VANVEREGGIARE

Ci sono tre amiche in un bar. Che non si vedono da un po’.

Ci sono tre donne. Che iniziano a raccontare le loro vite e i loro stati d’animo. Che fanno le sintesi degli ultimi 3 mesi. Che mettono in prospettiva. Che riassumono, che sviscerano, che descrivono. Che riportano fatti e cose dette. E poi le commentano. Davanti a uno spritz. Due. Tre.

E parlano del nulla e del tutto.

E parlano dei massimi sistemi. Delle relazioni, della vita. Delle donne e degli uomini, dei tempi moderni. Parlano e non è poi importante che si concluda nulla. Non c’è una fine. E’ solo un discorso che rimane sospeso sopra le loro teste, nell’aria del bar, nella nuvola delle sigarette. Che verrà ripreso altre mille volte e portato avanti, che di volta in volta si rianimerà e si evolverà ancora con le donne dopo di loro, nello stesso bar e in tutti i luoghi in cui le donne si parlano.

Però dopo quelle due ore si sentono meglio, e non sanno dire perché, non sanno dire come mai. Che tanto tornano a casa sempre con lo stesso vuoto dentro, con lo stesso peso sul cuore, con la testa che gira, con la gonna spiegazzata. Eppure stanno meglio. Nell’unire le loro ansie, le loro solitudini, le loro crisi, nel confessare le loro pazzie. Si alleggeriscono, si sento uguali. Si sentono diverse e questo le avvicina.

NOTA curiosa sull’origine del termine parlare a vanvera:

http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/parlare-vanvera

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CAFFE’ CALMO

Venerdì mattina. Sveglia ore 6.10. Appuntamento per esami del sangue e urine ore 7.00.

Ore 6.50 fila davanti all’ambulatorio con altri 5 anziani, 3 signori e 2 signore. Mi prendono 4 provette con 4 tappi colorati, l’infermiera è brava e non mi fa per niente male; ma nonostante abbia premuto forte per qualche minuto quando mi rimetto in macchina la maglia mi si macchia di sangue.

Ore 7.15 sono già fuori e decido per una bella colazione al bar come premio prima di andare in ufficio. Ho finito talmente presto che il permesso PAR che ho chiesto neanche mi servirà perché sarò al lavoro anche prima del solito.

Sì, vado in quel bar dove un mio amico mi ha detto fanno degli ottimi cappuccini cremosi, devo fare una piccola deviazione dal percorso, ma ho tempo e poi ne vale la pena, dice lui.

Entro. Metà del locale ha dei lavori in corso per ampliamento. Penombra. C’è una signora che strilla in continuazione correndo da un lato all’altro del banco, da un lato ci sono le brioche e da un lato consegna i caffè. Non mi fa neanche guardare bene l’offerta esposta: PREGOOOO, LEI?? COSA PRENDE??? COSA LE DO? PER LEIIIII????

E un altro signore dietro il banco che continua a chiamare caffe e cappuccini a destra e sinistra. Tutta questa ansia mi sembra eccessiva, ci sono pochi clienti e sono assonnati e tranquilli come me, qualche operaio, qualche pensionato, qualche giovane. Non mi sembra che nessuno stia per morire o voglia consumare il pasto tipo pit-stop Formula 1 in 0.8 secondi netti. Eppure loro continuano a urlare e lanciare caffé qua e là e sbattere in faccia le brioche alla gente dicendo: PREGOOOOOOOOO!!!!! DICAAAAAA!!!!

Io mi immaginavo di sedermi in uno di quei posti all’americana, su un divanetto morbido, di sentire in sottofondo una musichetta lounge o al massimo la radio e bermi il mio cappuccino in pace. Invece ho avuto proprio fretta di andare via, di scappare, ho bevuto in piedi, ho pagato subito e sono tornata alla macchina tristissima.

Volevo un momento per me. Per riconciliarmi col mondo. Già è abbastanza imbarazzante presentare la propria pipì in una provetta a degli sconosciuti di mattina presto con altre persone in fila che ti guardano (chiedendosi se la gradazione del giallo sia quella giusta per dare l’impressione che io sia fondamentalmente sana…).

Sono piccole cose che fanno le differenza. In questo caso una differenza netta in negativo. Se solo questi gestori si rendessero conto dell’ambiente che hanno creato senza nessuna ragione valida. Immagino sia così tutti i giorni perché sono abituati a pedalare, senza dubbio, perché loro lavorano eh… Certo, ma a volte basterebbe fermarsi e guardarsi introno e ricalibrare un poco.

il mercato sentimentale – dating Lau

Donna al bar, dipinto di Paola Marchi

Avete presente quei film in cui c’e una donna sola seduta al bancone del bar, sorseggiando un bicchiere, magari scambiando due parole col barman, totalmente annoiata e assorta nella sintesi mentale della sua schifosa giornata? Ecco di solito nei film succede che a un certo punto arriva un tipo fighissimo e ovviamente finiscono insieme. Ma nella realtà invece, esistono donne che vanno al bar da sole? E soprattutto perchè? Quindi ieri ero al bar con una amica e osservavo questa tizia completamente da sola col suo bicchiere di rosso al bancone di un bar chiassosissimo e continuavo a chiedermi cosa ha pensato lei quando è uscita di casa? No perchè non è che sono così ingenua, cioè ovviamente mi sono sforzata tantissimo di capire se era li per “professione”, ma non c’era un elemento che mi facesse pensare di si. Cioè il posto e assolutamente un bar super cool con gente giovane musica ad alto volume, e onestamente lei stava li come un pezzo di arredamento, nessuno che se la filasse, percio se stava lavorando o era nel posto sbagliato o non è capace, non si guardava nemmeno intorno, non lanciava ammicamenti, stava li con lo sguardo nel vuoto… forse ci aveva gia provato diverse volte e il tizio del film tardava ad arrivare… perciò continuavo a pensare che fosse li di sua spontanea e conscia intenzione di andare in un bar da sola. Da un lato mi faceva un enorme tristezza, e dall’altro pensavo, forse dovrei provarci anche io se voglio trovare l’uomo della mia vita, sempre che finisca come nei film. Mi faceva tristezza tanto quanto l’idea di iscrivermi a un dating website (le agenzie matrimoniali di una volta stile Marta Flavi che guardavo immancabilmente i pomeriggi a casa della nonna). Perchè fondamentalmente io sono probabilmente anacronistica nel credere che nel 2012 ci si possa ancora incontrare così, per caso, per strada, al supermercato, in palestra, gettando l’immondizia, bucando una ruota, inciampando sul marciapiede… perche diciamoci la verita, chi è che al giorno d’oggi ha più il tempo di notare intorno a sè l’esistenza di altri esseri umani e approcciarli? Io sono qui che dico: “Si Destino, fai tu, io non cerco, provvedi tu…” ma il destino è probabilmente un vecchio in pensione che sonnecchia ormai e io dovrei dargli un calcio nel sedere e gettermi con tutte le piu conscie intenzioni nel mercato sentimentale, pagando profumatamente perche questi siti mi trovino l’uomo perfetto, come la tizia del bar. Ed è così che più o meno cominciano le avventure di DATING LAU, prossimamente su questi bit…