JUNGGESELLEN – SCAPOLONI

Estate 2013 Zurigo, Werd-insel quartiere Höngg. Vado ad una inusuale rappresentazione artistica nel parco con la mia coinquilina, una roba di teatro contemporaneo molto carina e originale. C’è una ragazza seduta ad un tavolino in mezzo al prato che sembra fungere da sportello biglietteria di questo teatro all’aperto. Ci porge delle cuffie e ci dice di sederci in diversi punti allestiti con delle sedute ad ascoltare degli audio in ordine casuale: i sonori sono racconti di persone che parlano dell’essere single, della liberta, delle scelte di coppia.

A un certo punto dei racconti, mentre ascolti e al contempo osservi la gente che prende il sole, che fa il bagno, che chiacchera, che legge, ti accorgi che parte dei presenti che pensavi essere sedute lì a caso nel parco, sono in realtà attori che impersonificano le storie degli audio. E come in una magia tutto l’ambiente acquista un senso diverso.

Il titolo Jungesellen in tedesco significa scapoloni, -un concetto molto caro a noi italiani ma evidentemente anche in altri paesi spopola…- cioè chi rifugge le storie serie e impegnative soprattutto concependo la coppia come un limite alla libertà individuale. Nei racconti, che sembravano proprio interviste di persone normali (e molto probabilmente lo erano) uomini e donne di diverse età parlavano del loro modo di essere single, dei vantaggi ma anche delle mancanze. Mi ricordo una voce che diceva che quando usciva con altre coppie con figli si annoiava tantissimo. Il mondo dei genitori come lontano anni luce dal mondo delle persone senza figli. Irrimediabilmente inconciliabile. Insomma una palla infinita.

I racconti avevano un gusto un po’ triste e malinconico. Si intravedeva la solitudine, anche se per scelta. Si evince che la sola cosa fondamentale che manchi ai single sia il sesso; invece tutto quello che sta nella sfera affettiva a due, non sembra essere così tanto importante, forse perché si può in qualche modo surrogare e sostituire con altri tipi di affetto: per gli amici, per i nipoti, ecc… Lo scapolone (ma anche la scapolona – ovviamente senza discriminare) dunque è libero da ogni tipo di compromesso e dalla noia e dalla monotonia di un rapporto a due. Anche qui una palla infinita, evidentemente.

Vado via dal parco -come al solito- con delle domande:

  • Ma tutta questa libertà non può essere anche una gabbia?
  • L’amore è davvero un limite? (che è diverso dal quesito se l’amore ha un limite che ci siamo gia posti qui   )

Faccio qualche considerazione. La libertà filosoficamente non esiste, perché non può essere assoluta, neanche idealmente. La libertà di per sè non può prescindere dalla sua stessa autolimitazione nel momento in cui incontra un altro individuo. Un concetto affascinante che come lo pensi già ti sfugge. Come quando cerchi di pulire le orate coi guanti da cucina.

Dice Rawls: “Ogni persona ha un uguale diritto alla più estesa libertà fondamentale, compatibilmente con una simile libertà per gli altri.”

Quindi la libertà è un falso mito. Invece di essere una palla infinita, l’altra persona rappresenta un baluardo, ci dà la misura del nostro agire. Ci dà il senso delle nostre azioni, e quindi il loro valore (se buone o cattive, se giuste o sbagliate).

Spinoza –che concepisce la libertà come indipendenza e autonomia e non come concetto di arbitrio o di scelta- ha spiegato così questa idea di libertà: “L’uomo, per la sua stessa natura di essere limitato, non potrà mai aspirare alla pienezza della libertà (cioè a non essere condizionato da niente se non da se stesso nel proprio agire): la natura umana, infatti, è caratterizzata dagli “Affetti” e dalle “passioni” che spesso ne determinano le scelte. Il condizionamento, quindi, fa parte dell’essenza dell’uomo, ma è possibile liberarsene con un uso corretto della ragione.”

In sintesi tanto più sei libero tanto più agirai nella ragione, nel bene e nel giusto verso tutti e anche verso il tuo partner.

