ERASMUS 10 ANNI DOPO: SETTEMBRE 2007-2017

Mi mancava il suono delle ruote del trolley che corrono lungo i corridoi dell’aeroporto.

Volo a Varsavia. Qualche parola polacca mi torna in mente mentre scorro con gli occhi cartelloni pubblicitari e cartelli con indicazioni. (Bank Pekao, Poczta Polska, entrata/uscita -che sono praticamente indistinguibili- wejscie/wyjscie…)

L’autobus dall’aeroporto periferico mi porta dritta dritta sotto il palazzo della cultura. Mentre viaggiamo cerco di ritrovarmi in quelle strade, di orientarmi coi nomi, con la Vistola che mi scorre a sinistra, con il senso del traffico.

C’è anche il sole, un sole che è tutto per me e che mi dà il bentornato. (Poi pioverà per il resto del weekend n.d.r.).

Mi addentro verso la Zloty Tarasy e poi nella stazione tutta nuova, in attesa della mia amica Marie.

I prezzi sono ancora piuttosto bassi, mi sarei aspettata crescessero di più in questi anni per acchiappare prima o poi con l’euro…

Mangio una zapiekanka nei bassifondi della metro, in quei corridoi sotterranei pieni di negoziacci e chioschi di fast food. Il posto migliore per mangiarne una di quelle vere.

Io e Marie prendiamo il treno per Lodz, un tragitto che grazie ai Fondi Europei per le infrastrutture si è ridotto a poco meno di 2 ore e che una volta era un viaggio eterno per cui ne servivano più di 3.

A Lodz ci attende una stazione irriconoscibile: era un vecchio capannone grigio e brutto, frequentato da senzatetto e alcolisti e adesso è una sala grandissima col pavimento lucido e il soffitto alto. E’ moderna, pure troppo. E’ vuota.


Arriviamo all’albergo super trendy situato presso la Manufaktura con una cifra irrisoria per il taxi. Uno di quei posti in cui nella lobby c’è il distributore di acqua aromatizzata (cetriolo, zenzero, scorza di lime, foglie di menta). Dopo poco siamo già nel piazzale del centro commerciale a ricordarci, bicchieri alla mano, i sapori delle birre polacche (con e senza sciroppo rosso: in Polonia si beve con la cannuccia, rassegnatevi).

Ci dedichiamo alla piscina panoramica sul tetto prima di una cenetta messicana. Passeggiamo verso Plac Woloscsci e Ulica Piotrkowska con le sue statue di bronzo “interattive” e i negozi interminabili, ad ogni insegna o locale che riconosciamo mi scappa un sospiro o un gridolino. Il kebab dei turchi dove ci fermavamo all’alba alla fine di una lunga notte di festa. Il parrucchiere da cui mi facevo fare di tutto capendoci solo a gesti. Il negozio dove ho comprato quegli stivali alti di camoscio rosso, con le stringhe e con dentro il pelo di lana merinos per affrontare i meno 20 gradi. Una puntatina al nostro caro pub Kaliska (se ci andate non perdetevi le toilette-effetto-sorpresa).

Secondo giorno tra ricordi e nostalgie. Colazione che in realtà è un brunch da Manu cafe.

Con qualche peripezia riusciamo a capire come raggiungere la nostra Dom Studentka nel quartiere Lumumby. Corrompo la guardiana, la signora è sempre lei, non sembra neanche invecchiata, in 4 parole polacche le dico che siamo gli Erasmus di 10 anni fa e lei quasi commossa, ci fa salire al nostro piano.


Hanno cambiato il pavimento e stanno sistemando alcune stanze prima dell’arrivo dei nuovi Erasmus. 6 mesi della mia vita dentro la 417 – che si pronuncia più o meno scteresctasciedemnasccie.

C’e lo sklep alimentare dove facevamo la spesa; l’ufficio postale; la pizzeria Saxofon che faceva quelle pizze con la salsa ketchup e la salsa agliosa sopra; l’alcool shop; il club Tygrys dove in alcune serate venivamo trascinati dagli altri colleghi festaioli erasmus anche in pigiama e pantofole.

