Noi, l’Europa e la nostra idea di società

Io spesso sono inquieta. Da quando gli sbarchi sono diventati la nostra quotidianità. Da quando i morti sono diventati talmente tanti che non ci fanno più neanche impressione. L’anestesia del tragico è preoccupante. Ed è tutta colpa della sovraesposizione mediatica dei nostri tempi.

Sono tempi duri per credere nell’Europa, lo so. Con l’Inghilterra sull’uscio. Un’Europa forte no, ma almeno una debole? Abbiamo tolto barriere interne e ne abbiamo create altre esterne molto permeabili. I popoli che si affacciano nei nostri cortili, secondo me, possono anche rendersi conto che non siamo messi benissimo neanche noi, ma non hanno alcuna alternativa comunque. Non c’è più il sogno del migrante, la speranza nel futuro migliore. Per la maggior parte di queste persone qui c’è solo sopravvivere o morire. Un futuro punto e basta o nessun futuro.

E così a lungo andare è probabile che ci indeboliremo sempre più. Ma non per colpa di queste persone che entrano, per colpa nostra che non sappiamo accoglierle. E la nostra Europa che fine farà? Si frammenterà? O Imploderà?

In tutta questa incertezza la gente si sente spaesata e si affida ai media e ai politici (i quali fanno un uso quasi criminale dei social). Con la rinascita dei nazionalismi la Brexit in primis è stata un’amarissima sorpresa, eppure passano i mesi e non si capisce ancora cosa succederà in questo divorzio… I cittadini britannici essi stessi incerti e sconvolti dalla loro propria votazione. Abbindolati da discorsi facili al limite della demagogia di un rinnovato populismo destrista.

In tutto questo la gente che si beve la facile retorica di certi soggetti e commenta poi i centri di accoglienza, che paragona i soldi per il terremoto con gli aiuti per la gestione dell’emergenza immigrazione, che si sente minacciata dalle facce degli stranieri nelle nostre città tanto provinciali, non si domanda mai quale paese stiamo lasciando ai nostri figli? Non si domanda a chi stiamo affidando davvero il nostro destino? E le donne non si ricordano più che il diritto di voto è costato sangue e anni di lotte? Ogni tanto è bene ripetersi certe cose. Tornare ai principi, pensare alle idee che hanno mosso grandi momenti storici e che nel fare i conti con la realtà quotidiana dimentichiamo.

Io in questi momenti di sconforto ripenso a quando ventenne frequentavo le lezione in via del Santo 28. A quanti ideali coltivavo. Alla bellezza dell’essere giovani. Alla forza irruenta delle cose in cui credevo. Alla mia apertura verso il mondo un po’ ingenua un po’ incosciente. E poi mi dico: “Ma la politica non era una cosa onorevole?”.

Tra le cose di cui non ci ricordiamo più e di cui abbiamo perso il senso profondo cito queste:

Avete presente cosa significava l’esilio politico nell’ antica Grecia (vedasi ostracismo), o ai tempi di Dante e fino alla Seconda Guerra Mondiale?

Avete presente che l’Italia è stata uno degli attori più importanti della nascita dell’Europa Unita nel secondo dopo guerra?

Quando mi sento corrotta dai media nei miei pensieri e anche un po’ razzista, quando mi sento sporca e i miei credo traballano con le gambette deboli, ripenso a John Rawls, il mio filosofo politico preferito e al “velo di ignoranza”.

Nella sua “Teoria della giustizia” Rawls con una astrazione immagina che gli individui prima di costituirsi in società si riuniscano per scegliere dei principi comuni che siano equi, non conoscendo però a monte la loro posizione futura, essi opereranno per cercare di rendere la situazione più favorevole possibile per tutti, perché se poi si ritrovassero ad appartenere ad una minoranza sarebbero belli che fregati! (Questo video della RadioTelevisione Svizzera lo illustra molto bene)

Ogni tanto anche se ci siamo già dentro, anche noi ci dobbiamo chiedere: “che società vogliamo?” Noi -che siamo ovviamente tra i fortunati – non dovremmo augurarci ma soprattutto costruire attivamente giorno per giorno un mondo che garantisca i diritti anche a chi è meno fortunato di noi?