L’ultimo passo di questo ragionamento da un pomeriggio primaverile qualsiasi, sta nel disquisire piacevolmente sulla differenza tra liberta da e liberta di. Libertà negativa = assenza di impedimenti. Libertà positiva = autodeterminazione, orientare il proprio volere a uno scopo preciso. Ora, permettetemi di dire che l’amore non è un limite in nessuno dei due sensi. Certo una persona ci può limitare, può chiederci di fare o non fare alcune cose o addirittura obbligarci o ricattarci, ma non l’amore. La persona. Quindi il problema non è la coppia ma chi la abita. Essere in coppia non costituisce di per sé un limite alcuno (per esempio non ti vieta di essere libero di andare in viaggio da solo, coltivare i tuoi interessi, fare delle cose per conto tuo come individuo singolo e quindi mantenere la tua autonomia.). Ci sono coppie per fare un esempio assurdo, che ammettono il tradimento reciproco, quindi nemmeno la fedeltà si può porre come estremo confine dell’agire del singolo se trovi la persona giusta che condivide le tue stesse idee. La coppia è libera sia fuori che dentro di se. Questa è la mia conclusione filosofica.

Certo a livello teorico è bellissimo, mi piace fare questi viaggi mentali sapendo benissimo che la realtà non rispecchia la verità del pensiero. Però anche solo averlo teorizzato e aver dato un senso a questo pensiero me lo fa sembrare più vicino, più probabile, più possibile.

Vi lascio con una citazione di Leonardo Becchetti: “Ma essere liberi non si esaurisce e non coincide necessariamente con la libertà di fare qualunque cosa ci venga in mente. Esistono infatti altre due forme importantissime di libertà che sono la “libertà da” e la “libertà per“. (…) Per “libertà per” intendiamo la decisione volontaria e, appunto, liberamente scelta di colui che sceglie di dedicare le proprie energie a un obiettivo ideale in grado di mobilitarlo. La “libertà per” è il vero segreto della felicità come ci ricorda il filosofo ed economista inglese John Stuart Mill in un bellissimo aforisma nel quale afferma che non si è felici se si cerca la propria felicità per se stessa, ma si trova piuttosto la propria felicità lungo la strada quando si dedica la propria vita a una causa degna di essere perseguita.”

Scusate se sono stata una palla infinita oggi.

CREDITS:

http://www.treccani.it/enciclopedia/liberta_(Enciclopedia-del-Novecento)/

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/sviluppo-e-vero-benessere-le-tre-liberta

http://www.jessicahuber.ch/piece/junggesellen

Riflessioni sull’arte del Kintsugi

…Anche le persone sicure ogni tanto sono insicure, e quando uno è insicuro poi sbarella, vaneggia, delira, fa pensieri assurdi e vede cose che non esistono.
L’insicurezza è un veleno che ammala (licenza poetica) tutto. Allora si deve fare un passo indietro e stringere forte i pugni e ripetersi che: “forse non è vero, forse non è così -come sembra-.”
L’amore è follia, e non è più vero di così in quei momenti.
Quando un po’ la nebbia si dissolve poi ci si senti anche scemi e imbarazzatti. Ridicoli.
I litigi brutti sono crepe nei rapporti, a volte le crepe vanno sigillate, a volta sono superficiali ma restano comunque i segni, a volte sono profonde e indeboliscono la struttura fino a farla rompere.
Anche le cose rotte si possono riparare, lo insegnano i giapponesi con l’arte del Kintsugi. Riparano le ceramiche rotte inserendo dell’oro nelle crepe, col risultato finale di rendere l’oggetto rotto ancora più prezioso di prima, perchè rinnovato. L’oggetto rinato ha ora una storia e delle vene in cui scorre l’oro.
Anche le relazioni si possono salvare, a volte.
Anche i rapporti possono essere riparati, a volte.
Le cose rotte non vanno buttate via per forza. Ma la maggior parte di noi lo fa.
Consuma e butta.
L’amore è l’oro che aggiusta le persone. Le rende più belle e gli dà una nuova vita.
L’amore è la storia nelle nostre crepe.
Per questo il dolore è in qualche modo un tratto della nostra bellezza di esseri umani. Della nostra complessità e fragilità.
(Approfondire cliccando Kintsugi)

(image Pinterest)

Noi, l’Europa e la nostra idea di società

Io spesso sono inquieta. Da quando gli sbarchi sono diventati la nostra quotidianità. Da quando i morti sono diventati talmente tanti che non ci fanno più neanche impressione. L’anestesia del tragico è preoccupante. Ed è tutta colpa della sovraesposizione mediatica dei nostri tempi.

