MEMORIA D’ ESTATE

Luglio interminabile. Poi Agosto. Pomeriggi caldissimi. Io che dopo mangiato, con indosso gli zoccoletti di legno, sprezzante del pericolo, passeggiavo sotto il sole a picco sugli scogli davanti casa, alla ricerca di conchiglie e altri tesori incastonati nella roccia con le mie cuginette. A volte, tornando a casa con qualche buco nei piedi perché gli zoccoli non sono proprio la calzatura pratica per stare in equilibrio sugli spuntoni di roccia, perdevamo l’equilibrio e il piede ci scivolava sulle punte acuminate, ma ci piaceva cosi.
Avevo un secchio pieno di conchiglie bellissime, casette di paguro o tipo abalone madreperla (orecchio di mare), pezzi di corallo e chiodi verdi ossidati dello sbarco degli americani… e poi un inverno ci hanno rubato tutto. Maledetti. E stato come mi avessero strappato dei ricordi, poco valore ma tanto significato.

Naso spellato perennemente, c’e una piccola area circoscritta tra le lentiggini sulla punta del mio nasino all’insù che regolarmente si ustionava, con la carne che bruciava per il sale quando mi tuffavo in acqua.

Le zie che passano la canna dell’acqua sul suolo polveroso lamentandosi della calura e dello scirocco che non dà tregua. Vicino al forno delle pizze, davanti al mare, teglie e teglie allineate, metri quadrati di pomodori secchi esposti al sole per poi essere invasati per l’inverno: conserva, salsa, e strattu (estratto o concentrato di pomodoro ciliegino).

I cani randagi riposavano all’ombra dietro le case. Ci passavamo accanto piano per non farli risvegliare guardavamo i silos alti vicino al porto: mi ha sempre inquietato quel posto abbandonato, ma ora non c’è più. Vive solo nelle nostre test, nelle nostre memorie. Entravamo nella casa di mezzo: una porta di legno sgangherata sul retro tra le nostre abitazioni, che usavamo tutti come cantina e deposito di cose. Entravamo sempre lì per provare quel brivido, sentire i topi correre via e vedere qualche ragno, qualche lucertola e quell’odore nitido di roba vecchia.

La 127 verde pino di mio nonno all’ombra del fico e della magnolia. La carbonella della nonna sulla veranda davanti casa dove sono stati arrostiti i pipi (peperoni lunghi rossi e verdi) prima di pranzo. Il cespuglio verde coi fiori fucsia dell’oleandro accanto alla cisterna dell’acqua.

La nonna


Ogni mattina arrivava il furgoncino bianco del pane, portava anche la brioche: mia sorella sempre crema, io sempre marmellata.

Al pomeriggio, quando il sole iniziava a indebolirsi, una volta alla settimana arrivava Natale con la sua lapa verde azzurro acqua e il raccolto della sua campagna.

Immagine ape car da pinterest

Natale aveva un cappello di paglia, una canotta, dei calzoncini e dei baffetti grigiobianchi. Non parlava tanto e comunque non lo capivo bene nel suo dialetto stretto perché gli mancavano dei denti. Ma era buono. Nella memoria ricordo nitido il suo collo sempre scurissimo, picchiato dal sole e segnato dal lavoro. Sulla nuca aveva delle pieghe diagonali che formavano dei rombi geometricamente perfetti, rughe solcate da anni di esposizione ai raggi solari senza protezione alcuna (del resto erano gli anni 70/80). Rughe oblique corrispondenti al movimento del collo che si gira a destra o sinistra e quindi perfettamente allineate in quei quadrilateri, mi hanno affascinato tantissimo da bambina. Non ho mai più visto un collo così.

Natale vendeva citrola (cetrioli), cetrangolo (cetriolo tortarello), la zucchina per la minestra (minestra di tenerumi con cucuzza) oltre naturalmente ai pomodori IGP DOC, le pesche, i meloni d’acqua (angurie), le cipolle, le patate, l’origano, e u putrusino (prezzemolo).

Ogni giorno, mentre quasi tutte le famiglie riposavano e facevano il sonnellino, noi piccole insonni ci scrivevamo a vicenda i diari già pronti per l’anno scolastico in vista o facevamo balletti, inventavamo coreografie o ci mettevamo sul dondolo e ci facevamo spingere dai cugini piccoli. Finché non veniva l’ora di andare di nuovo al mare.