Tutto il resto è il bla bla della disinformazione che ci propinano… Ricordatevi per esempio che rispetto agli anni ‘70 in cui l’Italia viveva anni di vero terrorismo, siamo in un periodo di estremo benessere, la violenza globale e le guerre sono diminuite nel mondo, la gente vive più a lungo, al contrario di tutto quello che i media vi fanno credere, stiamo bene, meglio di prima. Non sto negando che ci siano crisi o problemi, ma la scala con cui li misuriamo e percepiamo è sbagliata. La troppa informazione fa sembrare tutto più grave e più estremo. E ogni giorno vissuto nell’ansia che i media producono, è un giorno della vostra vita perso.

la scienziata politica

Da quando iniziai a studiare educazione civica, dalla scuola elementare in su’, mi fu chiaro che occuparsi della cosa pubblica non era roba da tutti. Mi pareva innanzitutto un gran sbattimento finche’ al liceo la filosofia mi aiutò a capire che è in realtà la missione più onorevole di tutte per l’individuo che vive in società, che è anzi un onore, certamente non una professione nel senso salariale del termine, ma piuttosto una passione mossa da un intento profondissimo e nobilissimo, un atto di generosità altruistica e non di arricchimento egoistico, un moto di spirito verso le generazioni future. Poi all’università ebbi la fortuna di seguire Professori come Antonio Papisca (Diritti Umani), Giorgio Carnevali (Teoria Politica), Franco Todescan (Storia delle Dottrine Politiche) e Maurilio Gobbo (Diritto Costituzionale Italiano e Comparato, materia in cui presi l’unico 30 e lode della mia carriera perché non sono stata mai una secchia!) che mi illuminarono parecchio.

Ci fu una sera in una trattoria padovana (“all’Anfora” in centro storico, se ci volete andare è in una viuzza dietro la piazza del mercato, dove si mangiava del pesce discreto) in cui mi ritrovai a una grande tavolata così composta: un paio di medici, un paio di ingegneri, un giurisprudente, una letterata, una scienziata della comunicazione, una psicologa e io – la scienziata politica. Si discuteva di questa piccolo nucleo del mondo che eravamo noi, di questo spaccato della società futura, dei nostri ruoli sociali, di quanto ognuno di noi servisse agli altri e al bene comune. E lì però ho pensato che prima di tutto, se non ci fossero stati quelli come noi (a.k.a. gli scienziati politici) non saremmo esistiti. Se non ci fosse stato qualcuno che avesse voluto istituzionalizzare il nostro essere insieme, dargli delle regole, studiarlo, saremmo rimasti nuclei singoli, nemici, disorganizzati, nello stato di natura (cifr. T. Hobbes, J. Locke, J.J. Rousseau). Perché all’origine delle scienze politiche c’è lo studio dell’uomo in società e io la trovo una cosa bellissima.

Dunque, io e il giurista stavamo lì, discutendo su chi fosse il più importante al tavolo, chi avesse più responsabilità sociali, chi fosse più necessario. E dopo aver creato la società -mi dissi- se non ci fosse nessuno che se ne volesse occupare, ammettendo che al medico piacesse solo curare le persone e all’ingegnere costruire, ecc., chi se ne sarebbe occupato, se non noi? Loro non avrebbero potuto svolgere le loro mansioni, se non ci fosse stato qualcuno che si fosse offerto di gestire la res publica nel frattempo. Quindi non solo a monte ma pure a valle ecco che interveniamo noi.

Io credo nell’interesse partecipativo alla comunità in cui viviamo, nella politica a livelli professionali, credo che ci dovrebbero stare delle persone che non si sono improvvisate, ma che ne sanno qualcosa, credo anche che ci sia differenza tra professionalità e professionismo. La politica nel migliore esempio è un attività collaterale del cittadino, questo per impedire che la gente si affezioni troppo al velluto di certe poltrone e non le voglia lasciare più. No si può vivere di rendita politica. Credo che ci debbano essere dei limiti temporali per garantire il ricambio, l’afflusso di nuove idee e soprattutto frenare la sete di potere e la corruzione.

A vent’anni volevo fare la carriera diplomatica, ma ho scoperto un apparato elefantiaco di gente parassita che la costella. Pensi ingenuamente che un consolato italiano in svizzera funzioni bene, ma varcato il confine della porta è sempre terra italiana: tutto molto pesante, complicato, inefficiente, scortese. Sempre quando ero ancora iscritta AIRE un po’ di tempo fa a Zurigo, mi mandarono i santini per eleggere i rappresenti degli italiani all’estero al Parlamento: rimasi sorpresa dal tipo di pubblicità elettorale che certi soggetti si facevano. Vantando le proprie doti sportive, certi maratoneti, o certi risultati professionali come imprenditori. Tutto sembrava più importante e più in evidenza dell’impegno politico di per se. Un esempio per tutti il Senatore Antonio Razzi che tutti conosciamo anche grazie alla parodia di Crozza. E avrei detto tutto, ma aggiungo una articolo apparso su The Economist nel 2011 che parla di come veniva visto all’estero Berlusconi: il titolo era “the man who screwed up an entire country” (http://www.economist.com/node/18805327). Giusto per ricordarci di come ci vedono da fuori.