Dopo il giro del dormitorio ci dirigiamo al cimitero con le sue lapidi un po’ cattoliche un po’ ortodosse, così suggestivo, poi la chiesa enorme e grigia, con quella cupola imponente dove una fanatica signorina spunta da una cappella laterale e ci invita a fare l’adorazione di Maria. La religiosità devota delle giovani generazioni polacche mi stupisce sempre in confronto alla nostra, essere molto credenti pare così non-trendy al giorno d’oggi qui da noi.

Piove. Ci attende una lunga cena kosher -ma speciale- all’Anatewka (recensito Gault & Millau).

Il terzo giorno dopo una merenda da Wedel partiamo per Wawa in auto. Il tempo non ci sorride più, c’è un certo grigio, una certa nebbia e una certa umidità. Eppure realizziamo questo video gioiello con il drone. Ve lo regalo perché spero vi dimostri quanto è affascinante questa città. E’ la prima volta che vedo volare un drone in vita mia e sono emozionata come una scolaretta.

Ci aspetta un po’ di shopping e un’ultima cena tradizionale con una vecchia amica all’U Swejka di Plac Konstytucji.

Tempo di saluti. Giusto qualche ora libera per scoprire ancora due chicche moderne di questa città che non si ferma mai ed è in continua evoluzione e fermento. Tea House Odette e infine Charlotte bakery & restaurant per il brunch, dove incontro anche la mia vecchia collega con cui lavoravo al consolato.

Chiudo il cerchio – per ora.

E volo a Praga…

“quel che si finisce per ricordare non sempre corrisponde a ciò di cui siamo stati testimoni. (…) Se da un lato a questo punto non posso garantire sulla verità dei fatti, dall’altro posso attenermi alla verità delle impressioni che i fatti hanno prodotto. E’ il meglio che posso offrire.” J. Barnes – Il senso di una fine.

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Emilia versus Friuli

Ogni tanto mi chiedo dove finisce il tempo che abbiamo vissuto?

Non lo puoi chiudere nei cassetti. E’ simile a polvere che si deposita silenziosa su di noi. Dapprima non la vedi, solo dopo, a volte, controluce, la scorgi quando si accumula in uno strato grigiastro.

Chiudo gli occhi e mi sforzo di ricordare: cosa facevo e dov’ero nel maggio 2015? Oppure nel dicembre 2013? Ottobre 2008? Come mi vestivo, chi frequentavo, cosa mangiavo?

E più cerco meno trovo.

La memoria è un database strano. Se penso a una persona in particolare legata a un periodo della mia vita o a un viaggio allora riesco a risalire al “quando”. Ma se cerco una data nella mia testa invece non riesco a guardare indietro, il sistema non mi restituisce nessuna esatta fotografia di me stessa. Mi sembra di non riuscire a ricordare nulla.

Da un lato forse è un buon segno che nel passato sembri tutto piatto uguale perché significa che non ci sono molti “eventi traumatici” che fanno da segnaposto.

Dall’altro, però, neanche molti eventi eccezionalmente belli…

Se penso a una cosa che mi ha fatto molto male o molto bene successa anni fa, riesco a sentire distintamente quella sensazione riaffiorare e piano piano vedo i luoghi che ne costituivano la scenografia. Vedo anche come mi stavano i capelli e qual era la mia maglietta preferita di allora.

Posso cercare per evento ma non per data.

Visualizza file recenti.

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Dietro di me c’è una specie di paesaggio emiliano tutto basso: campi giallastri e lievi nebbie che si sollevano sopra la pianura, mentre il futuro davanti a me sembra sempre come le Alpi viste da Udine: col sole che ci si spacca sopra, il bianco della neve che brilla sulle punte, il verde aggrappato al grigio delle rocce, l’azzurro pungente che fa da sipario.

A23

 

 

MEMORIA D’ ESTATE

Luglio interminabile. Poi Agosto. Pomeriggi caldissimi. Io che dopo mangiato, con indosso gli zoccoletti di legno, sprezzante del pericolo, passeggiavo sotto il sole a picco sugli scogli davanti casa, alla ricerca di conchiglie e altri tesori incastonati nella roccia con le mie cuginette. A volte, tornando a casa con qualche buco nei piedi perché gli zoccoli non sono proprio la calzatura pratica per stare in equilibrio sugli spuntoni di roccia, perdevamo l’equilibrio e il piede ci scivolava sulle punte acuminate, ma ci piaceva cosi.
Avevo un secchio pieno di conchiglie bellissime, casette di paguro o tipo abalone madreperla (orecchio di mare), pezzi di corallo e chiodi verdi ossidati dello sbarco degli americani… e poi un inverno ci hanno rubato tutto. Maledetti. E stato come mi avessero strappato dei ricordi, poco valore ma tanto significato.