Sono tempi duri per credere nell’Europa, lo so. Con l’Inghilterra sull’uscio. Un’Europa forte no, ma almeno una debole? Abbiamo tolto barriere interne e ne abbiamo create altre esterne molto permeabili. I popoli che si affacciano nei nostri cortili, secondo me, possono anche rendersi conto che non siamo messi benissimo neanche noi, ma non hanno alcuna alternativa comunque. Non c’è più il sogno del migrante, la speranza nel futuro migliore. Per la maggior parte di queste persone qui c’è solo sopravvivere o morire. Un futuro punto e basta o nessun futuro.

E così a lungo andare è probabile che ci indeboliremo sempre più. Ma non per colpa di queste persone che entrano, per colpa nostra che non sappiamo accoglierle. E la nostra Europa che fine farà? Si frammenterà? O Imploderà?

In tutta questa incertezza la gente si sente spaesata e si affida ai media e ai politici (i quali fanno un uso quasi criminale dei social). Con la rinascita dei nazionalismi la Brexit in primis è stata un’amarissima sorpresa, eppure passano i mesi e non si capisce ancora cosa succederà in questo divorzio… I cittadini britannici essi stessi incerti e sconvolti dalla loro propria votazione. Abbindolati da discorsi facili al limite della demagogia di un rinnovato populismo destrista.

In tutto questo la gente che si beve la facile retorica di certi soggetti e commenta poi i centri di accoglienza, che paragona i soldi per il terremoto con gli aiuti per la gestione dell’emergenza immigrazione, che si sente minacciata dalle facce degli stranieri nelle nostre città tanto provinciali, non si domanda mai quale paese stiamo lasciando ai nostri figli? Non si domanda a chi stiamo affidando davvero il nostro destino? E le donne non si ricordano più che il diritto di voto è costato sangue e anni di lotte? Ogni tanto è bene ripetersi certe cose. Tornare ai principi, pensare alle idee che hanno mosso grandi momenti storici e che nel fare i conti con la realtà quotidiana dimentichiamo.

Io in questi momenti di sconforto ripenso a quando ventenne frequentavo le lezione in via del Santo 28. A quanti ideali coltivavo. Alla bellezza dell’essere giovani. Alla forza irruenta delle cose in cui credevo. Alla mia apertura verso il mondo un po’ ingenua un po’ incosciente. E poi mi dico: “Ma la politica non era una cosa onorevole?”.

Tra le cose di cui non ci ricordiamo più e di cui abbiamo perso il senso profondo cito queste:

Avete presente cosa significava l’esilio politico nell’ antica Grecia (vedasi ostracismo), o ai tempi di Dante e fino alla Seconda Guerra Mondiale?

Avete presente che l’Italia è stata uno degli attori più importanti della nascita dell’Europa Unita nel secondo dopo guerra?

Quando mi sento corrotta dai media nei miei pensieri e anche un po’ razzista, quando mi sento sporca e i miei credo traballano con le gambette deboli, ripenso a John Rawls, il mio filosofo politico preferito e al “velo di ignoranza”.

Nella sua “Teoria della giustizia” Rawls con una astrazione immagina che gli individui prima di costituirsi in società si riuniscano per scegliere dei principi comuni che siano equi, non conoscendo però a monte la loro posizione futura, essi opereranno per cercare di rendere la situazione più favorevole possibile per tutti, perché se poi si ritrovassero ad appartenere ad una minoranza sarebbero belli che fregati! (Questo video della RadioTelevisione Svizzera lo illustra molto bene)

Ogni tanto anche se ci siamo già dentro, anche noi ci dobbiamo chiedere: “che società vogliamo?” Noi -che siamo ovviamente tra i fortunati – non dovremmo augurarci ma soprattutto costruire attivamente giorno per giorno un mondo che garantisca i diritti anche a chi è meno fortunato di noi?

