MEMORIA D’ ESTATE

Luglio interminabile. Poi Agosto. Pomeriggi caldissimi. Io che dopo mangiato, con indosso gli zoccoletti di legno, sprezzante del pericolo, passeggiavo sotto il sole a picco sugli scogli davanti casa, alla ricerca di conchiglie e altri tesori incastonati nella roccia con le mie cuginette. A volte, tornando a casa con qualche buco nei piedi perché gli zoccoli non sono proprio la calzatura pratica per stare in equilibrio sugli spuntoni di roccia, perdevamo l’equilibrio e il piede ci scivolava sulle punte acuminate, ma ci piaceva cosi.
Avevo un secchio pieno di conchiglie bellissime, casette di paguro o tipo abalone madreperla (orecchio di mare), pezzi di corallo e chiodi verdi ossidati dello sbarco degli americani… e poi un inverno ci hanno rubato tutto. Maledetti. E stato come mi avessero strappato dei ricordi, poco valore ma tanto significato.

Naso spellato perennemente, c’e una piccola area circoscritta tra le lentiggini sulla punta del mio nasino all’insù che regolarmente si ustionava, con la carne che bruciava per il sale quando mi tuffavo in acqua.

Le zie che passano la canna dell’acqua sul suolo polveroso lamentandosi della calura e dello scirocco che non dà tregua. Vicino al forno delle pizze, davanti al mare, teglie e teglie allineate, metri quadrati di pomodori secchi esposti al sole per poi essere invasati per l’inverno: conserva, salsa, e strattu (estratto o concentrato di pomodoro ciliegino).

I cani randagi riposavano all’ombra dietro le case. Ci passavamo accanto piano per non farli risvegliare guardavamo i silos alti vicino al porto: mi ha sempre inquietato quel posto abbandonato, ma ora non c’è più. Vive solo nelle nostre test, nelle nostre memorie. Entravamo nella casa di mezzo: una porta di legno sgangherata sul retro tra le nostre abitazioni, che usavamo tutti come cantina e deposito di cose. Entravamo sempre lì per provare quel brivido, sentire i topi correre via e vedere qualche ragno, qualche lucertola e quell’odore nitido di roba vecchia.

La 127 verde pino di mio nonno all’ombra del fico e della magnolia. La carbonella della nonna sulla veranda davanti casa dove sono stati arrostiti i pipi (peperoni lunghi rossi e verdi) prima di pranzo. Il cespuglio verde coi fiori fucsia dell’oleandro accanto alla cisterna dell’acqua.

La nonna


Ogni mattina arrivava il furgoncino bianco del pane, portava anche la brioche: mia sorella sempre crema, io sempre marmellata.

Al pomeriggio, quando il sole iniziava a indebolirsi, una volta alla settimana arrivava Natale con la sua lapa verde azzurro acqua e il raccolto della sua campagna.

Immagine ape car da pinterest

Natale aveva un cappello di paglia, una canotta, dei calzoncini e dei baffetti grigiobianchi. Non parlava tanto e comunque non lo capivo bene nel suo dialetto stretto perché gli mancavano dei denti. Ma era buono. Nella memoria ricordo nitido il suo collo sempre scurissimo, picchiato dal sole e segnato dal lavoro. Sulla nuca aveva delle pieghe diagonali che formavano dei rombi geometricamente perfetti, rughe solcate da anni di esposizione ai raggi solari senza protezione alcuna (del resto erano gli anni 70/80). Rughe oblique corrispondenti al movimento del collo che si gira a destra o sinistra e quindi perfettamente allineate in quei quadrilateri, mi hanno affascinato tantissimo da bambina. Non ho mai più visto un collo così.

Natale vendeva citrola (cetrioli), cetrangolo (cetriolo tortarello), la zucchina per la minestra (minestra di tenerumi con cucuzza) oltre naturalmente ai pomodori IGP DOC, le pesche, i meloni d’acqua (angurie), le cipolle, le patate, l’origano, e u putrusino (prezzemolo).

Ogni giorno, mentre quasi tutte le famiglie riposavano e facevano il sonnellino, noi piccole insonni ci scrivevamo a vicenda i diari già pronti per l’anno scolastico in vista o facevamo balletti, inventavamo coreografie o ci mettevamo sul dondolo e ci facevamo spingere dai cugini piccoli. Finché non veniva l’ora di andare di nuovo al mare.