Naso spellato perennemente, c’e una piccola area circoscritta tra le lentiggini sulla punta del mio nasino all’insù che regolarmente si ustionava, con la carne che bruciava per il sale quando mi tuffavo in acqua.

Le zie che passano la canna dell’acqua sul suolo polveroso lamentandosi della calura e dello scirocco che non dà tregua. Vicino al forno delle pizze, davanti al mare, teglie e teglie allineate, metri quadrati di pomodori secchi esposti al sole per poi essere invasati per l’inverno: conserva, salsa, e strattu (estratto o concentrato di pomodoro ciliegino).

I cani randagi riposavano all’ombra dietro le case. Ci passavamo accanto piano per non farli risvegliare guardavamo i silos alti vicino al porto: mi ha sempre inquietato quel posto abbandonato, ma ora non c’è più. Vive solo nelle nostre test, nelle nostre memorie. Entravamo nella casa di mezzo: una porta di legno sgangherata sul retro tra le nostre abitazioni, che usavamo tutti come cantina e deposito di cose. Entravamo sempre lì per provare quel brivido, sentire i topi correre via e vedere qualche ragno, qualche lucertola e quell’odore nitido di roba vecchia.

La 127 verde pino di mio nonno all’ombra del fico e della magnolia. La carbonella della nonna sulla veranda davanti casa dove sono stati arrostiti i pipi (peperoni lunghi rossi e verdi) prima di pranzo. Il cespuglio verde coi fiori fucsia dell’oleandro accanto alla cisterna dell’acqua.

La nonna


Ogni mattina arrivava il furgoncino bianco del pane, portava anche la brioche: mia sorella sempre crema, io sempre marmellata.

Al pomeriggio, quando il sole iniziava a indebolirsi, una volta alla settimana arrivava Natale con la sua lapa verde azzurro acqua e il raccolto della sua campagna.

Immagine ape car da pinterest

Natale aveva un cappello di paglia, una canotta, dei calzoncini e dei baffetti grigiobianchi. Non parlava tanto e comunque non lo capivo bene nel suo dialetto stretto perché gli mancavano dei denti. Ma era buono. Nella memoria ricordo nitido il suo collo sempre scurissimo, picchiato dal sole e segnato dal lavoro. Sulla nuca aveva delle pieghe diagonali che formavano dei rombi geometricamente perfetti, rughe solcate da anni di esposizione ai raggi solari senza protezione alcuna (del resto erano gli anni 70/80). Rughe oblique corrispondenti al movimento del collo che si gira a destra o sinistra e quindi perfettamente allineate in quei quadrilateri, mi hanno affascinato tantissimo da bambina. Non ho mai più visto un collo così.

Natale vendeva citrola (cetrioli), cetrangolo (cetriolo tortarello), la zucchina per la minestra (minestra di tenerumi con cucuzza) oltre naturalmente ai pomodori IGP DOC, le pesche, i meloni d’acqua (angurie), le cipolle, le patate, l’origano, e u putrusino (prezzemolo).

Ogni giorno, mentre quasi tutte le famiglie riposavano e facevano il sonnellino, noi piccole insonni ci scrivevamo a vicenda i diari già pronti per l’anno scolastico in vista o facevamo balletti, inventavamo coreografie o ci mettevamo sul dondolo e ci facevamo spingere dai cugini piccoli. Finché non veniva l’ora di andare di nuovo al mare.

Ci azzardavamo a sederci sulle vespe dei cugini fino a salire sulle moto grandi, coi cavalletti traballanti e facevamo finta di guidare con due o tre passeggeri a testa, finché loro per pietà non ci portavano davvero a fare un giro, senza casco, con indosso solo il costumino e il sedere che ci si appiccicava alla sella calda e nera, però era bello tenersi stretti e andare veloci, guardando il mare correre accanto.

Io sulla vespa


Fichi d’india e muretti bianchi bassi. Un mare di serre coltivate all’orizzonte che coi teli di plastica riflettenti il sole sembravano anche quelle onde sulle sponde collinari dell’entroterra. La salina secca brillante di cristalli in mezzo alle canne.