Tutto il resto è il bla bla della disinformazione che ci propinano… Ricordatevi per esempio che rispetto agli anni ‘70 in cui l’Italia viveva anni di vero terrorismo, siamo in un periodo di estremo benessere, la violenza globale e le guerre sono diminuite nel mondo, la gente vive più a lungo, al contrario di tutto quello che i media vi fanno credere, stiamo bene, meglio di prima. Non sto negando che ci siano crisi o problemi, ma la scala con cui li misuriamo e percepiamo è sbagliata. La troppa informazione fa sembrare tutto più grave e più estremo. E ogni giorno vissuto nell’ansia che i media producono, è un giorno della vostra vita perso.

UMAMI – IL (QUINTO) SAPORE SEGRETO

Per la serie superpoteri e supereroi, volevo proporvi una nuova sfida. La possibilità di scoprire un’altra cosa magica che abbiamo già in noi, ma molti non sanno. Il quinto gusto. Si, proprio così: dopo dolce, salato, acido e amaro esiste un quinto sapore che a scuola non ci hanno insegnato! L’umami battezzato con la parola giapponese che significa delizioso, perché giapponese è stato il suo scopritore/teorizzatore, il Professore e Chimico Kikunae Ikeda nel 1908.

E’ il sapore associato a specifici recettori del glutammato, che è un amminoacido in natura collegata ad alimenti ricchi di proteine. Purtroppo però l’industria alimentare ha smesso di estrarre questa sostanza naturalmente che viene ora prodotta in modo chimico e usata come additivo di tantissimi prodotti industriali (leggasi E621: il glutammato monosodico MSG, un nemico assoluto tanto quanto il famoso olio di palma presente tipicamente nei dadi da brodo).

Questa sostanza magica è capace di rendere i cibi appetitosi e gustosi, è tipica delle cose fermentate, stagionate, cotte a lungo, stufate. Si capisce dunque perché l’industria alimentare cerca di sfruttare il superpotere dell’umami per venderci prodotti di bassa qualità che non sanno di nulla spacciandocele per buone e creando nelle persone una vera e propria dipendenza da gusto. Avete presente quelli che mettono il ketchup ovunque? O Il Marmite australiano? Addicted to glutamate.

Il glutammato è anche identificato come tipico sapore dei piatti da ristorante cinese (da cui è stata appunto anche nominata una sindrome che causa mal di testa e nausea e deriva dall’ingestione di cibi dove questa sostanza viene addizionata in dosi esorbitanti) o più in generale della cucina asiatica. Tuttavia nella cultura culinaria europea sono da sempre esistiti cibi con questo sapore “naturale” (ad esempio nella Roma antica si mangiavano già cose fermentate e probabilmente molto puzzolenti come il garum). MAPPA UMAMI QUI: http://www.umamiinfo.com/world/

Se volete quindi esercitare il superpotere dell’umami in modo sano e naturale potete sfruttarlo per insaporire i piatti invece di usare il sale. Vi faccio alcuni esempi:

  • acidulato di umeboshi o fish sauce con succo di lime per condire insalate
  • salsa tamari o salsa di soia shoyu (originale giapponese, cioè non quella da supermercato o da sushi restaurant scarso) per esempio da aggiungere alla salsa di pomodoro per la pasta se non avete il parmigiano che è gia super-umami di per sè.
  • gomasio (sesamo tritato) alle alghe
  • alghe bretoni o giapponesi da aggiungere alle zuppe (kombu, nori, wakame si trovano ormai comunemente nei negozi bio – il problema è che costano care…)
  • il miso al posto del dado classico nelle zuppe (che potete arricchire inoltre con tofu, tempe, edamame, tonno essiccato)
  • oyster sauce mescolata con acqua e farina per creare una salsina in padella con cui cuocere gli straccetti di pollo.

