
padova a due ruote
C’era una volta la piazza
Padova, Piazza delle erbe, ribattezzata degli spriz. La piazza è cambiata. E’ cambiato il modo di vivere l’aperitivo, lo stile del mercoledi. Ieri ero di nuovo là in mezzo e devo ammettere che, anche se c’era un certo calore umano mentre due vie più in la già giravano gli orsi polari, mi semrava un po’ tutto più estraneo. Sarà che giunti al quinto anno ormai si entra nell’anzianità universitaria e quindi c’è un ricambio fisiologico delle facce: matricole alle prime armi con l’acool e con l’altro sesso (molto più col sesso che con l’alcool!!), nuove orde barbariche di erasmus spagnoli che bevono come appena giunti dal deserto, cosce scosciate e tacchi mescolati a scarpe da ginnastica (decorate da floreali tocchi di aperol) e cani (…cani? Si pare che ci siano anche cani, di tutti i tipi ma regolarmente sciolti…). Però adesso la piazza mi sembra meno mia, meno di tutti, forse perché è diventata un po’ troppo la piazza della protesta (peraltro condivisa) e meno del ritrovo, la piazza dello spaccio e un po’ meno dell’approccio, del mercato nero delle bici che se sei fortunato ti vendono proprio la tua!
Non fraintendetemi, io come studente sono molto delusa dalla politica che si sta facendo contro gli studenti, che tra l’altro sono la prima fonte di ricchezza della città e dei signori-bene che abitano gli appartamenti-bene del centro e sono infastiditi dal nostro far festa (non -bene evidentemente); però ripensando alla piazza che ho conosciuto cinque anni fa ho un po’ di nostalgia: ci si trovava veramente per bere lo spriz alle sette, magari appena finita la lezione più interminabile della storia; si beveva, poi cena a casa e si ripartiva per andare a ballare. Ora invece nessuno esce prima delle dieci e si va nel ghetto proprio perché la piazza è diventata troppe volte il simbolo di scontri politici e ideologici che a volte hanno poco a che fare con lo stile e il significato del mercoledì universitario. Per questo io la piazza voglio ricordarmela così: appuntamento alla fontana che tanto è tonda, per cui quando c’è gente ci si trovava che era già il mercoledì successivo. E poi scambio di sigarette e accendini con vari sconosciuti, tanto per attaccare bottone; due spriz in mezzora e pedalare verso casa facenzo zig zag, non per la folla, ma per la vista doppia. Anche se molto è cambiato, spero che questo rito non cambi mai.
Lau
Ho sentito dire da una Signora, mia collega universitaria (dato ahimè non trascurabile): “io sono assolutamente contraria alla
pena di morte
ma se si trattasse della mia famiglia, allora mi farei giustizia anche da sola!”
Vorrei riflettere sul concetto di coerenza: l’essere umano è sempre un essere umano. Un essere umano che uccide ha gli stessi diritti e la stessa dignità (o meglio l’aveva) sia che uccida uno sconosciuto sia che uccida un parente. E’ ovvio che nessuno può prevedere cosa si prova a essere direttamente toccati da un fatto tanto grave, e quindi nemmeno si può affermare con assoluta certezza cosa saremmo o meno in grado di fare. Perdonare è difficile. Ma in questo momdo manca il coraggio di soffrire e anche un solido senso di coerenza.. Se riflettiamo a lungo, arrivando alla conclusione che nessuno ha il diritto di togliere la vita su questa terra, e che la vendettà genera violenza e non pace, almeno cerchiamo di essere fedeli ad un pensiero così importante e così giusto.
Concludo pensando che in questo mondo non staremo certamente meglio solo perché Saddam (o Bin Laden) ricevono il meritato, spietato, castigo che ci arroghiamo con presunzione il diritto di infliggere. DICIAMO NO ALLA PENA DI MORTE! SEMPRE E COMUNQUE NO! DICIAMOLO TUTTI! DICIAMOLO ORA! DICIAMOLO ADESSO!
Lau
12 settembre 2001
THE DAY AFTER, riflessioni
Ieri non ci credevo, non ci riesco. Mi sembra tutto un film, ma è realtà. Provo un gran sentimento di vuoto, sensazioni di inevitabilità, impossibilità di uscire da questo presente, irreparabilità dei danni. Non c’è più. Non c’è più niente. Là dove c’era vita, lavoro, piedi in movimento, operosità, sorrisi. Ma oggi è più difficile negare l’evidenza, oggi iniziano le testimonianze e i filmati di chi è scappato in tempo. Oggi lo sconcerto si mescola al disgusto, alle scene racca-priccianti, dolore, paura, devastazione, morte. Non ha senso. Continua ad es-sere un film mentale solo mio, eppure i giornali titolano:”APOCALISSE”. Ho paura di questo mondo schifoso. Sono assalita da mille immagini come fossero cose già avvenute, scene già viste: il presidente che scappa, la gente che dalla stupenda vista del suo ufficio stile telefilm si vede arrivare addosso un aereo, le persone che chiamano casa per dire addio sapendo di stare per morire… è un film, reale e tattile e concreto come quelle macerie e la polvere e il sangue.