Di notte un cielo nero, che così nero l’ho ritrovato solo in mezzo a una farm australiana, dove però essendo un altro emisfero non ho riconosciuto nessuna stella. Invece in Sicilia d’estate le stelle erano sempre nello stesso posto e si poteva distinguere bene anche la via lattea con la sua scia biancastra. Quanti desideri ho espresso verso quel fazzoletto di notte sempre limpida.

Stavamo tutti insieme, una grande famiglia, tavolate lunghe per pranzi ferragostani interminabili. Partite a carte, solitari e narrazione di barzellette e storie della tradizione popolare, rigorosamente in dialetto. Mia sorella che si vergognava e non le interessava mai tanto imparare e io che invece pendevo dalle labbra della nonna e ripetevo tutto allenando inflessione e accento.

Questa è stata la mia infanzia, fatta di estati lunghe e tutte uguali, da quando sono nata a quando sono diventata adolescente, prima che lo studio, i morosi, gli impegni e poi il lavoro mi ostacolassero nei mei 2 immancabili mesi di vacanza in Sicilia.

Mi manca tanto.

 La ricette che potete provare:

http://www.ilgiornaledelcibo.it/ricetta/minestra-di-tinnirumi-minestra-di-tenerumi/

http://blog.giallozafferano.it/cannellaamorefantasia/peperoni-arrostiti-alla-siciliana/
Per approfondire sulle coltivazioni mediterranee ho scovato questa azienda sicula che si presenta molto bene:

https://www.ilgiardinodellemeraviglie.it/it/cetrioli-zucche-e-zucchine.html

Ricordi di melassa

Ho un vivido ricordo di quando si giocava all’aperto (prima dei Pokemon, sapete?!) e prima di ogni gioco si faceva una conta per sapere “a chi toccava” rincorrere, o star sotto, o cercare a nascondino… o andare a prendere il pallone nel giardino del vicino cattivo…
Un pomeriggio d’estate al mare giocavo con mia cugina di Roma e trovavo buffissimo e stranissimo che le conte che sapeva lei erano completamente diverse dalle mie, oppure forse almeno una in comune ce l’avevamo ma poi la sua aveva delle variazioni sul tema.

Ce n’era una che iniziava tipo con “Ponte Ponente Ponte Pi…”

E quella che faceva una cosa come “Anghinglé cicuté ramblé”, un misto di suoni e consonanti a caso…

E ancora un’altra di una macchinina rossa in cui si diceva un numero e poi si contava fino a far uscire la persona a cui capitava la cifra indicata.

E poi mi ricordo che continuavo a immaginarmi delle civette appollaiate sul comò marrone che sta a casa di mia nonna, nella camera degli ospiti. E pur senza capire cosa, sapevo che c’era qualcosa di perverso e piuttosto strano in quella canzoncina.

Voi ve le ricordate le filastrocche delle conte?

La parola “conta” mi fa venire in mente serate estive in cui potevo stare fuori fino alle 22 davanti casa esenza allontanarmi.

Se chiudo gli occhi so che posso andare lontano. Posso ricordarmi di un momento o un posto in cui sono stata e se mi concentro bene vedo alcuni dettagli, sento i suoni, i profumi. Sento i grilli e vedo le lucciole di quelle sere estive.

A volte quando mi manca tanto una “cosa” tipo i miei nonni, li penso tanto intensamente, e affiorano come dalla superficie dell’acqua le sensazioni. E’ un piacere doloroso o un dolore piacevole, dipende dai punti di vista.

Eppure ho fatto questa riflessione quando di recente sono stata a Padova (dopo che non ci andavo da taaaaanto tempo – la citta che mi è stata casa durante anni universitari). E poi camminando verso il centro e inizando a riconoscere i nomi delle vie e dei posti, mi sono emozionata al punto di piangere. 

Perche i posti raccontano storie. A ogni angolo emerge una voce che mi racconta qualcosa. E il cuore ha una breve frizione. La sola presenza fisica del mio corpo in un luogo geografico è così evocativamente potente.

Con la mente soltanto non ci arrivo. Viaggiando con la mente resta sempre un po di nebbia, come in un sogno.

E mi chiedevo se solo le persone che sono partite, hanno vissuto in un altro luogo e poi sono andate via, quando ci tornano possano sentire questa emozione. Se uno non parte mai come fa a sentire anche qualcosa di lontanamente vicino a questo… La sensazione di tornare in un posto che hai chiamato casa.