Per finire in bellezza, nel libro THE GAME Neil Strauss narra di una bacca magica (miracle berry) in grado di tramutare temporaneamente i recettori del gusto e far percepire dolcissime cose che in realtà non lo sono. Peccato che questa bacca in Europa non si trovi perché il ministero della salute non ha ancora deciso se fa bene/male (perché tra l’altro può essere usata negli integratori per la perdita di peso e quindi può essere pericolosa per la salute se usata senza criterio…). Forse negli States o in Asia si può provare a reperirla, farci un taste party come faceva Neil per rimorchiare in modo alternativo o semplicemente sballarsi di gusto.

Fatemi sapere…

CREDITI E SPUNTI:

http://www.umamiinfo.com/

http://www.rd.com/food/recipes-cooking/13-foods-with-natural-umami/

https://experiencelife.com/article/umami-the-secret-flavor/

CELEBRIAMOCI

Care Donne,

Avevo ricordato qualche post fa la grande responsabilità di cui siamo investite, che ci impone di andare a votare sempre, perché il nostro voto è un dono recentissimo e dobbiamo ricordarcelo, quando esistono paesi in cui le donne non possono ancora neanche guidare o dove vengono mutilate… Un dono grandissimo conquistato col sacrificio di tante donne come noi che hanno lottato e sono state offese per fare un pezzo di storia della nostra società.

Vorrei quindi celebrare oggi la bellezza della nostra resistenza, alla violenza verbale e fisica, all’insulto sessuale, alla volgarità, alle maldicenze, agli stereotipi classisti di genere con questo post e diversi link a cui vi rimando che ho raccolto in questi anni.

E’ di poco tempo fa il titolo scandalo sulla Raggi. Cose che si dicono solo perché la persona presa di mira è donna.

E’ girato un video in questi giorni di un parlamentare europeo che senza vergogna alcuna in una seduta dice che “le donne sono deboli, e piccole e quindi devono guadagnare meno degli uomini.”

Solo 50 anni fa, me lo raccontava mia nonna, al mattino della prima notte di nozze bisognava provare con il “testimone” la verginità della sposa. Le donne della famiglia si affacciavano alla camera nuziale per constatare gli esiti della prima notte sul lenzuolo del corredo.

Pertanto se non le avete ancora viste vi segnalo due pellicole recenti: Suffragette di Sarah Gavron (2015) e Mustang un film turco di Deniz Gamze Ergüven (2015); che vi faranno venire un groppo in gola ma vi ricorderanno quanto è preziosa la libertà che custodiamo e diamo per scontata.

Un video per dire BASTA al traffico degli esseri umani (in questo caso donne vendute e poi rese schiave della prostituzione)

STOP TRAFIKING

 

Project UNBREAKABLE che colleziona le frasi degli stupratori:

http://projectunbreakable.tumblr.com/

 

Sempre per il tema stupro dall’India un video che ci ricorda che nessuna violenza può essere giustificata da atti o atteggiamenti riconducibili alla donna, mai e poi mai possiamo essere ritenute responsabili della violenza che ci viene inflitta.

IT’S (not) YOUR FAULT!

 

Per concludere un link che raccoglie donne della storia con le palle:

http://www.buzzfeed.com/hannahjewell/historical-women-who-gave-no-fcks?utm_term=.fwwzVVgQ2G

 

VIVA LE DONNE!

E concludo con una citazione che celebra le donne in cucina di questa bellissima terra che mi ospita: “Il motore della cucina emiliana è la rezdora, la regina della casa. È lei che sa fare la pasta e sa usare il matterello, non un “bastone” qualsiasi, ma lungo, meglio di ciliegio, e liscio. La fogliata viene stesa a forma di disco, e il matterello deve superarne il diametro. Inoltre la pasta, una volta stesa, deve essere “rotonda come la luna e leggera come una carezza”: parola del bolognese Giovanni Poggi, fondatore nel 1963 della Confraternita del Tortellino. “

http://cucina.corriere.it/dizionario/emilia-romagna/rezdora.htm

la scienziata politica

Da quando iniziai a studiare educazione civica, dalla scuola elementare in su’, mi fu chiaro che occuparsi della cosa pubblica non era roba da tutti. Mi pareva innanzitutto un gran sbattimento finche’ al liceo la filosofia mi aiutò a capire che è in realtà la missione più onorevole di tutte per l’individuo che vive in società, che è anzi un onore, certamente non una professione nel senso salariale del termine, ma piuttosto una passione mossa da un intento profondissimo e nobilissimo, un atto di generosità altruistica e non di arricchimento egoistico, un moto di spirito verso le generazioni future. Poi all’università ebbi la fortuna di seguire Professori come Antonio Papisca (Diritti Umani), Giorgio Carnevali (Teoria Politica), Franco Todescan (Storia delle Dottrine Politiche) e Maurilio Gobbo (Diritto Costituzionale Italiano e Comparato, materia in cui presi l’unico 30 e lode della mia carriera perché non sono stata mai una secchia!) che mi illuminarono parecchio.