Ci vorrebbe serietà, moralità. Il lavoro politico è difficile perché devi assumerti la responsabilità tu per primo di essere onesto e corretto per le istituzioni che rappresenti. Non si può giustificare tutto lo scempio dicendo “in fondo siamo uomini”, Il politico deve essere un super-uomo.

E vi lascio con questo link dei simboli elettorali più assurdi del 2013 in attesa di nuove elezioni…

GINEVRA E ALTRI PENSIERI

Molti dicono che la svizzera francese non sia che altro che un pezzo distaccato di Francia. Effettivamente nei cantoni francesi c’è una atmosfera totalmente diversa, l’architettura è diversa, la gente è diversa, e pensano anche diverso! I cantoni francesi con l’aggiunta di Basilea (che per la posizione di contatto con le vicine Francia e Germania, nonostante sia un presidio tedesco, si affianca di più all’ apertura mentale di Berna) sono politicamente i più progressisti di tutta la svizzera e vi si concentra un cospicuo gruppo di movimenti di giovani europeisti, tanto che qui nel 2001 con il sostegno dei partiti democratici e verdi furono raccolte le 100.000 firme sufficienti per il referendum sull’ingresso nell’UE. Purtroppo il referendum venne in ogni caso respinto da tutti i cantoni con più del 70% dei NO. Si dice il voto fosse stato troppo prematuro.

Comunque sia, a Ginevra più del 40% della popolazione è composta da stranieri (tra cui spiccano curiosamente i portoghesi ancor prima dei francesi e altre 180 nazionalità). Gli mmigrati e i quartieri etnici donano un deciso tratto multiculturale a Ginevra. Nel quartiere Paquis sembra un po’ di essere in una banlieu parigina invasa da un certo odore di spezie e cous cous. Esploro la città. Come al solito faccio per entrare in una chiesa a caso. Entrare nelle chiese delle città che non conosco per me è un po’ come aprire finestre nascoste dell’animo umano: le chiese ti dicono parecchio al di là della religione praticata. Beh, nella prima chiesa in cui entro trovo invece un centro di ritrovo cittadino, una specie di centro sociale, della chiesa aveva solo la forma. Anche questa è una scoperta. Le persone sono molto gentili, quasi mi rincorrono per vedere se mi serve qualcosa. Fa freddo, perchè qui c’è un certo vento pungente che sale dal lago.

Ma che sfortuna il museo della Croce Rossa è proprio chiuso il giorno che ci vado io. In questa breve trasferta sto raccogliendo un sacco di idee che mi rimandano all’Italia, alla fine in ogni viaggio va così, uno fa kilometri e kilometri per poi ricongiungersi con ciò che gli è familiare! La CR è stata infatti fondata a Ginevra dallo svizzero Dunant nel 1862, dopo che egli aveva assistito ai tremendi esiti delle battaglie di San Martino e Solferino sul territorio italiano durante la Guerra di indipendenza. Insieme le truppe austriache e quelle franco-sarde persero un totale di circa 30.000 uomini che furono abbandonati sui campi di battaglia, allora Dunant cercò di radunare uomini e infermiere per portare assistenza come poteva. Il mio caro professor De Stefani all’epoca ci aveva pure portato a San Martino in gita, a vedere il museo della Croce Rossa Italiana… ed ora eccomi qui.

Lì di fronte c’e la sede delle Nazioni Unite. Sento un brivido che fa riaffiorare in me all’improvviso 2 lauree e 5 anni di studio universitario alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Padova che giacevano al momento sotto 1 anno e mezzo di intenso lavoro nel turismo! Oddio, ho un attacco di febbre politica. In dieci minuti spendo 50 franchi in libri per rituffarmi nelle mie passioni nostalgiche. Un po’’ di emozione a percorrere i corridoi e immaginare se solo se avessi preso una strada diversa… del resto a Ginevra hanno sede 200 tra le più importanti organizzazioni governative e non del mondo.

Un altro segno: a Ginevra è nato nel 1712 Jan Jacque Rousseau, uno dei miei filosofi preferiti! Ginevra è anche una delle città più costose del mondo, infatti ogni due edifici c’è una galleria d’arte, e chi ha i soldi per comprarsi questi soprammobili?

Nei film o nella letteratura le donne che si chiamano Ginevra sono tutte signore di ferro, si veda una per tutte (la prima che mi viene in mente) quella di Re Artù.

Infine questa bella città è la seconda culla svizzera della riforma protestante, dove le idee di Calvino si sono diffuse facendo eco al collega zurighese Zwingli.

Per chiudere tappa ristoro rigorosamente consigliata da Lonely Planet: entrecote con burro ed erbette al Cafè de Paris. Questo viaggetto mi ha dato proprio una boccata d’aria in tutti i sensi; concordo, questa è tutta un’altra Svizzera.