Ci azzardavamo a sederci sulle vespe dei cugini fino a salire sulle moto grandi, coi cavalletti traballanti e facevamo finta di guidare con due o tre passeggeri a testa, finché loro per pietà non ci portavano davvero a fare un giro, senza casco, con indosso solo il costumino e il sedere che ci si appiccicava alla sella calda e nera, però era bello tenersi stretti e andare veloci, guardando il mare correre accanto.

Io sulla vespa


Fichi d’india e muretti bianchi bassi. Un mare di serre coltivate all’orizzonte che coi teli di plastica riflettenti il sole sembravano anche quelle onde sulle sponde collinari dell’entroterra. La salina secca brillante di cristalli in mezzo alle canne.

Di notte un cielo nero, che così nero l’ho ritrovato solo in mezzo a una farm australiana, dove però essendo un altro emisfero non ho riconosciuto nessuna stella. Invece in Sicilia d’estate le stelle erano sempre nello stesso posto e si poteva distinguere bene anche la via lattea con la sua scia biancastra. Quanti desideri ho espresso verso quel fazzoletto di notte sempre limpida.

Stavamo tutti insieme, una grande famiglia, tavolate lunghe per pranzi ferragostani interminabili. Partite a carte, solitari e narrazione di barzellette e storie della tradizione popolare, rigorosamente in dialetto. Mia sorella che si vergognava e non le interessava mai tanto imparare e io che invece pendevo dalle labbra della nonna e ripetevo tutto allenando inflessione e accento.

Questa è stata la mia infanzia, fatta di estati lunghe e tutte uguali, da quando sono nata a quando sono diventata adolescente, prima che lo studio, i morosi, gli impegni e poi il lavoro mi ostacolassero nei mei 2 immancabili mesi di vacanza in Sicilia.

Mi manca tanto.

 La ricette che potete provare:

http://www.ilgiornaledelcibo.it/ricetta/minestra-di-tinnirumi-minestra-di-tenerumi/

http://blog.giallozafferano.it/cannellaamorefantasia/peperoni-arrostiti-alla-siciliana/
Per approfondire sulle coltivazioni mediterranee ho scovato questa azienda sicula che si presenta molto bene:

https://www.ilgiardinodellemeraviglie.it/it/cetrioli-zucche-e-zucchine.html

Ricordi di melassa

Ho un vivido ricordo di quando si giocava all’aperto (prima dei Pokemon, sapete?!) e prima di ogni gioco si faceva una conta per sapere “a chi toccava” rincorrere, o star sotto, o cercare a nascondino… o andare a prendere il pallone nel giardino del vicino cattivo…
Un pomeriggio d’estate al mare giocavo con mia cugina di Roma e trovavo buffissimo e stranissimo che le conte che sapeva lei erano completamente diverse dalle mie, oppure forse almeno una in comune ce l’avevamo ma poi la sua aveva delle variazioni sul tema.

Ce n’era una che iniziava tipo con “Ponte Ponente Ponte Pi…”

E quella che faceva una cosa come “Anghinglé cicuté ramblé”, un misto di suoni e consonanti a caso…

E ancora un’altra di una macchinina rossa in cui si diceva un numero e poi si contava fino a far uscire la persona a cui capitava la cifra indicata.

E poi mi ricordo che continuavo a immaginarmi delle civette appollaiate sul comò marrone che sta a casa di mia nonna, nella camera degli ospiti. E pur senza capire cosa, sapevo che c’era qualcosa di perverso e piuttosto strano in quella canzoncina.

Voi ve le ricordate le filastrocche delle conte?

La parola “conta” mi fa venire in mente serate estive in cui potevo stare fuori fino alle 22 davanti casa esenza allontanarmi.

Se chiudo gli occhi so che posso andare lontano. Posso ricordarmi di un momento o un posto in cui sono stata e se mi concentro bene vedo alcuni dettagli, sento i suoni, i profumi. Sento i grilli e vedo le lucciole di quelle sere estive.

A volte quando mi manca tanto una “cosa” tipo i miei nonni, li penso tanto intensamente, e affiorano come dalla superficie dell’acqua le sensazioni. E’ un piacere doloroso o un dolore piacevole, dipende dai punti di vista.

Eppure ho fatto questa riflessione quando di recente sono stata a Padova (dopo che non ci andavo da taaaaanto tempo – la citta che mi è stata casa durante anni universitari). E poi camminando verso il centro e inizando a riconoscere i nomi delle vie e dei posti, mi sono emozionata al punto di piangere. 

