TATUAMI ANCORA

Loro dicono: “Io Fedez non lo posso vedere, sembra senza collo, e poi con tutti quei disegni a caso… ti immagini quando sei vecchio con tutta la pelle cadente?”.

Queste sono le argomentazioni della lobby bacchettona delle mie colleghe anti-tatuaggio.

Pochi giorni dopo io arrivo in ufficio malcelando il sesto che ho appena fatto. Discreto, ma visibile. Me lo sono chiesto diverse volte se i tatuaggi mi avrebbero compromesso. Ma il mio lavoro lo so fare e quindi ritengo che non debba essere un problema dell’azienda. Al pari del come ti vesti, io credo, uno si deve rendere conto del contesto in cui si trova, modularsi, ma non deve essere obbligato a snaturarsi se questo non c’entra con il suo lavoro. Ora il punto è in quale punto preciso l’immagine smette di centrare con il lavoro che si fa? Prendete la new wave dei cuochi hipster (io Rubio lo adoro!).

Sembra che essere tatuati sia un must, ora vi chiedo: a qualcuno frega qualcosa se il piatto che mangiate è buono ed è stato fatto da braccia tatuate? Per me anche l’assicuratore o l’agente immobiliare dovrebbero essere liberi di lavorare anche se tatuati.

Alle argomentazioni sull’età io rispondo: “Ma guarda che se sei vecchio la pelle cadente ce l’hai lo stesso con o senza scritte. Se sei vecchio, sei vecchio lo stesso e basta; oppure all’inverso non è che sembri meno vecchio senza tatuaggi.”

Più che altro possiamo parlare del senso estetico se volete. Quello sì. Se ti sei fatto un disegno brutto o fatto male allora mi dispiace per te che ti sei imbruttito, ma che tu abbia un tatuaggio o no non fa differenza sull’invecchiamento. Se è brutto, è brutto da giovane e da vecchio.

Siete comunque convinti che i tatuaggi sono roba da giovani?! Ma questo lo pensate solo perché quelli che hanno i tatuaggi adesso non sono ancora vecchi abbastanza, ma ci stanno arrivando.

Prendi un J-AX che oggi ha 45anni. (E dico lui perchè per me è uno dei primi artisti che associato al concetto di “molto tatuato”) A me pare che porti benissimo sia l’età che i suoi tatuaggi. Quando questi personaggi saranno vecchi e molti vecchi avranno i tatuaggi intorno a voi allora nella vostra testa sarà finalmente una normalità vedere dei vecchi tatuati, è questione di tempo e di generazioni. Tutto qua.

Come le donne che guidano o che votano, che lavorano… sembrava una cosa strana no???

Ti immagini se invece sbiadissero con l’età? Un domani non sarebbe più lui ma un vecchietto qualsiasi. Invece lui è e rimane J-AX anche da vecchio. E questo non è un esempio che vale solo per gli estremi o le rockstar, vale anche per noi povere persone normali. E’ un assunto filosofico: io sono così e sono così perché nel mio cammino ho fatto un percorso che mi ha plasmato, sono caduta e mi sono rialzata, ho sofferto e ho fatto esperienze. Sono cicatrici. Dentro o fuori che siano non importa. Per esempio io ho uno squarcio sul ginocchio che aveva bisogno di punti che nessuno mi ha fatto mettere. E quando sarò vecchia lo squarcio sarà sempre lì. Mi starà male? L’unica differenza che ci vedo sta nella volontarietà dell’atto, ve lo concedo.

A questo proposito vi ricordo che il tatuaggio ha una origine antichissima e profonda. Che dietro la vanità dei nostri tempi e la superficialità che magari vi evoca un corpo alla Giancluca Vacchi, ci sono storie e credenze. Ok, è diventato popolare, è diventato comune, ma è un fatto che quando le cose diventano di/per tutti perdono il loro fascino mistico. Però il senso rimane.

Il tatuaggio è catartico, perché quando soffri in certi momenti della vita senti il bisogno di farti del male, di lasciare un segno, perché poi sai che guarirai e insieme a quella cicatrice nuova ti porterai dietro un pezzo della tua storia.