Ci azzardavamo a sederci sulle vespe dei cugini fino a salire sulle moto grandi, coi cavalletti traballanti e facevamo finta di guidare con due o tre passeggeri a testa, finché loro per pietà non ci portavano davvero a fare un giro, senza casco, con indosso solo il costumino e il sedere che ci si appiccicava alla sella calda e nera, però era bello tenersi stretti e andare veloci, guardando il mare correre accanto.

Io sulla vespa


Fichi d’india e muretti bianchi bassi. Un mare di serre coltivate all’orizzonte che coi teli di plastica riflettenti il sole sembravano anche quelle onde sulle sponde collinari dell’entroterra. La salina secca brillante di cristalli in mezzo alle canne.

Di notte un cielo nero, che così nero l’ho ritrovato solo in mezzo a una farm australiana, dove però essendo un altro emisfero non ho riconosciuto nessuna stella. Invece in Sicilia d’estate le stelle erano sempre nello stesso posto e si poteva distinguere bene anche la via lattea con la sua scia biancastra. Quanti desideri ho espresso verso quel fazzoletto di notte sempre limpida.

Stavamo tutti insieme, una grande famiglia, tavolate lunghe per pranzi ferragostani interminabili. Partite a carte, solitari e narrazione di barzellette e storie della tradizione popolare, rigorosamente in dialetto. Mia sorella che si vergognava e non le interessava mai tanto imparare e io che invece pendevo dalle labbra della nonna e ripetevo tutto allenando inflessione e accento.

Questa è stata la mia infanzia, fatta di estati lunghe e tutte uguali, da quando sono nata a quando sono diventata adolescente, prima che lo studio, i morosi, gli impegni e poi il lavoro mi ostacolassero nei mei 2 immancabili mesi di vacanza in Sicilia.

Mi manca tanto.

 La ricette che potete provare:

http://www.ilgiornaledelcibo.it/ricetta/minestra-di-tinnirumi-minestra-di-tenerumi/

http://blog.giallozafferano.it/cannellaamorefantasia/peperoni-arrostiti-alla-siciliana/
Per approfondire sulle coltivazioni mediterranee ho scovato questa azienda sicula che si presenta molto bene:

https://www.ilgiardinodellemeraviglie.it/it/cetrioli-zucche-e-zucchine.html

JUNGGESELLEN – SCAPOLONI

Estate 2013 Zurigo, Werd-insel quartiere Höngg. Vado ad una inusuale rappresentazione artistica nel parco con la mia coinquilina, una roba di teatro contemporaneo molto carina e originale. C’è una ragazza seduta ad un tavolino in mezzo al prato che sembra fungere da sportello biglietteria di questo teatro all’aperto. Ci porge delle cuffie e ci dice di sederci in diversi punti allestiti con delle sedute ad ascoltare degli audio in ordine casuale: i sonori sono racconti di persone che parlano dell’essere single, della liberta, delle scelte di coppia.

A un certo punto dei racconti, mentre ascolti e al contempo osservi la gente che prende il sole, che fa il bagno, che chiacchera, che legge, ti accorgi che parte dei presenti che pensavi essere sedute lì a caso nel parco, sono in realtà attori che impersonificano le storie degli audio. E come in una magia tutto l’ambiente acquista un senso diverso.

Il titolo Jungesellen in tedesco significa scapoloni, -un concetto molto caro a noi italiani ma evidentemente anche in altri paesi spopola…- cioè chi rifugge le storie serie e impegnative soprattutto concependo la coppia come un limite alla libertà individuale. Nei racconti, che sembravano proprio interviste di persone normali (e molto probabilmente lo erano) uomini e donne di diverse età parlavano del loro modo di essere single, dei vantaggi ma anche delle mancanze. Mi ricordo una voce che diceva che quando usciva con altre coppie con figli si annoiava tantissimo. Il mondo dei genitori come lontano anni luce dal mondo delle persone senza figli. Irrimediabilmente inconciliabile. Insomma una palla infinita.

I racconti avevano un gusto un po’ triste e malinconico. Si intravedeva la solitudine, anche se per scelta. Si evince che la sola cosa fondamentale che manchi ai single sia il sesso; invece tutto quello che sta nella sfera affettiva a due, non sembra essere così tanto importante, forse perché si può in qualche modo surrogare e sostituire con altri tipi di affetto: per gli amici, per i nipoti, ecc… Lo scapolone (ma anche la scapolona – ovviamente senza discriminare) dunque è libero da ogni tipo di compromesso e dalla noia e dalla monotonia di un rapporto a due. Anche qui una palla infinita, evidentemente.