Perche i posti raccontano storie. A ogni angolo emerge una voce che mi racconta qualcosa. E il cuore ha una breve frizione. La sola presenza fisica del mio corpo in un luogo geografico è così evocativamente potente.

Con la mente soltanto non ci arrivo. Viaggiando con la mente resta sempre un po di nebbia, come in un sogno.

E mi chiedevo se solo le persone che sono partite, hanno vissuto in un altro luogo e poi sono andate via, quando ci tornano possano sentire questa emozione. Se uno non parte mai come fa a sentire anche qualcosa di lontanamente vicino a questo… La sensazione di tornare in un posto che hai chiamato casa.

Questa è la ricchezza. La densità di tutte le emozioni che ho vissuto, in uno spazio, in un certo tempo.

Un’emozione spessa, densa e appiccicosa come di melassa.

Turchia

Camion con le tendine di pizzo.

Campi di girasole.

Non riesco a smettere di sorridere guardando il mondo da questo finestrino, il mio autista non parla inglese nè tantomeno io il turco, eppure abbiamo comunicato.

Palazzi in costruzione.

“Siamo in Turchia” dice buttanto il mozzicone dal finestrino (qui si fa cosi).

In questo preciso istante so perchè adoro viaggiare.

La stessa sensazione che si prova quando fai un tiro di sigaretta dopo molto tempo, ti fa girare la testa, un pochino.

L’energia che entra nei miei occhi ad ogni incontro con una cosa nuova.

Pensare in un modo diverso, e che le cose si fanno anche in un modo diverso.

Un tramonto.

Il mare alla fine di una strada in discesa.

Se ci pensi questo in fondo é lo stesso mare, solo da un lato diverso.

Un matrimonio con 500 invitati.

Eppure la sensazione di festa ha lo stesso sapore in ogni posto, celebrata con ogni ballo, pronunciata in un SI declinato in tante lingue.

Si adesso me lo ricordo perchè mi piace viaggiare.

Un nuovo aeroporto, una nuova valigia.

Una storia d’amore con una nuova città.

La luna piena sopra le nostre teste, esattamente sopra il mare.

Fumo denso, dal sapore di mela e menta ci avvolge.

Luci di navi in lontananza.

La signora dell’appretto

Avete presente quelle cose pressoché immutabili?

Quelle poche certezze che ci sono rimaste nella vita a cui ci aggrappiamo?

Per me una di queste è la donna della famosa bombola di appretto, per esempio. Lei sta lì mummificata, credo più o meno dagli anni ’70, col ferro da stiro in mano la testa reclinata su un lato e un sorriso smagliante da supercasalinga.

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Comunque questo prodotto mia nonna lo ha sempre chiamato “merit’” come fosse una parola mozza di dialetto pugliese, non si sa bene perché, dato che lei era veneta. E questo odore di appretto è uno dei pochi odori che ricordo in modo netto e distinto della mia infanzia, dei miei pomeriggi insieme alla nonna, catalogato nella mia testa accanto all’ odore di lacca Elnett che lei si spruzzava quando uscivamo a fare la spesa, ma solo dopo essersi passata sulle guance la cipria che stava in una scatolina rosa e tonda dal profumo antico.

Mia nonna faceva la sarta e se non era davanti alla sua Singer a pedale faceva a maglia tutti i pomeriggi. Lei preparava il caffé e io mi sedevo sulle sue ginocchia e le ripetevo ogni santo giorno: “Lasciamene un goccio”. E cosi’ la mia nonna mi lasciava bere il fondo, bello denso e zuccheroso. Ecco, questi erano i nonni di una volta che davano il caffe’ ai nipoti di 5 anni. Se ci penso oggi, ci sono tante cose che mi lasciava fare e che col senno di poi mi hanno stupito, ma i nonni servono proprio a questo…

Poi quando facevo un po’ la monella, mi raccontava la leggenda del figlio di quelli che abitavano lì prima di noi, che gli era rimasta la testa incastrata tra le sbarre della ringhiera del balcone. O in altre versioni era caduto di sotto… non sapremo mai se era vero…

E seguendo un calendario di lavori di casa puntualissimo e inflessibile, si metteva a stirare sul tavolo della cucina, protetto da una spessa coperta di lana e da un lenzuolo bianco ingiallito. E spruzzava l’amido, e ogni tanto lo faceva spruzzare a me.

