OVERDUE

…Sembra un concetto poco scientifico, un’idea astratta, una cosa detta per dire, un argomento per un articolo di TU STYLE, un cliché a cui molto uomini non credono per niente e neanche alcune donne (che la ritengono una bufala finché non lo provano sulla loro pelle)…

Neanche io ci credevo tanto… finché un giorno così all’improvviso, ti mettono in braccio un bambino, un figlio di una cara amica o una nipotina -come nel mio caso- e lo senti montare dalle viscere come una peperonata mal digerita, un effetto caldo, come un bruciore di stomaco, avvolgente come una vampata ormonale: eccolo lì, si materializza L’ISTINTO MATERNO.

Quando ho preso in braccio la mia seconda nipotina per la prima volta ho capito cos’era. Non basta vedere un bambino carino e simpatico, bisogna proprio averlo tra le mani. Con la prima non mi era successo, certo mi faceva tenerezza, ma non mi è venuta la chiara sensazione che un esserino come quello potrebbe un giorno essere il mio, forse perché ero più giovane ed ero ancora in una fase della vita più instabile. Questa volta è come se nel mio cervello fosse comparso un maxischermo con le scritte pubblicitarie scorrevoli e luminose, a caratteri giganti correva intermittente: “ATTENZIONE! SEI UNA MADRE “IN POTENZA” – APPLICATIVO MADRE CHARGING: 70% COMPLETED…”

Mi ha colto alla sprovvista una sensazione di fragilità emotiva impastata con la tenerezza più mielosa, un senso filosofico del tutto misto al realismo della caducità del presente, un impeto di protezione assoluta da mamma supereroe e/o da pubblicità di dentifricio Total 24hsu24, interrotto nel momento clou da un pianto acustico in dolby surround che rende isterici dopo 10 secondi. Il volume sonoro dei bambini neonati che piangono è abbastanza inquietante. La natura ha pensato bene di farlo così per smuoverti da qualsiasi cosa tu stia facendo e accorrere con urgenza per placarlo. E’ un suono che mette a disagio. Che quando sei in aereo ti volti a capire da dove provenga quando sai benissimo che è solo un bambino, ma devi comunque sincerartene con gli occhi.

Poi ho pianto per tre giorni (non consecutivamente ma a intervalli, un po’ senza un apparente motivo, mi commuovevo a ripetizione) e mi sono interrogata sul senso della vita e non riuscivo a smettere di immaginarmi come deve essere diventare genitore.

E’ in questi precisi momenti che allora capisci il senso della parola overdue. Al lavoro è una parola che sentiamo spesso quando i clienti non pagano in tempo. Ma ben altro è sentirsi overdue come essere umano. Come donna. overdue

Adesso mi è passato, per ora. Non so dire con certezza se nel mio futuro ci saranno dei figli, me lo immagino per curiosità, ma non ne sono completamente sicura. Del resto viviamo in una società in cui i tempi sociali sono ormai molto sfasati rispetto ai tempi naturali. Si può fare un figlio a 40 anni, anche se non è ideale. Perciò mi illudo di avere ancora tempo. Ma forse ora capisco cosa significa quando senti parlare di questa urgenza del corpo. Capisco le donne che sospirano ripetendosi: “Siamo oltre la scadenza, siamo in ritardo.”

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(Wordreference.com)

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Convalescenza

Ciao, sono giunta agli sgoccioli della mia convalescenza postoperatoria (che dovrebbe aver risolto la mia sinusite cronica – il dottore dice: sentirai per un po’ una sensazione di apertura finche la mucosa non si adatta… più che altro io sento uno sfondamento, come se avessi delle autostrade tedesche a 6 corsie nelle vie respiratorie dopo 20 anni di trazzere. Si, se ve lo state chiedendo, ha fatto male, molto male, come se mi avessero preso a pugni in faccia per giorni, però adesso è passato.).

Avendo a disposizione due settimane ho letto due libri e guardato almeno 20 film, ho fatto il pane, le tagliatelle, creato una nuova playlist su ITunes e pensato molto.

Tra cui le seguenti cose.

Mi fa sorridere che per mia sorella la mia condizione di “essere single” sia ormai come una legge immutabile e si dà per scontato che non cambierà più. Senza speranza. Perchè non mi chiede mai se ci sono delle novità. E’ come un morto in famiglia di cui non parliamo per tabù. Certo, d’altro canto, meglio dell’asfissia delle zie siciliane che come nel Padrino mi guardano a lungo e poi sussurranno “ancora nente?”, alzando il mento. Io rispondo con lo schiocco siculo del palato che fa un suono tipo “ntzz” e vuole dire no. Poi loro aggiungano che pregano per me e io mi sento molto sollevata.

Mi meraviglia e mi affascina la logica ferrea dei bambini perchè mia nipote continuava a chiedermi cosa mi ero fatta non capendo perche uno dovrebbe andare di sua spontanea volontà all’ospedale se non si è fatto male prima. E quindi ha raccontato a tutti che ero caduta dalla biciletta e mi ero fatta male al naso.