Vado via dal parco -come al solito- con delle domande:

  • Ma tutta questa libertà non può essere anche una gabbia?
  • L’amore è davvero un limite? (che è diverso dal quesito se l’amore ha un limite che ci siamo gia posti qui   )

Faccio qualche considerazione. La libertà filosoficamente non esiste, perché non può essere assoluta, neanche idealmente. La libertà di per sè non può prescindere dalla sua stessa autolimitazione nel momento in cui incontra un altro individuo. Un concetto affascinante che come lo pensi già ti sfugge. Come quando cerchi di pulire le orate coi guanti da cucina.

Dice Rawls: “Ogni persona ha un uguale diritto alla più estesa libertà fondamentale, compatibilmente con una simile libertà per gli altri.”

Quindi la libertà è un falso mito. Invece di essere una palla infinita, l’altra persona rappresenta un baluardo, ci dà la misura del nostro agire. Ci dà il senso delle nostre azioni, e quindi il loro valore (se buone o cattive, se giuste o sbagliate).

Spinoza –che concepisce la libertà come indipendenza e autonomia e non come concetto di arbitrio o di scelta- ha spiegato così questa idea di libertà: “L’uomo, per la sua stessa natura di essere limitato, non potrà mai aspirare alla pienezza della libertà (cioè a non essere condizionato da niente se non da se stesso nel proprio agire): la natura umana, infatti, è caratterizzata dagli “Affetti” e dalle “passioni” che spesso ne determinano le scelte. Il condizionamento, quindi, fa parte dell’essenza dell’uomo, ma è possibile liberarsene con un uso corretto della ragione.”

In sintesi tanto più sei libero tanto più agirai nella ragione, nel bene e nel giusto verso tutti e anche verso il tuo partner.

L’ultimo passo di questo ragionamento da un pomeriggio primaverile qualsiasi, sta nel disquisire piacevolmente sulla differenza tra liberta da e liberta di. Libertà negativa = assenza di impedimenti. Libertà positiva = autodeterminazione, orientare il proprio volere a uno scopo preciso. Ora, permettetemi di dire che l’amore non è un limite in nessuno dei due sensi. Certo una persona ci può limitare, può chiederci di fare o non fare alcune cose o addirittura obbligarci o ricattarci, ma non l’amore. La persona. Quindi il problema non è la coppia ma chi la abita. Essere in coppia non costituisce di per sé un limite alcuno (per esempio non ti vieta di essere libero di andare in viaggio da solo, coltivare i tuoi interessi, fare delle cose per conto tuo come individuo singolo e quindi mantenere la tua autonomia.). Ci sono coppie per fare un esempio assurdo, che ammettono il tradimento reciproco, quindi nemmeno la fedeltà si può porre come estremo confine dell’agire del singolo se trovi la persona giusta che condivide le tue stesse idee. La coppia è libera sia fuori che dentro di se. Questa è la mia conclusione filosofica.

Certo a livello teorico è bellissimo, mi piace fare questi viaggi mentali sapendo benissimo che la realtà non rispecchia la verità del pensiero. Però anche solo averlo teorizzato e aver dato un senso a questo pensiero me lo fa sembrare più vicino, più probabile, più possibile.

Vi lascio con una citazione di Leonardo Becchetti: “Ma essere liberi non si esaurisce e non coincide necessariamente con la libertà di fare qualunque cosa ci venga in mente. Esistono infatti altre due forme importantissime di libertà che sono la “libertà da” e la “libertà per“. (…) Per “libertà per” intendiamo la decisione volontaria e, appunto, liberamente scelta di colui che sceglie di dedicare le proprie energie a un obiettivo ideale in grado di mobilitarlo. La “libertà per” è il vero segreto della felicità come ci ricorda il filosofo ed economista inglese John Stuart Mill in un bellissimo aforisma nel quale afferma che non si è felici se si cerca la propria felicità per se stessa, ma si trova piuttosto la propria felicità lungo la strada quando si dedica la propria vita a una causa degna di essere perseguita.”

Scusate se sono stata una palla infinita oggi.