Ci fu una sera in una trattoria padovana (“all’Anfora” in centro storico, se ci volete andare è in una viuzza dietro la piazza del mercato, dove si mangiava del pesce discreto) in cui mi ritrovai a una grande tavolata così composta: un paio di medici, un paio di ingegneri, un giurisprudente, una letterata, una scienziata della comunicazione, una psicologa e io – la scienziata politica. Si discuteva di questa piccolo nucleo del mondo che eravamo noi, di questo spaccato della società futura, dei nostri ruoli sociali, di quanto ognuno di noi servisse agli altri e al bene comune. E lì però ho pensato che prima di tutto, se non ci fossero stati quelli come noi (a.k.a. gli scienziati politici) non saremmo esistiti. Se non ci fosse stato qualcuno che avesse voluto istituzionalizzare il nostro essere insieme, dargli delle regole, studiarlo, saremmo rimasti nuclei singoli, nemici, disorganizzati, nello stato di natura (cifr. T. Hobbes, J. Locke, J.J. Rousseau). Perché all’origine delle scienze politiche c’è lo studio dell’uomo in società e io la trovo una cosa bellissima.

Dunque, io e il giurista stavamo lì, discutendo su chi fosse il più importante al tavolo, chi avesse più responsabilità sociali, chi fosse più necessario. E dopo aver creato la società -mi dissi- se non ci fosse nessuno che se ne volesse occupare, ammettendo che al medico piacesse solo curare le persone e all’ingegnere costruire, ecc., chi se ne sarebbe occupato, se non noi? Loro non avrebbero potuto svolgere le loro mansioni, se non ci fosse stato qualcuno che si fosse offerto di gestire la res publica nel frattempo. Quindi non solo a monte ma pure a valle ecco che interveniamo noi.

Io credo nell’interesse partecipativo alla comunità in cui viviamo, nella politica a livelli professionali, credo che ci dovrebbero stare delle persone che non si sono improvvisate, ma che ne sanno qualcosa, credo anche che ci sia differenza tra professionalità e professionismo. La politica nel migliore esempio è un attività collaterale del cittadino, questo per impedire che la gente si affezioni troppo al velluto di certe poltrone e non le voglia lasciare più. No si può vivere di rendita politica. Credo che ci debbano essere dei limiti temporali per garantire il ricambio, l’afflusso di nuove idee e soprattutto frenare la sete di potere e la corruzione.

A vent’anni volevo fare la carriera diplomatica, ma ho scoperto un apparato elefantiaco di gente parassita che la costella. Pensi ingenuamente che un consolato italiano in svizzera funzioni bene, ma varcato il confine della porta è sempre terra italiana: tutto molto pesante, complicato, inefficiente, scortese. Sempre quando ero ancora iscritta AIRE un po’ di tempo fa a Zurigo, mi mandarono i santini per eleggere i rappresenti degli italiani all’estero al Parlamento: rimasi sorpresa dal tipo di pubblicità elettorale che certi soggetti si facevano. Vantando le proprie doti sportive, certi maratoneti, o certi risultati professionali come imprenditori. Tutto sembrava più importante e più in evidenza dell’impegno politico di per se. Un esempio per tutti il Senatore Antonio Razzi che tutti conosciamo anche grazie alla parodia di Crozza. E avrei detto tutto, ma aggiungo una articolo apparso su The Economist nel 2011 che parla di come veniva visto all’estero Berlusconi: il titolo era “the man who screwed up an entire country” (http://www.economist.com/node/18805327). Giusto per ricordarci di come ci vedono da fuori.