Questa è la ricchezza. La densità di tutte le emozioni che ho vissuto, in uno spazio, in un certo tempo.

Un’emozione spessa, densa e appiccicosa come di melassa.

Turchia

Camion con le tendine di pizzo.

Campi di girasole.

Non riesco a smettere di sorridere guardando il mondo da questo finestrino, il mio autista non parla inglese nè tantomeno io il turco, eppure abbiamo comunicato.

Palazzi in costruzione.

“Siamo in Turchia” dice buttanto il mozzicone dal finestrino (qui si fa cosi).

In questo preciso istante so perchè adoro viaggiare.

La stessa sensazione che si prova quando fai un tiro di sigaretta dopo molto tempo, ti fa girare la testa, un pochino.

L’energia che entra nei miei occhi ad ogni incontro con una cosa nuova.

Pensare in un modo diverso, e che le cose si fanno anche in un modo diverso.

Un tramonto.

Il mare alla fine di una strada in discesa.

Se ci pensi questo in fondo é lo stesso mare, solo da un lato diverso.

Un matrimonio con 500 invitati.

Eppure la sensazione di festa ha lo stesso sapore in ogni posto, celebrata con ogni ballo, pronunciata in un SI declinato in tante lingue.

Si adesso me lo ricordo perchè mi piace viaggiare.

Un nuovo aeroporto, una nuova valigia.

Una storia d’amore con una nuova città.

La luna piena sopra le nostre teste, esattamente sopra il mare.

Fumo denso, dal sapore di mela e menta ci avvolge.

Luci di navi in lontananza.

La signora dell’appretto

Avete presente quelle cose pressoché immutabili?

Quelle poche certezze che ci sono rimaste nella vita a cui ci aggrappiamo?

Per me una di queste è la donna della famosa bombola di appretto, per esempio. Lei sta lì mummificata, credo più o meno dagli anni ’70, col ferro da stiro in mano la testa reclinata su un lato e un sorriso smagliante da supercasalinga.

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Comunque questo prodotto mia nonna lo ha sempre chiamato “merit’” come fosse una parola mozza di dialetto pugliese, non si sa bene perché, dato che lei era veneta. E questo odore di appretto è uno dei pochi odori che ricordo in modo netto e distinto della mia infanzia, dei miei pomeriggi insieme alla nonna, catalogato nella mia testa accanto all’ odore di lacca Elnett che lei si spruzzava quando uscivamo a fare la spesa, ma solo dopo essersi passata sulle guance la cipria che stava in una scatolina rosa e tonda dal profumo antico.

Mia nonna faceva la sarta e se non era davanti alla sua Singer a pedale faceva a maglia tutti i pomeriggi. Lei preparava il caffé e io mi sedevo sulle sue ginocchia e le ripetevo ogni santo giorno: “Lasciamene un goccio”. E cosi’ la mia nonna mi lasciava bere il fondo, bello denso e zuccheroso. Ecco, questi erano i nonni di una volta che davano il caffe’ ai nipoti di 5 anni. Se ci penso oggi, ci sono tante cose che mi lasciava fare e che col senno di poi mi hanno stupito, ma i nonni servono proprio a questo…

Poi quando facevo un po’ la monella, mi raccontava la leggenda del figlio di quelli che abitavano lì prima di noi, che gli era rimasta la testa incastrata tra le sbarre della ringhiera del balcone. O in altre versioni era caduto di sotto… non sapremo mai se era vero…

E seguendo un calendario di lavori di casa puntualissimo e inflessibile, si metteva a stirare sul tavolo della cucina, protetto da una spessa coperta di lana e da un lenzuolo bianco ingiallito. E spruzzava l’amido, e ogni tanto lo faceva spruzzare a me.

Quando vedo quella bombola sugli scaffali del supermercato mi viene una certa nostalgia, a volte mi viene la tentazione di comprarla, ma poi che ci faccio io che non stiro mai niente di niente? Al massimo posso usarla come deodorante per ambienti, chiudere gli occhi e fare finta di essere ancora bambina.

Una scelta di marketing singolare il fatto che abbiano voluto lasciarla sempre uguale da 30 anni. In fondo é cambiato Capitan Findus e si è dato una bella svecchiata, ed è cambiato anche il bambino Kinder… ma lei no.