CREDITS:

http://www.treccani.it/enciclopedia/liberta_(Enciclopedia-del-Novecento)/

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/sviluppo-e-vero-benessere-le-tre-liberta

http://www.jessicahuber.ch/piece/junggesellen

Ricordi di melassa

Ho un vivido ricordo di quando si giocava all’aperto (prima dei Pokemon, sapete?!) e prima di ogni gioco si faceva una conta per sapere “a chi toccava” rincorrere, o star sotto, o cercare a nascondino… o andare a prendere il pallone nel giardino del vicino cattivo…
Un pomeriggio d’estate al mare giocavo con mia cugina di Roma e trovavo buffissimo e stranissimo che le conte che sapeva lei erano completamente diverse dalle mie, oppure forse almeno una in comune ce l’avevamo ma poi la sua aveva delle variazioni sul tema.

Ce n’era una che iniziava tipo con “Ponte Ponente Ponte Pi…”

E quella che faceva una cosa come “Anghinglé cicuté ramblé”, un misto di suoni e consonanti a caso…

E ancora un’altra di una macchinina rossa in cui si diceva un numero e poi si contava fino a far uscire la persona a cui capitava la cifra indicata.

E poi mi ricordo che continuavo a immaginarmi delle civette appollaiate sul comò marrone che sta a casa di mia nonna, nella camera degli ospiti. E pur senza capire cosa, sapevo che c’era qualcosa di perverso e piuttosto strano in quella canzoncina.

Voi ve le ricordate le filastrocche delle conte?

La parola “conta” mi fa venire in mente serate estive in cui potevo stare fuori fino alle 22 davanti casa esenza allontanarmi.

Se chiudo gli occhi so che posso andare lontano. Posso ricordarmi di un momento o un posto in cui sono stata e se mi concentro bene vedo alcuni dettagli, sento i suoni, i profumi. Sento i grilli e vedo le lucciole di quelle sere estive.

A volte quando mi manca tanto una “cosa” tipo i miei nonni, li penso tanto intensamente, e affiorano come dalla superficie dell’acqua le sensazioni. E’ un piacere doloroso o un dolore piacevole, dipende dai punti di vista.

Eppure ho fatto questa riflessione quando di recente sono stata a Padova (dopo che non ci andavo da taaaaanto tempo – la citta che mi è stata casa durante anni universitari). E poi camminando verso il centro e inizando a riconoscere i nomi delle vie e dei posti, mi sono emozionata al punto di piangere. 

Perche i posti raccontano storie. A ogni angolo emerge una voce che mi racconta qualcosa. E il cuore ha una breve frizione. La sola presenza fisica del mio corpo in un luogo geografico è così evocativamente potente.

Con la mente soltanto non ci arrivo. Viaggiando con la mente resta sempre un po di nebbia, come in un sogno.

E mi chiedevo se solo le persone che sono partite, hanno vissuto in un altro luogo e poi sono andate via, quando ci tornano possano sentire questa emozione. Se uno non parte mai come fa a sentire anche qualcosa di lontanamente vicino a questo… La sensazione di tornare in un posto che hai chiamato casa.

Questa è la ricchezza. La densità di tutte le emozioni che ho vissuto, in uno spazio, in un certo tempo.

Un’emozione spessa, densa e appiccicosa come di melassa.

La natura non dà mai tutto

Prendiamo una cosa frivola e banale e facciamone un discorso importante.

Cliomakeup.

Finalmente quest’estate ha deciso di pubblicare una foto di lei in costume a figura intera, esortando tutte le non-perfette, rotondette, cicciotte come noi a fregarcene e a goderci l’estate senza rinunce. Finalmente. Perché lo sapevamo tutte che sotto il mezzobusto formato youtube c’erano dei bei fianchi mediterranei, ma avevamo bisogno di vederlo. Addirittura Selvaggia Lucarellli si è prodigata in un elogio. Ci fa sentire meglio. Che poi uno sta lì a confrontarsi e si dice, beh dai non sono tanto male, beh dai, io in quel punto li sono un po’ più sottile…

Se una persona di successo, simpatica e brillante si può concedere il lusso di essere fisicamente normale e non una super modella, allora ci sembra che il successo sia più vicino a tutte noi. Ci fa tornare alla realtà. Perché tutte le ragazze uscite dal nulla degli ultimi anni, tra cui tantissime cantanti dei talent, appena sono entrate sotto le luci della ribalta sono state messe a dieta. (vedasi ad esempio Giusy Ferreri, Emma, Leona Lewis ecc… before and after) Il business impone una certa immagine. I personal trainer devo pur lavorare. Mi resta solo Adele che pare non fregarsene tanto; lei mi consola quando la cellulite mi affligge.