Loro dicono anche che negli inchiostri ci sono dei metalli e che le micro particelle di queste sostanze poi viaggiano nel corpo e ci fanno ammalare. Non ho mai visto uno studio che provi esistono dei tumori derivati direttamente da questo. Così come ancora non sappiamo bene se le sigarette elettroniche fanno meno male. Eppure, nel dubbio, i vizi ce li avete tutti lo stesso. Vi ricordo che fumate e bevete e mangiate cose che vi intoppano le arterie ogni giorno. Ogni giorno assumete atteggiamenti “a rischio” pensando che tanto di qualcosa si dovrà pure morire. Qualche vizio bisogna averlo. Esattamente lo stesso. Ho fatto una scelta consapevole e mi sono messa dell’inchiostro nella pelle, a lungo andare e per quanto vivrò mi capiterà di a volte di esagerare col bere o di non fare mai abbastanza esercizio. Che cosa mi ucciderà in definitiva non mi interessa; sarà una di queste cose oppure saranno queste cose tutte insieme o una che non c’entra nulla come un aereo che crolla. Tatuaggi o no vi ricordo che si muore lo stesso.

Né più e né meno, sono i piccoli gesti che facciamo che comportano sempre delle scelte e che possono metterci a rischio di qualcosa. Tatuarsi non è proprio come fare uno sport estremo tipo buttarsi con la tuta alare; li sì che mi prendo un bel rischio. Eppure, santissimo il cielo e tutto il firmamento, lasciateci in pace, e che ognuno viva come cavolo gli và.

Se sarò mai una nonna, sarò una nonna scarabocchiata.

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FUROSHIKI

Eccomi di nuovo a dilungarmi sull’Asia. Perdonatemi ma non posso proprio farne a meno.

Ma quanta poesia c’è in Giappone???

Infatti torno a parlarne per un’altra usanza secondo me bellissima.

L’arte di avvolgere vari oggetti piegando un foulard -tradizionalmente quadrato e chiamato furoshiki appunto- per il trasporto dei vestiti, del pranzo nel classico bentō o di un dono (in questo caso la stoffa si predilige di seta o comunque pregiata). Le stampe di queste stoffe sono coloratissime, con vari disegni e hanno anche una simbologia particolare.

Di questi fagottini elegantemente piegati e annodati ce ne sono davvero di bellissimi!


Mi fa pensare a una certa distinta delicatezza che i giapponesi hanno come fosse una loro marcia in più. Un ingrediente segreto che è rappresentato dalla cura che loro mettono nelle cose e in certi dettagli.

Io non so fare bene i pacchetti dei regali, anche perché lo trovo inconsciamente inutile e quindi non ci ho mai messo impegno a imparare bene. La mia è una visione “utilitaristica”: siccome poi il regalo lo scarti e lo usi il pacchetto è di per se una cosa che va gettata e quindi non merita molta attenzione. In questo forse dovrei decisamente essere un po’ più aggraziatamente giapponese…

Quanta ritualità tradotta in gesti semplici eppure così sacri mi meraviglia, adoro questo loro modo di mantenere vivi e far sopravvivere queste tradizioni antiche all’interno del loro stile di vita modernissimo e frenetico.

L’attenzione per l’ambiente e la sensibilità per l’ecologia ha portato il governo nel 2006 a promuovere una campagna per rinnovare l’uso di questa tecnica di trasporto distribuendo uno speciale furoshiki “green” stampato e ricavato da bottiglie PET riciclate. Questo speciale versione è stata chiamata mottainai furoshiki, e qui riemerge tutta la poesia nipponica, infatti mottainai significa il dispiacere per qualcosa che diventa un rifiuto senza averne sfruttato pienamente le potenzialità.

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Sembra che questo “fazzoletto” fosse nato proprio per raccogliere gli indumenti quando i giapponesi iniziavano a frequentare i bagni pubblici (Onsen e Sento) e quindi evitavano in questo modo che gli abiti fossero confusi con altri o persi. Un rituale (quello del bagno e della purificazione) che conduce all’altro.