Quando vedo quella bombola sugli scaffali del supermercato mi viene una certa nostalgia, a volte mi viene la tentazione di comprarla, ma poi che ci faccio io che non stiro mai niente di niente? Al massimo posso usarla come deodorante per ambienti, chiudere gli occhi e fare finta di essere ancora bambina.

Una scelta di marketing singolare il fatto che abbiano voluto lasciarla sempre uguale da 30 anni. In fondo é cambiato Capitan Findus e si è dato una bella svecchiata, ed è cambiato anche il bambino Kinder… ma lei no.

Adesso che lavoro nel settore delle bombole aerosols l’ho ritrovata, la signora del Merito. E l’ho scoperta declinata in altre versioni, profumazioni, formati, sfondi e lingue straniere (Grecia, Francia, Israele, Turchia, Kuwait…)

Sempre lei.

Sempre uguale.

Tranne in un unico singolo caso.

L’Arabia Saudita.

Il paese in cui le donne non possono neanche guidare, ma evidentemente inamidare si.

Merito Arabia

Ecco che per un attimo vacillano le mie poche, ultime certezze.

In più ho letto che Beautiful, la soap opera più vista al mondo e che va avanti da 28 anni, si concluderà!

E’ forse questa la fine del mondo?!?!?!

Per approfondire: Qui il sito dell’agenzia grafica che ha curato il restyling del Merito.

Il posto dei ricordi

Banana Yoshimoto, una delle mie scrittrici del cuore, dice che lo scopo della vita é quello di accumulare bei ricordi. Non posso essere piú in sintonia con questa filosofia. Per me la memoria si attiva soprattutto nel movimento. Quando mi sposto, quando viaggio, lei si risveglia e prende vita. Ci sono certi gesti, volti, luoghi che ci si imprimono dentro perché sono routine, li incontriamo mille e mille volte che lasciano una impronta in noi, a lungo andare. E poi ci sono i ricordi di cose impreviste, inaspettate, sorprendenti. Cose che passano nel nostro animo una volta sola, attimi di bellezza fragile ma intensa. L’evanescenza misura allo stesso tempo la portata semantica di queste immagini. Per questo amo tanto viaggiare, perché appena parto mi immagino tutto, il tutto che può accadere. Abbraccio le variabili e l’infinito dipanarsi del possibile. So bene che la magia e gli imprevisti sono celati anche nei gesti che ripetiamo sempre uguali, nei nostri cammini giá calcati, nelle abitudini; eppure il viaggio mi sembra sempre il modo migliore per vivere a pieno questa filosofia dell’ accumulo dei ricordi. E non vedo l’ora di partire. Ogni santa volta.
Mi é capitato un paio di volte negli ultimi anni, da quando vivo in Svizzera, di prendere un treno da Udine verso Bologna. L’ho preso anche martedi scorso. E li mi é venuta una illuminazione. É vero che i ricordi accumulati vivono in noi, li ho sentiti risvegliarsi a uno a uno; a ogni fermata del treno mi veniva in mente qualcosa. Eppure é altrettanto vero che i ricordi continuano a vivere anche fuori di noi, di una vita loro, vivono nei luoghi, impregnano il terreno, diventano intrinsechi in certi posti, riposano sulle pachine, sui marciapiedi, lungo le strade, e a volte attendono il nostro ritorno, il nostro passaggio. Ho rivisto infinite me dal finestrino di quel treno: me che aspettavo ogni venerdi al binario 4, me che ripartivo le domeniche con l’interregionale delle 16.20, me che avevo freddo e odiavo il cambio a Mestre, me che studiavo, temevo, amavo…
E quelle immagini non venivano da me, venivano da tutti quei luoghi e si riflettevano in me, io che fungevo solo da tela per la proiezione di queste emozioni. Ho capito che i ricordi non mi appartenevano piú veramente perché vivevano di vita propria. Come se avessi lasciato pezzi di me, ma senza mai indebolirmi, solo impressioni, ombre. I posti dei ricordi sono come pellicole fotografiche esposte alla nostra luce.