Estate.

Sei lì in piscina circondata da gente svestita che espone la propria vulnerabilità. Un cuscinetto qui, un rotolino là. E ti accorgi che inizi a misurare tutto, è l’inconscio che lavora, demolisce, colpevolizza.

Non siamo perfetti, non siamo photoshoppati ne beautyfizzati (n.d.r. c’è un filtro che si chiama beautyfier in alcune app di foto). Siamo reali.

E questa si chiama ACCETTAZIONE non RASSEGNAZIONE. Perché ognuno partendo da come è dovrebbe sempre cercare di migliorarsi. Ma dovrebbe anche essere libero di uscire di casa senza complessi, senza sentirsi deforme.

Io quando guardo quelli col corpo perfetto penso sempre alla regola ferrea per cui la natura non dà mai tutto. Se sono magri, muscolosi, da copertina…. forse sono scemi. O hanno un brutto viso. E mi consolo. Perché dai il viso è mille volte più importante del culo.

Va bene ci sono casi eccezionali, anzi eccezionalissimi per rarità di quelli che sono belli intelligenti e anche simpatici. Ve lo concedo. Magari Charlize Theron. O la mia amica Madda di Bologna. Ma il resto del mondo no.

Perciò dovremmo tutti concentrarci sul nostro proprio talento, sul proprio punto di forza e darci una tregua dall’ estetismo ossessionante che ci circonda.

Per questo in cuor mio spero che Clio e Adele restino sempre un po’ tonde.

Che ci siano sempre eroine di successo che siano paladine della normalità.

E che a tutti i sessisti schifosi -tipo il giornalista protagonista dell’articolo che vi link qui sotto- gli venga qualche sfogo cutaneo purulento.

http://27esimaora.corriere.it/16_agosto_08/atlete-dell-arco-titolo-giornale-diventano-le-cicciottelle-28141c88-5d70-11e6-bfed-33aa6b5e1635.shtml?refresh_ce-cp

 

la donna al sole

Piove da tre settimane senza sosta e quindi anche qui in svizzera, valigetta alla mano, ci si organizza per una bella crociera sull’ arca di Noè, ma nonostante tutto pensiamo all’ estate, al sole e alle vacanze… A Lucerna il mare non ce lo abbiamo e ci accontentiamo in realtà di un parco cittadino con lido sul lago. Siccome la stagione e appena iniziata prima di tutto bisogna fare a gara con i cigni e le anatre per conquistarsi uno spazietto, come in un famosissimo incipit mi chiedo: “ma dove vanno le anatre quando arrivano i bagnanti???” asciugamano sull’erba e classica borsa alla Mary Poppins da cui escono: giornale, ciabattine, cappello, vaporizzatore, frutta, bottiglie d’acqua, un ombrellino, una palla, un ventaglio, e una ulteriore poschette contenete: burro cacao specifico per il sole con fattore di protezione, crema solare per il viso, creme per il resto del corpo nelle varianti dalla 30 alle 10, un olio per friggersi all’immancabile profumo di cocco, un prodotto per capelli e un pettine. La preparazione imporrebbe qualche lampada soft per preparare la pelle all’esposizione e anche un qualche strato di autoabbronzante che odora di pelle di pollo bruciata giusto per non essere troppo mozzarellose. Il problema del lago è che comunque anche ad agosto è sempre freddo quindi raggiunta la temperatura di bollitura del cervello, la bagnante, dopo aver prodotto vari richiami amorosi per attirare il maschio, si dirige in branco verso la riva con dei pigolii la cui frequenza é inversamente proporzionale alla temperatura dell’acqua (secondo il teorema di Franki). A questo punto la donna riprende la sua posizione ideale tra la vegetazione preferendo il punto panoramico per osservare l’esemplare maschio e si domanda perché mai adesso vada tanto di moda indossare i boxer sotto il costume. “Ma che fastidio è stare con la mutanda bagnata tutto il pomeriggio?” Tra un dubbio amletico un calippo e un test cretino sulle coppie comincia una nuova estate!