Ci vorrebbe serietà, moralità. Il lavoro politico è difficile perché devi assumerti la responsabilità tu per primo di essere onesto e corretto per le istituzioni che rappresenti. Non si può giustificare tutto lo scempio dicendo “in fondo siamo uomini”, Il politico deve essere un super-uomo.

E vi lascio con questo link dei simboli elettorali più assurdi del 2013 in attesa di nuove elezioni…

Superpoteri gratis

INCISO: questo post e dedicato a @corvobianco213 perchè cosi almeno un altro dei desideri che ha espresso in uno dei suoi ultimi post può già diventare realtà…

Avete presente quei training aziendali tipo team building, group coaching, formazione esperienziale?

Ecco, non sto qui a dirvi che sono una figata o che la mia vita professionale ne è uscita assolutamente trasformata…

Ma è stato utile, non fosse altro perché ho aggiunto al mio vocabolario una parola nuova bellissima.

(Gli scientifici che mi seguono sicuramente conoscono già questo termine.)

LA RESILIENZA.

Una parola così elegante che ti viene da dire: “eccola! Guarda la Resilienza che entra nel salone delle feste con la sua coda a strascico e leggiadra e silenziosa avanza tra gli sguardi ammirati delle altre parole brutte”.

Quando pronuncio questa parola nella mia testa mi immagino un vestito da ballo. Lungo. Scintillante. Che fruscia. Perché infatti la resilienza è come un abito che ognuno di noi dovrebbe indossare. La resilienza ha un effetto magico sulle esperienze della vita.

IN METALLURGIA è la resistenza del metallo a rottura per sollecitazione dinamica, determinata con apposita prova d’urto.

IN INGEGNERIA è la capacità di un materiale di assorbire energia di deformazione elastica.

IN TESSITURA è l’attitudine dei tessuti a riprendere, dopo una deformazione, l’aspetto originale.

IN ECOLOGIA è la velocità con cui una comunità (o un sistema ecologico) ritorna al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che l’ha allontanata da quello stato; le alterazioni possono essere causate sia da eventi naturali, sia da attività antropiche. Solitamente, la r. è direttamente proporzionale alla variabilità delle condizioni ambientali e alla frequenza di eventi catastrofici a cui si sono adattati una specie o un insieme di specie.
Ma veniamo al settore che più ci interessa.

IN PSICOLOGIA è la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, di ricostruirsi restando sensibili alle opportunità positive che la vita offre, senza alienare la propria identità.

State pensando come me ai terremotati? A chi viene colpito da tragedie impreviste e inimmaginabili?

E a voi stessi non pensate?

A chi perde il lavoro, a una amica che viene lasciato dal moroso, a un ragazzino che deve cambiare scuola?

La resilienza seppur nobile non è snob. Si occupa di tutto e di tutti, anche dei problemi più piccoli e banali di ognuno di noi.

Se non avevate mai sentito questa parola prima di adesso, -dopo avermi ringraziato- fate nascere in voi questo concetto, cullatelo, allevatelo, fatelo crescere.

Cercate di essere resilienti quanto più possibile, e quindi siate adattabili, flessibili, elastici, ma soprattutto interpretate le avversità come occasioni, i cambiamenti come opportunità, le sfide come crescita. Insegnatelo a voi stessi e ai vostri figli.

Se vivete con questo abito addosso, sarete prima di tutto elegantissimi (e qui mi riferisco in particolare all’evoluzione stilistica rispetto al concetto elaborato da me e dalle mie compagne del liceo con il termine “tela cerata” quando ci davamo coraggio nel superare momenti drammatici dell’adolescenza immaginando di farceli scivolare addosso come la pioggia sulla mantellina gialla. Ma vuoi mettere la resilienza con la tela cerata??? Vuoi mettere lo stacco fashion di outfit da mantellina a resilienza???) ma soprattutto fortissimi perché sarà la vostra armatura. Sarà il vostro superpotere.

Non è meraviglioso scoprire di poter diventare dei supereroi semplicemente attraverso una parola, dal divano di casa vostra?

(*definizioni Zanichelli online e Wikipedia. Immagini stateofmind.it)

 tmann