“Lo scrivo di continuo, e non me ne stanco mai. Quando moriamo non possiamo portare niente con noi, né il denaro, né la casa, né l’auto, né la persona amata, né la nostra famiglia. Neanche i vestiti e gli anelli che abbiamo indosso possiamo portare. Quello che possiamo portare, invece, sono i ricordi, tanti sa non poterli tenere tutti. Sicuramente ci saranno anche brutti ricordi. Però forse quando moriamo, anche quelli si trasformano in bei ricordi. E, mi domando, accumulare bei ricordi, non è forse la sola cosa che possiamo fare nella vita?” Banana Yoshimoto da Un viaggio chiamato vita

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Immagine da http://www.ass-cult-irumoridellanima.com/2013/10/tra-i-ricordi-del-passato-angela-cantore.html?m=1

prendersi tempo – un lusso per pochi

A volte mi chiedo perché sono qui e mi viene in mente solo la sensazione della scioglievolezza della cioccolata…

Vi pare abbastanza? Ok, scherzavo. Non è del tutto vero.

Stavo pensando a quale grande dono sia nella vita la possibilita di poter prendere del tempo, cioe di abituarsi alle cose, familiarizzare con i cambiamenti.

Forse lo penso perche se guardo indietro, ho dovuto fare i conti con degli eventi traumatici improvvisi, mi e mancata questa chance e ho detto a me stessa: “Ah se solo avessi avuto il tempo di…”

Per esempio quando sei bambina e tuo padre da un giorno all’altro non lo vedi piu’; ma anche se qualcuno ti ha detto che quella è la morte, tu non hai nessuna idea di cosa significhi…

O quando finisce una storia e non sai perché e ti ritrovi a cercare casa e cominciare tutto da capo, ma ancora senti il tepore di quell’altro corpo che non c’è piu’, li’ accanto nel letto…

Oppure quando ti dicono che fanno una fusione e che non si sa se avrai ancora un lavoro domani…

E poi le cose in qualche modo rullano spianando impietosamente tutto, anche macigni di sentimenti che pareva impossibile smuovere.

Ecco perchè si dice che il tempo è un lusso. E crescendo ho anche capito che chi ti dona il suo tempo ti dona veramente molto.

Siccome io mi ritengo fondamentalmente una persona nostalgica, ma soprattutto “struggente” come un poeta romantico, mi piace affondare nei ricordi o meglio nell’intensita di certi momenti significativi, perché sono convinta che cosi’ facendo non li lascero’ andare, in qualche modo potro’ amplificare il loro eco nella mia memoria.

Non mi piace lasciar andare le cose tanto facilemte, amo i cambiamenti ma coi miei tempi, ecco.

Sono cresciuta con una vita normale e qualche complesso come tutti, ho dimenticato di aver sofferto, o mi sono illusa sia cosi’…. e poi quest’estate ho accettato un altro lavoro.

Spaventa sempre tutto, ma poi in qualche modo si fa. Io odio le persone che stanno ferme e si lamentano, e non cambiano niente. Percio’ almeno in quelle scelte dove vi potete prendere la libertà e lo spazio di decidere, cazzo, abbiate coraggio.

Eppure è difficile a volte prendere decisioni sulla propria vita; io lo sento il tempo che passa, le variabili che via via consideri oggi e ieri avresti ignorato. Quel po’ di sale in zucca che ti è venuto ti dice che bisogna pensare strategicamente, con prospettive di lungo periodo.

E adesso non so se restero’ qui o no, non sono ancora satura, anche se ultimamente sempre piu’ spesso sento che io e la Svizzera abbiamo una relazione tormentata, di quelle da metterci l’etichetta “it’s complicated” su facebook.