ferragosto feat. fantafobal (verision 2#)

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Non so voi, ma io per 24 anni consecutivi della mia vita ho passato sempre il ferragosto nello stesso modo (felice di farlo!). Siccome quest’anno invece mi sono svegliata e mi sono trovata all’improvviso in Svizzera (dove sto lavorando), ho iniziato a pensare e ripensare a un sacco di cose che mi mancavano: La prima e stata ovviamente connessa al cibo, che e sempre il mio primo pensiero della giornata: pasta al forno stipata a quintali sotto tendopoli di ombrelloni… il tipico bambino in due varianti: modello A Corrado o modello B Giuseppe, (a volte presente modello C Salvatore, secondo disponibilita) richiamato dalla madre non proprio deperita e simultaneamente preoccupata, che vuole fargli mangiare il panino con la nutella alle 14.00 con 40 gradi all’ombra, forse perche lo vede ancora galleggiare e non le sembra normale, data la stazza del bimbo. Qualuno le spieghi il principio di archimede! Non si direbbe ma il mio sport preferito e stato per lungo tempo dare la caccia ai granchi negli anfratti degli scogli davanti casa per poi infilzarli a freddo con un coltellaccio e arrostirli vivi, insieme a mia cugina, sulla griglia dello zio Giuseppe (che e stato anche lui da giovane un prototipo di bambino di tipo B, appunto). Dopo il macabro banchetto puntualmente a mezzogiorno, col sole a picco sul mio cranietto biondo, mi recavo di nuovo a esplorare gli scogli aguzzi, con comodi zoccoletti di legno (che erano super trendi negli anni 80!) da cui scivolavo facendomi ferite di cui andare orgogliosa per tutto il mese e da mostrare agli amici al ritorno! Andavo dunque cercando conchiglie rarissime, chiodi e proiettili rimasti incastrati li ancora da quando sono sbarcati gli Americani (si sono sbarcati proprio li, davanti casa mia!). Mia nonna mi ripeteva allora la storia di quando per la prima volta ha visto un uomo nero in vita sua, e gli americani dai carri armati regalavano collant e cioccolata. Poi le e venuta la malaria, ma lei per fortuna e sopravvissuta e tra un passaggio genetico e l’altro adesso io sono portatrice sana della anemia mediterranea. Nel pomeriggio rischiavo l’asfissia per vincere la sfida a chi resisteva di piu in apnea, oppure a chi catturava piu meduse senza urticarsi. E finivamo dando il via alla maratona di beach volley dai ritmi estenuanti e che pero io giocavo in grande atleticita indossando le ciabatte per non scottarmi i piedi. Concludo con uno strano ma vero: quando con mia sorella cantavo al karaoke in piazza poi, prendendoci per turiste (anche se nel mio sangue a tutt’oggi c’e sicuramente piu traccia di olio siciliano che di alcool friulano) ci chiedevano da dove venivamo; alla risposta: “Udine” seguiva un: “Pero’ ve lo imparano bene l’italiano in Svizzera”. Sara’ per questo che alla fine il destino mi ha portato qui???

http://www.repubblica.it/2006/12/gallerie/ambiente/viaggio-in-sicilia/4.html

portopalo di capo passero

portopalo di capo passero

ferragosto, pasta al forno e nostalgie varie

l'isola delle correnti e i due mari che si incontrano

l’isola delle correnti e i due mari che si incontrano

Un anno fa circa ho creato questo blog e uno dei miei primi post è stato appunto sui giorni d’agosto. Agosto è un mese che non ho mai considerato più di tanto degno di nota nella mia vita, eppure lui è sempre stato generoso con me, regalandomi giorni pieni e caldi, bagni infiniti nel mio mare preferito, un sacco di prelibatezze, amici, riposo… ma io non me ne curavo perchè per me l’idea stessa di vacanza risiede nella perdita totale di ogni cognizione temporale, nei giorni che si ripetono tutti uguali in una meravigliosa routine di puro ozio.