E’ tremendamente vero che quando sparisci dalla faccia della terra (e cioè in realtà da facebook e whatsup e instagram per giorni consecutivi) si fanno vive le persone che ti vogliono davvero bene. E così volenti o non volenti si fa un piccolo check delle proprie relazioni.

La mamma è sempre la mamma. Per questo sono venuta a casa sua invece di stare da sola nel mio appartamento. Perche così lei ha avuto qualche buon motivo è ha potuto sbuffare un po’, farmi il letto, cucinare, e poi farmi staccare e rimettere tutte le tende e infine fare da manichino per le sue creazioni sartoriali.

Stare fermi, non avendo nulla da fare per ore e per giorni ti fa apprezzare e allo stesso tempo ti terrorizza pensando al ritmo normale a cui sei abituata a vivere.

Ho capito che il dolore fisico è relativo. Il vero problema è quando il corpo è sottoposto a uno stress prolungato, è lo sfinimento che logora, non il dolore di per sè. E il dolore si dimentica, il che a distanza di qualche giorno mi dà di nuovo fiducia sulla possibilità remota di -forse, un giorno- partorire… perche uscendo dall’ospedale invece ero estremamente convinta che l’adozione era la soluzione milgiore!

Ah, se volete qualche titolo di film ve ne metto alcuni meno noti:

Loro chi? (commedia/action italiana)

How do you know – come lo sai (commedia americana)

Cena tra amici (commedia francese) rifatta anche in Italia e intitolata Il nome del figlio – ho guardato entrambe le versioni

Il fascino indiscreto dell’amore (commedia ambientata a Tokyo)

La teoria svedese dell’amore (documentario)

Comandante e Looking for Fidel (due documentari di O. Stone, sto studiando per il mio prossimo viaggio a Cuba…)

La famiglia Belier (commedia francese)

Ricordi di melassa

Ho un vivido ricordo di quando si giocava all’aperto (prima dei Pokemon, sapete?!) e prima di ogni gioco si faceva una conta per sapere “a chi toccava” rincorrere, o star sotto, o cercare a nascondino… o andare a prendere il pallone nel giardino del vicino cattivo…
Un pomeriggio d’estate al mare giocavo con mia cugina di Roma e trovavo buffissimo e stranissimo che le conte che sapeva lei erano completamente diverse dalle mie, oppure forse almeno una in comune ce l’avevamo ma poi la sua aveva delle variazioni sul tema.

Ce n’era una che iniziava tipo con “Ponte Ponente Ponte Pi…”

E quella che faceva una cosa come “Anghinglé cicuté ramblé”, un misto di suoni e consonanti a caso…

E ancora un’altra di una macchinina rossa in cui si diceva un numero e poi si contava fino a far uscire la persona a cui capitava la cifra indicata.

E poi mi ricordo che continuavo a immaginarmi delle civette appollaiate sul comò marrone che sta a casa di mia nonna, nella camera degli ospiti. E pur senza capire cosa, sapevo che c’era qualcosa di perverso e piuttosto strano in quella canzoncina.

Voi ve le ricordate le filastrocche delle conte?

La parola “conta” mi fa venire in mente serate estive in cui potevo stare fuori fino alle 22 davanti casa esenza allontanarmi.

Se chiudo gli occhi so che posso andare lontano. Posso ricordarmi di un momento o un posto in cui sono stata e se mi concentro bene vedo alcuni dettagli, sento i suoni, i profumi. Sento i grilli e vedo le lucciole di quelle sere estive.

A volte quando mi manca tanto una “cosa” tipo i miei nonni, li penso tanto intensamente, e affiorano come dalla superficie dell’acqua le sensazioni. E’ un piacere doloroso o un dolore piacevole, dipende dai punti di vista.

Eppure ho fatto questa riflessione quando di recente sono stata a Padova (dopo che non ci andavo da taaaaanto tempo – la citta che mi è stata casa durante anni universitari). E poi camminando verso il centro e inizando a riconoscere i nomi delle vie e dei posti, mi sono emozionata al punto di piangere. 

Perche i posti raccontano storie. A ogni angolo emerge una voce che mi racconta qualcosa. E il cuore ha una breve frizione. La sola presenza fisica del mio corpo in un luogo geografico è così evocativamente potente.

Con la mente soltanto non ci arrivo. Viaggiando con la mente resta sempre un po di nebbia, come in un sogno.

E mi chiedevo se solo le persone che sono partite, hanno vissuto in un altro luogo e poi sono andate via, quando ci tornano possano sentire questa emozione. Se uno non parte mai come fa a sentire anche qualcosa di lontanamente vicino a questo… La sensazione di tornare in un posto che hai chiamato casa.

Questa è la ricchezza. La densità di tutte le emozioni che ho vissuto, in uno spazio, in un certo tempo.

Un’emozione spessa, densa e appiccicosa come di melassa.