui mi viene qualche dubbio sul messaggio che passa e che può essere negativo.

Poi onestamente sapere che i più seguiti guadagnano fino a 10.000 dollari al mese mi sconvolge un po’.


Noi siamo il paese del “cibo come strumento sociale” per eccellenza, i contratti di lavoro, il business, le più delicate discussioni di famiglia, si fanno tutte a tavola. Se porti il fidanzato a conoscere la famiglia è per pranzo o per cena, non certo per il tè!

Invece in Asia dove vige una cultura isolazionista e dove la competizione in tutti i campi -incluso quello sociale- è molto pesante, guardare un altro mentre mangia lo si fa probabilmente anche per compagnia, per scacciare la solitudine, oltre che per voyerismo e qualche altra patologia psichica (a parte gli scherzi in realtà il tasso di suicidi in Corea è altissimo)…

Ma da noi non funzionerebbe mai. Se anche dovesse interessare a qualcuno qui da noi io mangerei volentieri a pagamento!

Oppure in alternativa e come versione sequel potrei filmarmi mentre cerco di perdere tutti i chili che ho accumulato mangiando.

Il cibo nasconde le nostre ansie della società moderna e tecnologica, rivela strani feticismi.

Nel cibo troviamo le consolazioni che i rapporti sociali non offrono (più).

Conosco persone che non vanno a vivere da sole pur potendoselo permettere perché hanno paura di mangiare da soli e quindi stanno ancora coi genitori.

Dopo il porn normale, il foodporn è uno dei termini più cliccati e hashtaggati del web! Dai programmi di cucina alle foto che facciamo dei piatti al ristorante per poi condividerle è tutto un eccitamento dei sensi. Perverso ma lecito.

C’è una sorta di apatia sociale in tutto questo, forse siamo troppo apatici per fare le cose noi da protagonisti che dobbiamo colmare i vuoti guardando gli altri farle. Cucinare, mangiare, il prossimo livello sarà guardare gente che dorme.

Adesso c’è addirittura un programma in cui si guardano le persone guardare la TV. Guardare la TV è già il massimo dell’inattività di per sé, se viene poi portata al cubo perché guardi gli altri guardare… non rimane che una radice cubica della nostra essenza, un numero infinitamente piccolo e insignificante che rappresenta la nostra esistenza. 

Buon appetito.

“Aripijateve”

Cardiff e il rugby

All alba di una vittoria della Juve e a pochi giirni da un grande evento finalistico: Scusate la mia ingenuità e questa domanda retorica che tanto non cambia nulla: ma perché si parla sempre e solo di calcio?

A me piacciono tanto il basket e la pallavolo che da guardare dal vivo sono anche molto più dinamici ed emozionanti.

E poi sapete no che esistono tutti quegli sport strani di nicchia tipo hockey su rotelle con delle ragazze che sfrecciano in hotpants o football in lingerie (solo in America), il futsal, il floorball, il softball… A parte questi che sono specchietti per le allodole maschie, ce ne sono tanti di sport belli, interessanti, che insegnano qualcosa e che sono lontani dal cliché “sportivo ricco + moglie subrette”.

In Svizzera seguivo anche un po’ di hockey che aveva quasi la stessa risonanza del calcio a livello nazionale, ma direi che è normale perché loro sono scarsetti a calcio ma forti negli sport “del freddo”.

Poi grazie alla mia amica Keira sono stata due volte a Cardiff ed entrambe le volte al Millennium Stadium a vedere la partita di Rugby Galles-Italia per il torneo 6 Nazioni.

Ero seduta con la maglia azzurra sponsorizzata CARIPARMA nella tribuna del Galles, vicino alla mia amica in rosso Wales e circondata da famiglie e tifosi di ogni tipologia e genere.


La cosa eccezionale è che tutti erano lì per il gioco. Potevo gridare, esultare, agitarmi (senza offendere i miei avversarsi, si intende) che nessuno batteva ciglio. Anzi scherzavano e partecipavano.

Era sport. Era fair. Era bello. C’era la birra. C’erano gli snack da stadio tipo chips e hot dog e poi altra birra.

E alla fine della partita non importava chi vincesse perché c’era comunque dell’altra birra, molta birra, da bere tutti insieme al pub.

Il rugby è fatto di omaccioni che incutono terrore ma poi sono come degli orsetti giganti. Con la birra si amano tutti, se le danno di santa ragione sul campo ma poi vanno d’accordo e soprattutto alla fine si rispettano.

Che cosa ci insegna il grande calcio della tv oggi? Questo è quello che vedo io: Campanilismo estremo, offese, razzismo, scherzi macabri, violenza, denunce, scommesse, frodi, teste calde, macchine veloci, feste, eccessi e donne. E poi arricchirsi quanto più possibile, scappare in Cina per i soldi, vendere tutto ai Cinesi sempre per i soldi…