E adesso, questi stessi giorni li vedo scorrere davanti ai miei occhi assonnati la mattina in ufficio, sfilano sul calendario istrionici e solenni uno dopo l’altro, ribaltando completamente la prospettiva, stanno li con tutta la loro consistenza a parlarmi di una routine del tutto diversa. Chi lo avrebbe mai detto: primo che sarei finita in Svizzera, e secondo che avrei passato così, a lavorare, la mia prima estate da donna in carriera…

Gli ultimi 24 anni della mia vita (so benissimo che ne ho 26, me ne sono accorta ieri mattina quando ho deciso che è ora di comprarmi la mia prima crema antirughe! ma sono già due che non ci vado più in Sicilia purtroppo!) invece hanno conosciuto sempre degli agosti tutti meravigliosamente uguali, di cui questa mattina di ferragosto svizzero mi ha suscitato una valanga di immagini.

A cominciare da pasta al forno stipata a quintali sotto tendopoli di ombrelloni… il tipico bambino Corrado o Giuseppe richiamato dalla madre-non proprio deperita- preoccupata, per fargli mangiare il panino con la nutella alle 14.00 con 40 gradi all’ombra, forse perche lo vede ancora galleggiare e non le sembra normale data la stazza del bimbo. Qualcuno le spieghi il principio di Archimede!

Agosto era mare, bagni interminabili, sfide con mia cugina a chi si conferma campionessa locale di apnea submarina, a chi prende piu meduse senza urticarsi, a chi ammazza a sangue freddo piu granchi col coltello infilzandoli nei buchi degli scogli per poi arrostirli vivi sulla griglia di zio Giuseppe.Turni per le docce, la nonna che ci fa scrollare la sabbia se no non si entra, i fuochi d’artificio dal molo il 15 agosto e la processione col santo sulla barca.Tutti che si accalcano a dieci minuti alla mezzanotte per trovare un promontorio adeguato, e lì, il momento romantico perfetto in cui qualcuno da dietro ti stringe mentre le teste puntano al cielo. Tutti gli amori vissuti ogni estate, tanto intensi quanto effimeri.

Scrivere il diario ogni pomeriggio, lo compravo e mi veniva gia l’ansia al pensiero della scuola, pero me la gustavo tutta l’estate proprio per questo. Tornei infiniti di beach volley a Morghella -la mia spiaggia preferita che cambia profilo ogni anno a seconda di quanto il mare se ne e mangiata d’inverno. Le giornate di cavalloni a giocare nelle onde e perdere il costume…

Passare notti intere in terrazza a guardare le stelle, con il cielo di un blu profondissimo che ci inghiottiva. Il cornetto alla nutella dopo la discoteca, gli arancini caldi dopo il mare come merenda, le colazioni a base di cremolata con panna. Fare la spesa con la calura che ti pesa addosso, salendo le vie dei quartieri coi marciapiedi in salita, affollati di vecchi seduti sulle sedie a parlare del tempo, gli uomini rigorosamente in pantaloni, camicia, bretelle e coppola. Le bancarelle in piazza.

E poi sapori, che si mescolano e si uniscono nel palato dei miei ricordi. Il cibo cucinato dalle mani sante e benedette e morbidissime di mia nonna capace di consumare 5 litri di olio buono in 30 giorni per una famiglia di 4 persone (e non ci si meraviglia che non sono mai stata anoressica io!) il frullato di pesche, la sua granita al limone, la pasta con la ricotta, la salsa fatta in casa con lo stratto fatto da lei, la salsiccia coi semi di finocchio, il torrone e la giuggiulena di sesamo, le frittelle di carnevale col vino cotto (perche tanto ci vedeva una volta l’anno e quindi doveva sfoggiare tutto il panorama gastronomico annuale in poco tempo) la fettina alla pizzaiola, la caponata, la minestra coi tenerummi, il pesce fritto, la zuppa di pesce, la bottarga e tanta tanta frutta.

Serate a passeggiare su e giu nello struscio di Marzamemi col gelato del ciclope e la rassegna dei cocktail alla balata, uno diverso ogni sera! Il mio naso sempre arrostito e spellato e le sopracciglia bruciate dal sole.

tramonto sul mediterraneo

tramonto sul mediterraneo

Immagini che corrono e ricorrono su e giù per i miei pensieri i questo agosto svizzero e lavorativo e “freddo”.

Voglia di tornare, sentire questo pezzo di terra che mi chiama da dentro, il mio corpo che vuole per forza immergersi da qualche parte e poi rimane totalmente deluso se lo porto al lago… nostalgie varie e volgia di agosto vero, voglia di mare, di sole, voglia di casa mia.