Adesso che lavoro nel settore delle bombole aerosols l’ho ritrovata, la signora del Merito. E l’ho scoperta declinata in altre versioni, profumazioni, formati, sfondi e lingue straniere (Grecia, Francia, Israele, Turchia, Kuwait…)

Sempre lei.

Sempre uguale.

Tranne in un unico singolo caso.

L’Arabia Saudita.

Il paese in cui le donne non possono neanche guidare, ma evidentemente inamidare si.

Merito Arabia

Ecco che per un attimo vacillano le mie poche, ultime certezze.

In più ho letto che Beautiful, la soap opera più vista al mondo e che va avanti da 28 anni, si concluderà!

E’ forse questa la fine del mondo?!?!?!

Per approfondire: Qui il sito dell’agenzia grafica che ha curato il restyling del Merito.

Il posto dei ricordi

Banana Yoshimoto, una delle mie scrittrici del cuore, dice che lo scopo della vita é quello di accumulare bei ricordi. Non posso essere piú in sintonia con questa filosofia. Per me la memoria si attiva soprattutto nel movimento. Quando mi sposto, quando viaggio, lei si risveglia e prende vita. Ci sono certi gesti, volti, luoghi che ci si imprimono dentro perché sono routine, li incontriamo mille e mille volte che lasciano una impronta in noi, a lungo andare. E poi ci sono i ricordi di cose impreviste, inaspettate, sorprendenti. Cose che passano nel nostro animo una volta sola, attimi di bellezza fragile ma intensa. L’evanescenza misura allo stesso tempo la portata semantica di queste immagini. Per questo amo tanto viaggiare, perché appena parto mi immagino tutto, il tutto che può accadere. Abbraccio le variabili e l’infinito dipanarsi del possibile. So bene che la magia e gli imprevisti sono celati anche nei gesti che ripetiamo sempre uguali, nei nostri cammini giá calcati, nelle abitudini; eppure il viaggio mi sembra sempre il modo migliore per vivere a pieno questa filosofia dell’ accumulo dei ricordi. E non vedo l’ora di partire. Ogni santa volta.
Mi é capitato un paio di volte negli ultimi anni, da quando vivo in Svizzera, di prendere un treno da Udine verso Bologna. L’ho preso anche martedi scorso. E li mi é venuta una illuminazione. É vero che i ricordi accumulati vivono in noi, li ho sentiti risvegliarsi a uno a uno; a ogni fermata del treno mi veniva in mente qualcosa. Eppure é altrettanto vero che i ricordi continuano a vivere anche fuori di noi, di una vita loro, vivono nei luoghi, impregnano il terreno, diventano intrinsechi in certi posti, riposano sulle pachine, sui marciapiedi, lungo le strade, e a volte attendono il nostro ritorno, il nostro passaggio. Ho rivisto infinite me dal finestrino di quel treno: me che aspettavo ogni venerdi al binario 4, me che ripartivo le domeniche con l’interregionale delle 16.20, me che avevo freddo e odiavo il cambio a Mestre, me che studiavo, temevo, amavo…
E quelle immagini non venivano da me, venivano da tutti quei luoghi e si riflettevano in me, io che fungevo solo da tela per la proiezione di queste emozioni. Ho capito che i ricordi non mi appartenevano piú veramente perché vivevano di vita propria. Come se avessi lasciato pezzi di me, ma senza mai indebolirmi, solo impressioni, ombre. I posti dei ricordi sono come pellicole fotografiche esposte alla nostra luce.

“Lo scrivo di continuo, e non me ne stanco mai. Quando moriamo non possiamo portare niente con noi, né il denaro, né la casa, né l’auto, né la persona amata, né la nostra famiglia. Neanche i vestiti e gli anelli che abbiamo indosso possiamo portare. Quello che possiamo portare, invece, sono i ricordi, tanti sa non poterli tenere tutti. Sicuramente ci saranno anche brutti ricordi. Però forse quando moriamo, anche quelli si trasformano in bei ricordi. E, mi domando, accumulare bei ricordi, non è forse la sola cosa che possiamo fare nella vita?” Banana Yoshimoto da Un viaggio chiamato vita

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Immagine da http://www.ass-cult-irumoridellanima.com/2013/10/tra-i-ricordi-del-passato-angela-cantore.html?m=1