La misura del dolore

Ho letto da qualche parte che le persone coi capelli rossi tendono a sanguinare molto piu’ degli altri e hanno anche una soglia del dolore piu’ bassa perche hanno una vascolarità piú sviluppata e piú terminazioni nervose (tra parentesi si avvicina il RedHeadDay di Breda, vi faro’ sapere…).
Io ogni tanto -tra le due milioni di domande che faccio a me stessa al giorno- mi chiedo anche quanto soffro, quanto sono in grado di sopportare. Premesso che essendo anche un Ariete super testardo se mi devo mettere in competizione con qualcuno mi so spingere molto in la’ pur di averla vinta, tipo che se facciamo a gara di pizzicotti manco morta che cedo per prima. Ma quando siamo io e io, tra me e me, fino a dove sopporto?
Se vediamo qualcuno che va avanti nelle difficolta’ o nella malattia stoicamente, pensiamo alla forza, cioè viene da sè: chi sopporta il dolore è forte. Il dolore fortifica (non uccide, grazie Nietzche). Io penso di essere forte, e soprattutto voglio
essere forte e voglio che gli altri riconoscano che è cosi’.
Sapete che scientificamente il dolore non è misurabile? Sono stati fatti moltissimi test e si è anche cercato di stabilire una specie di scala la cui unità di misura è chiamata “Dol”. Ma non ci sono abbastanza prove scientifiche. Perchè il dolore è una espeienza assolutamente personale. Il dolore è dato tecnicamente da una stimolazione nervosa al cervello, ma in questo processo concorrono cosi’ tanti altri fattori psicologici e ambientali che è troppo complesso da misurare. Soprattutto quello a cui penso spesso è che la vera misura del dolore è data in gran parte dalle precedenti esperienze, ovvero dalla paura del sentire qualcosa che si conosce già come negativo. La paura dovrebbe proteggerci e farci sopravvivere per vederla in senso darwiniano stretto. Come uno che si brucia col fuoco una volta, all avvicinarsi delle fiamme, una seconda volta le eviterà. Normalmente le persone che hanno avuto un brutto incidente -per esempio in moto- anche se non era colpa loro, una volta realizzata la pericolosità, immagazzinata l’ esperienza, lo shock e le pene patite, smettono di andare in moto. Ovvio che poi al mondo ci sono come sempre le eccezioni, persone che per “sprezzo del pericolo” -si dice- continuano a ripetere sempre quelle cosa anche se li ha già feriti, nell’intento di raggiungere un obiettivo, una performance, un’idea.
E quindi veniamo al dunque. L’unica via che vedo per salvare l’amore è quella di comportarsi incoscientemente, come i secondi soggetti che ho descritto. Solo che il vero motore che i piu’ non capiscono, non è tanto lo “sprezzo” -cioè la non curanza del pericolo, ma la consapevolezza che non esiste alternativa. Che il dolore è l’unica esperienza davvero irrununciabile e che esso stesso è linfa vitale dell’amore. Se nella reale vita di tutti i giorni uno cerca di evitare di andare a sbattere contro i muri o di schiacciarsi il dito nella portiera, nella vita sentimentale tutto cio’ è assurdo. Non si puo’ evitare, non ci si puo’ rifiutare. Non ci si puo’ proteggere. Pertanto il dolore non puo’ tramutarsi in paura, ma deve farlo in forza.
Io generalemente sono una un po’ cauta e soprattutto tendo a star male non tanto per il fatto in sè che mi accade one-off, ma per una cosa che riconosco e so che sta per arrivare: tipo quando ti rendi conto che per l’ennesima volta stai per farti male nello stesso identico punto, ecco quella volta li’ ennesima a me fa molto piu’ male di tutte le altre prima. E in generale rifuggo dal ripetere certe esperienze.
Poi pero’ stavo rileggendo per caso (ma anche perchè io sono un’incurabile nostalgica) una vecchia lettera del mio ex e guarda un po’: fa di nuovo male. Uno dice: “ma è cosi’ tanto tempo fa…”, eppure parola per parola tutto torna presente, l’esperienza prende vita di nuovo. Solo per me. Allora sono andata piu’ indietro ancora coi ricordi, e anche quell’altro faceva male (tanto per testimoniare a me stessa che non era l’idea di quella persona in particolare, ma l’amarezza del vissuto in sè). Mi sono stupita che faccia male una cosa di cui non ci ricordiamo neanche piu’ il motivo, dopo che è passato cosi’ tanto tempo e non so nenache piu’ spiegare il perchè e il per come ando’ cosi’, eppure brucia. Brucia il ricordo di aver sofferto, il solco tracciato delle lacrime di allora, risentire quella persona che ero. Brucia il solo sapere di esser stati male, anche se le regioni non importano piu’. E cosi’ andiamo avanti con questo bagaglio, questa memoria dello struggimento (come gli amputati che sentono male all’arto inesistente), eppure vogliamo amare ancora.
Una vocina dentro di me protestava: “Ma chi me lo fa fare?” Sto cosi’ bene adesso, protetta e tranquilla. In equilibrio. Lontana dal rischio e senza ebbrezza, senza espormi alle intemperie dell’animo e pertanto senza neppure gioire delle sue alte vette…
Per alleggerire un po vi segnalo questo simpatico video-dilemma.

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