Non ci capiamo, siamo diverse, eppure stiamo insieme…

prospettiva

La misura del dolore

Ho letto da qualche parte che le persone coi capelli rossi tendono a sanguinare molto piu’ degli altri e hanno anche una soglia del dolore piu’ bassa perche hanno una vascolarità piú sviluppata e piú terminazioni nervose (tra parentesi si avvicina il RedHeadDay di Breda, vi faro’ sapere…).
Io ogni tanto -tra le due milioni di domande che faccio a me stessa al giorno- mi chiedo anche quanto soffro, quanto sono in grado di sopportare. Premesso che essendo anche un Ariete super testardo se mi devo mettere in competizione con qualcuno mi so spingere molto in la’ pur di averla vinta, tipo che se facciamo a gara di pizzicotti manco morta che cedo per prima. Ma quando siamo io e io, tra me e me, fino a dove sopporto?
Se vediamo qualcuno che va avanti nelle difficolta’ o nella malattia stoicamente, pensiamo alla forza, cioè viene da sè: chi sopporta il dolore è forte. Il dolore fortifica (non uccide, grazie Nietzche). Io penso di essere forte, e soprattutto voglio
essere forte e voglio che gli altri riconoscano che è cosi’.
Sapete che scientificamente il dolore non è misurabile? Sono stati fatti moltissimi test e si è anche cercato di stabilire una specie di scala la cui unità di misura è chiamata “Dol”. Ma non ci sono abbastanza prove scientifiche. Perchè il dolore è una espeienza assolutamente personale. Il dolore è dato tecnicamente da una stimolazione nervosa al cervello, ma in questo processo concorrono cosi’ tanti altri fattori psicologici e ambientali che è troppo complesso da misurare. Soprattutto quello a cui penso spesso è che la vera misura del dolore è data in gran parte dalle precedenti esperienze, ovvero dalla paura del sentire qualcosa che si conosce già come negativo. La paura dovrebbe proteggerci e farci sopravvivere per vederla in senso darwiniano stretto. Come uno che si brucia col fuoco una volta, all avvicinarsi delle fiamme, una seconda volta le eviterà. Normalmente le persone che hanno avuto un brutto incidente -per esempio in moto- anche se non era colpa loro, una volta realizzata la pericolosità, immagazzinata l’ esperienza, lo shock e le pene patite, smettono di andare in moto. Ovvio che poi al mondo ci sono come sempre le eccezioni, persone che per “sprezzo del pericolo” -si dice- continuano a ripetere sempre quelle cosa anche se li ha già feriti, nell’intento di raggiungere un obiettivo, una performance, un’idea.
E quindi veniamo al dunque. L’unica via che vedo per salvare l’amore è quella di comportarsi incoscientemente, come i secondi soggetti che ho descritto. Solo che il vero motore che i piu’ non capiscono, non è tanto lo “sprezzo” -cioè la non curanza del pericolo, ma la consapevolezza che non esiste alternativa. Che il dolore è l’unica esperienza davvero irrununciabile e che esso stesso è linfa vitale dell’amore. Se nella reale vita di tutti i giorni uno cerca di evitare di andare a sbattere contro i muri o di schiacciarsi il dito nella portiera, nella vita sentimentale tutto cio’ è assurdo. Non si puo’ evitare, non ci si puo’ rifiutare. Non ci si puo’ proteggere. Pertanto il dolore non puo’ tramutarsi in paura, ma deve farlo in forza.
Io generalemente sono una un po’ cauta e soprattutto tendo a star male non tanto per il fatto in sè che mi accade one-off, ma per una cosa che riconosco e so che sta per arrivare: tipo quando ti rendi conto che per l’ennesima volta stai per farti male nello stesso identico punto, ecco quella volta li’ ennesima a me fa molto piu’ male di tutte le altre prima. E in generale rifuggo dal ripetere certe esperienze.
Poi pero’ stavo rileggendo per caso (ma anche perchè io sono un’incurabile nostalgica) una vecchia lettera del mio ex e guarda un po’: fa di nuovo male. Uno dice: “ma è cosi’ tanto tempo fa…”, eppure parola per parola tutto torna presente, l’esperienza prende vita di nuovo. Solo per me. Allora sono andata piu’ indietro ancora coi ricordi, e anche quell’altro faceva male (tanto per testimoniare a me stessa che non era l’idea di quella persona in particolare, ma l’amarezza del vissuto in sè). Mi sono stupita che faccia male una cosa di cui non ci ricordiamo neanche piu’ il motivo, dopo che è passato cosi’ tanto tempo e non so nenache piu’ spiegare il perchè e il per come ando’ cosi’, eppure brucia. Brucia il ricordo di aver sofferto, il solco tracciato delle lacrime di allora, risentire quella persona che ero. Brucia il solo sapere di esser stati male, anche se le regioni non importano piu’. E cosi’ andiamo avanti con questo bagaglio, questa memoria dello struggimento (come gli amputati che sentono male all’arto inesistente), eppure vogliamo amare ancora.
Una vocina dentro di me protestava: “Ma chi me lo fa fare?” Sto cosi’ bene adesso, protetta e tranquilla. In equilibrio. Lontana dal rischio e senza ebbrezza, senza espormi alle intemperie dell’animo e pertanto senza neppure gioire delle sue alte vette…
Per alleggerire un po vi segnalo questo simpatico video-dilemma.