Il Giappone ha una cultura ricchissima e affascinante come poche: penso alla cerimonia del tè dove un gesto che sembra così banale per noi occidentali superficiali assume rilevanza di pratica spirituale zen e di massima espressione estetica attraverso i fiori (Ikebana) e la disposizione degli oggetti (braciere, ciotole, strumenti ecc.); poi penso ai templi e ai santuari, ai samurai, alla fioritura dei ciliegi (Sakura)… ne avremmo di cose di cui parlare…

C’è in Giappone una spiritualità ineguagliabile che non ho (ancora) trovato altrove.

https://it.wikipedia.org/wiki/Furoshiki

http://www.giapponeinitalia.org/furoshiki-cento-usi-di-un-quadrato-di-stoffa-2/

http://furoshiki.com/techniques

la ferita sempre aperta

C’era una volta una mia amica che in una sera di luglio 2013 scendeva dall’autobus e tornava a casa piedi. Faceva caldo e lei indossava una gonna. Ma la mia amica è una persona molto semplice, che non mette molto trucco, una ragazza minuta e carina. Si sente seguita, sente dei passi e uno sguardo starle addosso. Poi sente anche una voce insultarla, sente varie frasi rivolte a lei, si sente dire di essere una poco di buono, una sporca, che quelle come lei vanno punite, perche’ le donne provocano -perche’ ha la gonna- ma soprattutto perche’ le donne tra le gambe hanno una ferita sempre aperta. Quelle cosi’, al paese di questo qui, vengono sistemate per bene affinchè imparino la lezione…

La mia amica pero’ é coraggiosa, gli risponde un po’ urlando che “Qui siamo in italia, non nel suo paese. E che qui le donne sono libere, lavorano e se vogliono farsi una passeggiata la sera possono farlo. Gli ha detto che se non gli andava bene questa cultura poteva tornare a casa sua e non stare qui a imporre le sue idee da troglodito. ”

Non vi diro’ il paese perché non é importante, eppure é un paese che amo e fa male da sapere, quindi non voglio influenzarvi. Io che sono una persona molto razionale, mi dico ma questo ragionamento non sta in piedi, questa è pura ignoranza. E’ che mi sto scervellando per capire quale sia la lezione che ci meritiamo.  Ma soprattutto perchè ce la dovremmo meritare dato che siamo nate cosi’, cosi’ ci hanno create, come possiamo essere colpevoli della natura? Ma soprattutto come mai il solo fatto di essere fisiologicamente di forma femminile dovrebbe disturbare tanto qualcuno da fargli desiderare di esercitare violenza su di noi. Perchè mai esistono popoli, o gruppi o culture di questo tipo? Mi chiedo come è cresciuto questo uomo? Aveva un padre che un giorno gli ha detto: “ascolta, le donne hano il ciclo, per questo sono sporche e le devi punire?”. E’ cosi’ che viene fatta l’educazione sessuale? Come viene trasmessa una idea del genere? come viene impartita, come viene insegnata/ereditata una aberrazione del genere?  symbol

Io sono una persona estremamente cauta nel dare giudizi, estremamente corretta quando si parla di razze, razzismo, xenophobia… persino quando si parla di femminismo. Per me il femminismo -come forma di lotta estrema- ha senso quando ci sono condizioni estreme, ma generalemtne vivendo in una società civile moderatamente avanzata, non trovo il bisogno di estremizzare. Finchè non sento certe cose ovviamente… Eppure è vero non ci si puo’ nascondere dietro la paura di sembrare razzisti e minimizzare, non si puo’ non denunciare, non si puo’ non ammettere che questo pensiero di inferiorità delle donne é troppo diffuso in molte zone del mondo.  Che la religione (per prima quella di casa nostra!!!) o quello che si ritiene “pratica religiosa” abbiano spesso infossato e fomentato queste convinzioni. Eppure questo è un ragazzo apparentemente ben integrato, che vive e lavora da tanti anni nel mio paese. Di ragazze libere ne avrà viste tante, si sarà reso conto che qui funziona diversamente, eppure non si è convinto… eppure sente ancora rabbia, impeto aggressivo, disprezzo.

Che ottusità, senza quella ferita che non si rimargina mai non si genererebbe nessuna vita su questo pianeta. Mi pare piu’ che altro meglio descritta come una fonte inesaurabile, come una sorgente di energia cosmica. La vera ferita è questo pensiero, questo sentimento, che qualcuno voglia farmi sentire in colpa e allo stesso tempo provare paura per come sono fatta, la vera ferita è che esistano pensieri del genere. Questa si, la ferita nel mio orgoglio per tutte le donne del mondo, fino a quando la dignità di una donna o di una bambina verrà lesa, offesa, calpestata da qualche parte, questa è e resterà in eterno una ferita sempre aperta… femminismo