Mi immagino fra vent’anni a raccontare di questi giorni ai miei figli, dire cosa stavo facendo io mentre morivano persone innocenti, nello stesso momento eppure sei ore prima, quasi come da noi fosse già successo, già lontano, già passato. Distolgo l’attenzione perché queste scene sono già nauseanti dopo 24 ore, poi inizia la staffetta dei buoni sentimenti, dei discorsi importanti conditi di pietismo… forse sono cinica a tal punto perché il mio ego non può reggere tan-ta condivisione del dolore, la mia vita va avanti e non sarà più la stessa, o no?! “Cavolo, non vedrò mai più le torri gemelle, non quelle, comunque non sareb-bero la stessa cosa…” :ecco che interviene infine la fase di congelamento tem-poraneo delle emozioni per dar spazio a considerazioni puramente materiali, io lo definirei un difetto di fabbricazione di noi umani, un po’ di quello che di-sprezziamo tanto è anche in noi, purtroppo infatti in questo film non ci sono vi-scere verdi di marziani con cui ristabilire la giustizia, riprenderci il controllo e vendicare le vittime. Questi mostri sono uomini come noi.
ERIKA & OMAR
28 febbraio 01
Una ragazza poco più piccola di me e il suo ragazzo si accusano a vicenda per uno degli omicidi più orrendi che abbia mai sentito. Lei capace di far fuori sua madre e il suo fratellino con un’ottantina di pugnalate e essere ancora in grado poi di inventarsi di essersi salvata da due aggressori albanesi (da notare come sia carino che i cattivi albanesi sembrino persino a lei un capro espiatorio sem-pre attendibile… Erika è pure razzista e piena di pregiudizi!!!).
Non mi sembra difficile immaginare litigi furibondi, insulti, urla atroci, sangue che schizza un po’ dappertutto… ira, follia. Classico film dell’orrore? No, pare invece che in quest’ultimo periodo l’umanità abbia deciso di autoprodursi in meschinità e nefandezze di ogni genere, commissionando anche i più efferati crimini a degli adolescenti. La televisione ci abitua troppo bene a respirare vio-lenza, ma continuo a chiedermi come si possa solo architettare una cosa del genere, e mettiamo il caso che sia frutto di un raptus improvviso, quanto si deve essere arrabbiati, accecati, invasati per continuare fino all’ottantesima coltellata senza un bagliore di dubbio su quello che si sta facendo, o di paura nel vedere concretizzarsi colpo su colpo un pensiero così atroce ad opera delle proprie stesse mani di innocente bambina, o bambino. L’uomo è così orribile anche da piccolo, quando ancora non è del tutto cresciuto e ci si può permette-re di giustificare la sua irresponsabilità? Siamo tutti dotati degli strumenti men-tali per arrivare a fare cose del genere o bisogna coltivarli bene, essere perso-ne specialmente dotate e volenterose? -oggi secondo la perizia psichiatrica ri-sultano capaci di intendere e di volere, dunque non sono poveri ragazzi cre-sciuti in chissà quale ambiente malfamato frequentando chissà quali compa-gnie ecc., sono persone normali, o no?!-
Pensare al dolore di quel padre, scampato alla tragedia magari per caso, come deve sentirsi un uomo che vede distrutta la sua famiglia dalle abili manine di sua figlia, qualcosa di intimamente suo, un suo prodotto, una sua sintesi, si domanderà dove ha sbagliato, se ha delle colpe, cosa ha cresciuto? Potrà vo-lerle bene lo stesso quando nei suoi occhi continuerà ad incontrare quelli della donna che amava, sua moglie, fatta a pezzi nel sangue, e di un altro suo frut-to, il fratellino. Ma questo fratellino poi, come può incarnare tante re-sponsabilità dell’odio feroce di sua sorella? Ne era gelosa, ma può mai essere stata colpa sua il cattivo rapporto che lei aveva con la madre? (che a questo punto rimane l’unica vittima colpevole di aver perpetrato azioni riprovevoli nei confronti della povera figliola).
Viviamo davvero in un mondo in cui ormai dobbiamo sospettare delle ombre di tutti, dobbiamo temere di dire no per cercare di educare i nostri figli, i quali frutti dell’amore più vero sono i nostri peggiori nemici? Io questo mondo non lo voglio, mi chiedo solo se cose come se ne vedono di questi tempi sono sempre esistite o se stiamo lentamente declinando verso un abisso di bestialità. Intanto dentro di me resta accesa l’utopia del mio piccolo angolo di mondo perfetto, o quasi.